repubblica.it, 26 aprile 2026
Salpa la Flotilla: 60 barche dalla Sicilia. Albanese critica
Le barche sono pronte da giorni, gli equipaggi anche, ma il maltempo e i contrattempi dell’ultimo minuto – “fisiologici con una missione così grande”, dicono gli organizzatori – si sono messi di traverso. Parte con qualche giorno di ritardo rispetto al programma la nuova spedizione della Global Sumud Flotilla.
Una flotta che si completerà lungo la rotta
Le cento barche su cui si pensava di contare non ci sono, quanto meno per il momento, ma il numero di partecipanti e scafi supera già quello dell’ultima spedizione che nell’autunno scorso ha tentato di rompere il blocco navale imposto da Israele davanti alla Striscia. Alle 60 in partenza dalla Sicilia, si aggiungeranno forse alcune delle Thousands Madleens che da giorni fanno base nel porto calabrese di Cetraro, o alcune di quelle ancora al lavoro nei porti italiani per spiegare, raccontare, sensibilizzare. Come in passato, altre si aggregheranno lungo la rotta, che sarà diversa da quella dell’ultima missione. “Il contesto generale è diverso, lo scenario è molto più complicato, sono necessarie delle valutazioni di sicurezza progressive”, spiega la portavoce italiana Maria Elena Delia. “Quello che rimane identico è che questa è una missione coperta dal diritto internazionale, questa è la nostra forza”.
Tappe in Grecia e Turchia
Di certo, la flotta non punterà dritto verso Gaza, ma si procederà per tappe progressive, navigando lungo la Grecia e poi, forse, con una sosta in Turchia. L’esigenza è di sicurezza, in primo luogo. Nel settembre scorso, per due volte le barche in rotta verso la Striscia sono state attaccate e danneggiate da droni che le hanno ripetutamente colpite mentre erano in navigazione. E poi, ci si aspetta che lungo il percorso anche altre vele si aggiungano alla spedizione, almeno sei dalla Grecia e una ventina dalla Turchia.
La scorta di Open Arms e Greenpeace
A “scortarla”, ci saranno anche la Artic Sunrise di Greenpeace e la Open dell’ong spagnola Open Arms, l’unica nave che sia davvero riuscita a rompere il blocco navale e portare aiuti nella Striscia in una missione congiunta, coordinata con le autorità internazionale e tollerata da Israele. Quel corridoio, che ha permesso di far arrivare alla Striscia affamata cibo e medicine si è bruscamente interrotto quando Israele ha colpito un convoglio di operatori di World Central Kitchen, che stava trasportando gli aiuti ricevuti dalla costa ai magazzini, uccidendo sette operatori.
Camps: “Torniamo a Gaza, necessario agire”
“Siamo a bordo come nel 2024 per tentare di rompere il blocco – dice Oscar Camps, fondatore dell’ong dal ponte della nave – In navigazione c’è un equipaggio di oltre mille persone, più di settanta Paesi rappresentati. Mentre alcuni dubitano, noi abbiamo deciso di agire, fare qualcosa, tornare a Gaza. Daremo supporto alla più grande flotta che sia mai stata messa insieme, forniremo aiuto tecnico, logistico e sanitario e – speriamo di no – ma saremo pronti a intervenire anche in caso di emergenza, in caso di necessità. Ma soprattutto denunceremo tutte le violazioni a cui assisteremo”.
Le critiche inattese di Francesca Albanese
Fra quelli che dubitano – quanto meno su tempi e strategia – a sorpresa c’è anche la special rapporteur Onu Francesca Albanese. Con un intervento che ha sorpreso molti, quasi alla vigilia della partenza, al congresso europeo della Flotilla ha messo in discussione l’efficacia di una nuova missione via mare. “Sono con la flottiglia fin dall’inizio, e siamo alla 37esima, quindi probabilmente dovremmo chiederci se non ha funzionato nelle precedenti 37 volte perché dovrebbe farlo adesso”. Ribadisce il suo sostegno al movimento, “mi dispiace fare da guastafeste” aggiunge, “sono qui per aiutare”, sottolinea. Però le critiche alla missione e al movimento, accusato di miopia strategica, personalismi e addirittura di utilizzare i palestinesi come “bandiera” ma senza coinvolgerli nei processi decisionali, sono pesanti. Suggerisce altri metodi, dal blocco dei porti al boicottaggio attivo, chiede “una riflessione” perché le risorse sono poche e vanno ottimizzate.
Flotilla: “Partiamo per tenere alta l’attenzione”
“Ogni contributo è benvenuto, noi saremo sempre grati a Francesca Albanese per il lavoro che ha fatto e fa sulla Palestina”, è il commento ufficiale che arriva dalla Flotilla. Nella pancia dell’equipaggio che si prepara a salire sulle navi, prevale la perplessità. “A proposito di tempi e modi, magari questi non sarebbero stati proprio quelli più appropriati”, masticano amaro alcuni, più perplessi che arrabbiati. Il dibattito nel movimento che supporta o anima la Flotilla c’è. Poco convinti di strategia e timing, con il conflitto del Golfo in corso, anche l’ecoattivista svedese Greta Thunberg e il sindacalista statunitense Chris Small, come molti attivisti meno noti, pur supportando pubblicamente la missione, hanno scelto di rimanere e lavorare a terra e non salire a bordo. “L’equipaggio c’è, le barche ci sono, siamo più di mille – dice la portavoce italiana Maria Elena Delia – La Flotilla ha sempre avuto un ruolo importantissimo nel tenere alta l’attenzione su Gaza ed è quello che è necessario fare oggi perché la luce su Gaza si è spenta ma il genocidio è ancora in corso. Ma l’Europa continua a ignorarlo. Anche per questo noi salpiamo”.