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 2026  aprile 26 Domenica calendario

Usa, picco di richieste per il passaporto irlandese

Nel 2025 le richieste di cittadinanza irlandese presentate da cittadini statunitensi sono aumentate del 63% rispetto all’anno precedente. Dati alla mano, non è un esodo, né una fuga nel senso tradizionale, ma indubbiamente – anche secondo molti analisti e osservatori – è il segnale di una trasformazione (magari più silenziosa) nel modo in cui una parte della società americana guarda al proprio futuro.
A documentarlo è il Financial Times, sulla base di dati ufficiali irlandesi: quasi 19mila domande nel 2025 contro poco più di 11mila dell’anno precedente. Il principale canale resta quello della discendenza – il Foreign Birth Register – che consente a chi ha genitori o nonni irlandesi di ottenere la cittadinanza. Una possibilità consolidata nel tempo, ma oggi utilizzata con maggiore frequenza e, soprattutto, con una diversa urgenza.
Il fattore politico e i suoi limiti
Tra le cause, secondo legali e consulenti citati dal quotidiano britannico, pesa il clima politico interno, in particolare dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump e il suo approccio su immigrazione e diritti civili. Tuttavia, ridurre il fenomeno a una reazione diretta alle scelte dell’amministrazione rischia di semplificare eccessivamente una dinamica più complessa.
Il passaporto come «piano B»
Prende forma, piuttosto, una logica di lungo periodo: il passaporto come strumento di protezione. Non necessariamente un progetto di partenza immediata, ma un modo per mantenere aperte opzioni future. Una strategia che diversi osservatori definiscono contingency planning e che si sta diffondendo oltre i tradizionali ambienti più mobili. Un fenomeno che, per esempio, anche l’Argentina registrò in concomitanza della crisi economica argentina, tra la fine degli anni novanta e l’inizio del decennio successivo, con un aumento esponenziale delle richieste di cittadinanza italiana (e dunque di passaporto europeo) da parte di discendenti dei nostri tanti emigranti.
In questo nuovo quadro si inseriscono anche fattori più ampi, richiamati dalla stampa britannica, come la diffusione del lavoro da remoto, una maggiore accettazione della mobilità internazionale dopo la pandemia e una crescente attenzione alla qualità della vita. (non è una novità che in Europa ci si alimenti e si viva meglio che in Usa). Tutti elementi che non spiegano però da soli il fenomeno, ma ne amplificano la portata.
Perché proprio Irlanda
L’Irlanda rappresenta una potenziale meta particolarmente favorevole per gli americani a caccia di un passaporto europeo (si stima infatti che gli statunitensi discendenti da irlandesi siano circa 55 milioni): la comune lingua inglese, la forte integrazione economica con gli Stati Uniti e l’accesso al mercato unico europeo rendono così molto attrattivo il percorso di riconoscimento della cittadinanza rispetto ad altri Paesi. E non a caso, secondo i dati citati dal Financial Times, una quota significativa delle domande si traduce in cittadinanze effettivamente concesse.
Il fenomeno, però, non si limita a Dublino. Anche il Regno Unito registra un aumento delle richieste di cittadinanza da parte di americani: circa 8.800 nel 2025, in crescita di oltre il 40%.
Le altre rotte europee
Irlanda e Uk non sono però casi unici. Analisi riprese da Bloomberg e Reuters segnalano un interesse crescente da parte degli americani anche per Paesi come il Portogallo, la Spagna e l’Italia. In ciascun caso, le motivazioni variano ma il filo conduttore resta la ricerca di maggiore flessibilità.
Anche in questi casi, le scelte non si traducono automaticamente in trasferimenti immediati, ma contribuiscono a costruire una rete di possibilità. Una forma di mobilità potenziale, insomma, più che effettiva.
Tra intenzioni e realtà
I dati indicano comunque che, accanto all’interesse formale per la cittadinanza, cresce anche la mobilità reale. In Irlanda, il numero di cittadini statunitensi trasferitisi nel Paese è quasi raddoppiato in un anno. E, seppure su numeri ancora contenuti, aumentano anche le richieste di protezione internazionale da parte di americani, fenomeno che alcuni osservatori collegano in particolare alle condizioni di specifiche minoranze.
Parlare di «fuga» resta prematuro. Gli Stati Uniti continuano ad attrarre capitali, talenti e studenti e non emergono segnali di un’inversione concreta e strutturale dei flussi. Tuttavia, un cambiamento di atteggiamento è in atto. Più che un esodo, prende forma la normalizzazione di strategie finora tipiche delle élite globali: diversificare il rischio geografico, mantenere accesso a più sistemi giuridici, ampliare le possibilità di scelta. Non si tratta ancora di partire, ma di poterne avere la possibilità. Ed è proprio questo slittamento – dall’appartenenza data per scontata all’idea di alternativa – a segnare una discontinuità nella cultura di un Paese tradizionalmente centrato su se stesso.