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 2026  aprile 26 Domenica calendario

Quando Filò ricucì il dialetto

«Caro Andrea… e adesso debbo doppiarlo questo film che ho spericolatamente girato in inglese e tra i tanti problemi c’è anche quello del dialetto veneto». Comincia così la lettera che nel luglio 1976 Federico Fellini indirizza ad Andrea Zanzotto chiedendogli un aiuto per completare il suo Casanova. Il regista non pensa a coloriture di maniera da inserire qua e là, ma propone un esperimento sofisticato, per il quale traccia la strada all’amico. «Vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti, si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, con un’estrosa promiscuità tra quello del Ruzante e quello del Goldoni, o riscoprendo forme arcaiche o inventando combinazioni fonetiche e linguistiche in modo che l’assunto verbale rifletta il riverbero della visionarietà stralunata che mi sembra di aver dato al film».
Non c’erano espressioni più seduttive per coinvolgere il poeta che meglio di ogni altro ha esplorato i labirinti del linguaggio. Zanzotto va a Roma, scorre la pellicola in montaggio ed entra nella dimensione parallela che è il cinema. Quando rientra a Pieve di Soligo, il suo angolo d’arcadia nell’Alto Trevigiano, si mette a scrivere squadernando il brogliaccio di Fellini. Nessuna incertezza: i versi adatti alle sequenze vengono da soli. E sono una piccola meraviglia.
La prima sequenza riguarda un rito notturno sul Canal Grande, dove un’enorme testa di donna, «la gran madre mediterranea, la femmina misteriosa che abita in ciascuno di noi», viene tirata su dalle acque, nelle quali però torna a inabissarsi. Il regista vorrebbe che la scena fosse accompagnata da «orazioni propiziatorie, implorazioni iterative, fonie seducenti, litanie evocatrici», e poi da «irriverenze, insulti, sberleffi», producendo «una ragnatela sonora sacra e popolare». E qui il poeta scandisce, con sottili richiami erotici, un dialogo tra popolo e doge, ritmato da cori, «aàh Venissa, aàh Venùsia», che titola Recitativo veneziano. La seconda sequenza si riferisce all’incontro di Casanova a Londra con una gigantessa veneta rifugiata in un luna-park e questa «straordinaria incarnazione femminile» si presenta mentre fa il bagno in una tinozza, accudita da due nanetti napoletani. A Fellini piacerebbe che intonasse «una canzoncina infantile e dolente», una filastrocca in petèl, il linguaggio pre-logico carico di nonsense e distorsioni con il quale madri e nutrici cullano i lattanti nelle Prealpi. Ciò che il poeta sublima nel bamboleggiato intarsio della Cantilena londinese.
Per Zanzotto questo lavoro non è una prova di destrezza letteraria. È l’epifania poetica del dialetto, un’apparizione che lo scuote. Infatti, lui stesso evoca il logos erchomenos dei Vangeli, per definire il dialetto come la «parola che viene» (dal cuore) e che gli apre un nuovo spazio di libertà. Una possibilità di andare oltre «l’italiano illustre e monumentale» che ormai rischia di decadere a lingua «esangue, amorfa, pidocchiosa di stereotipi e cascami video-burocratici».
Insomma, è come se, grazie all’esperienza accanto a Fellini, avesse trovato non un fossile linguistico da rimaneggiare, ma una sorgente ispiratrice di riserva, in grado di dare energia ai suoi processi creativi. Scelta che scompagina i canoni. Così, a margine dei versi per il film, compone un poemetto civile che battezza con la parola Filò, richiamandosi alle interminabili chiacchiere dei contadini durante le veglie invernali nelle stalle, con le donne in un angolo a filare la lana.
La meditazione a due voci (un rimbalzo tra la lettera del regista e i versi con una nota del poeta) produce un libro che il drammaturgo Giuliano Scabia, citando Dante, ha definito il «De vulgari eloquentia del Novecento». Di Zanzotto e Fellini insieme. Il pretesto scatta con l’evocazione del devastante sisma in Friuli, avvenuto in quei mesi («santa tera, tu trema. Tera, coss’ atu, tera?»), per addentrarsi nella magia della lingua. Il viaggio di chi ha sempre cercato la propria identità nell’idioma della valle in cui è nato, stavolta colloquiando in dialetto con il dialetto personificato e che incita a non lasciarsi umiliare e uccidere: «Ma ti, vecio parlar, resisti», dice, commuovendosi. Versi che sono ormai un classico.
Zanzotto è culturalmente cosmopolita, con una compresenza di lingue nella sua poesia: l’italiano classico, con le radici latine, il francese, il tedesco, l’ebraico e l’inglese basic. E ha parecchi amici che scrivono in dialetto (da Giacomo Noventa a Pier Paolo Pasolini, da Ernesto Calzavara ad Amedeo Giacomini e Luciano Cecchinel), ma il suo approdo letterario all’idioma materno non è comprimibile in una logica di nicchia assegnata a ristrette tribù di lettori.
È l’evoluzione di una diglossia che svilupperà un esperimento iperletterario giusto cinquant’anni fa. Sì, perché in quel 1976, mentre nelle sale si proietta Casanova, nelle librerie esce Filò, destinato a rivelarsi uno strumento cruciale per accostarsi alla coltissima e filosofica opera di questo maestro di poesia e di coscienza.
Un anniversario che ci rimanda a una fase storica di profonda metamorfosi del Paese, con il passaggio dal boom economico alla riscoperta delle radici per superare un’omologazione culturale già in corso. Stagione che il poeta ha vissuto sentendosi assediato da mille lacerazioni. Alcune delle quali cresciute strumentalmente anche sull’uso del dialetto, quando un pezzo d’Italia vagheggiava il ritorno alle piccole patrie, mentre lui cercava un rapporto morale con il mondo.
Vale la pena di rileggere ciò che disse a proposito della sua riscoperta del dialetto in Filò. «Quei testi erano in maturazione da alcuni anni dentro di me, con l’idea di comporre un’elegia in dialetto sulla fine del dialetto, perché cominciavo ad avvertire il venir meno del suo uso un po’ dovunque. “Buona gente senza più dialetto…”, avevo scritto, ed era la denuncia di una patologia, anzi, quasi un certificato di morte. L’antica parlata declinava e i detriti del suo smottamento ne segnavano una corruzione… Tutto questo mi preoccupava non perché vagheggiassi chissà quale piccolo mondo antico ma perché era un impoverimento progressivo del nostro alfabeto interiore. Che uccideva a poco a poco il dialetto, lingua perpetua, passata di bocca in bocca in modo inconscio e cresciuto quasi per trasmissione genetica. Per questo non ho mai creduto alle ipotesi di fasulle imbalsamazioni o al recupero di parole ormai da troppo tempo esiliate. Parlarlo, bisogna, e anche scriverlo».