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 2026  aprile 26 Domenica calendario

La miopia italiana sulle spese

L’inutile polemica sulla mancata uscita anticipata dalla procedura europea per deficit eccessivo è l’occasione per riflettere su alcune grandi questioni di cui ci occupiamo poco. L’obiettivo del rientro, un anno prima, tra i «virtuosi» dell’Unione era politicamente apprezzabile a dimostrazione di un governo che tiene (è ancora così?) all’equilibrio dei conti. Ma la congiuntura è avversa. Le regole europee si fanno strette, insopportabili. La tentazione di forzarle è a volte irresistibile. Quel 3,1 per cento di indebitamento netto nel 2025 è ben poca cosa rispetto al quadro d’insieme. Stiamo parlando di sassolini rispetto alla montagna del bilancio pubblico. Certo sarebbe bastata un po’ più di avvedutezza tecnica per gestire meglio le dinamiche di una spesa pubblica che ha superato i 1.150 miliardi, oltre la metà del Prodotto interno lordo (Pil), e ridurre il deficit sotto il 3 per cento.
Stupisce – ed è questa la prima amara considerazione – che sia pressoché assente, nel dibattito pubblico, la discussione sulla quantità e, soprattutto, sulla qualità della spesa pubblica. Si obietta che oggi avremmo bisogno di maggiori risorse per contrastare, in particolare, gli effetti dei rincari energetici. Giusto. Ma proprio per questa ragione dovrebbero essere ancora più intollerabili sprechi e misure che vanno a favore di categorie non proprio bisognose. E sono tante. Di spending review non si parla da un pezzo.
Attività declassata a forma ferocemente inutile di austerità (altra parola messa al bando). D’accordo, molte delle uscite dello Stato sono incomprimibili, come stipendi e pensioni, altre hanno una progressione automatica. I tagli dell’ultima legge di bilancio sono stati modestissimi, figurativi. Un’azienda o una famiglia che ritenesse intoccabili le spese sarebbe avviata al fallimento o alle soglie della povertà. Ricordiamo, en passant, che il sommerso è stimato (dati 2023) nel 10 per cento del Pil, poco più di 200 miliardi, l’evasione fiscale e contributiva, seppur in leggero calo, a oltre 100 miliardi. E stiamo a parlare di decimali?
Ma c’è qualcosa di più, in questa inclinazione collettiva, che va al di là delle responsabilità di governo. E, se volete, è più preoccupante dell’ampiezza dei numeri. Ed è una convinzione che unisce ormai partiti e categorie (l’unità nazionale non è sempre una virtù). Ovvero che non vi sia più alcun limite reale di bilancio. E ogni regola o prudenza sia l’altra faccia della pavidità politica. Le necessità, dunque, tra le quali quelle, purtroppo del riarmo, hanno sempre la precedenza sull’equilibrio dei conti. Possiamo permettercelo ancora a lungo? No. Sarebbe onesto dirlo alle famiglie italiane che sono le meno indebitate rispetto al reddito in Europa? Sì. L’ipotesi di fare nuovo debito, anche rompendo unilateralmente la disciplina europea, è una suggestione bipartisan. E vede persino d’accordo la Confindustria e la Cgil. Questo spiega anche perché un dato presente nel Documento di finanza pubblica (Dfp) – ovvero il rapporto tra debito e Pil, salito molto più del previsto al 137,1 per cento e quest’anno superiore a quello della Grecia – sia passato pressoché inosservato. Non si può liquidare la questione dicendo che è il risultato di una crescita più modesta. Tra l’altro la previsione governativa di un aumento del Pil quest’anno dello 0,6 per cento è già autosmentita. Nessuno teme più la reazione dei mercati finanziari. La storia del decennio scorso non insegna nulla. Si dà, correttamente, la colpa agli effetti imprevisti del 110 per cento e dei vari bonus edilizi. Uno scandalo repubblicano che ha degli autori, ancora incredibilmente orgogliosi di averlo inventato, e molti complici e beneficiari che oggi fanno finta di nulla.
Uno dei segni inconfutabili della miopia italiana è che parliamo troppo, e a sproposito, di come distribuire nuove risorse e pochissimo di come crearle. Cioè, tanto per fare qualche esempio, di come migliorare la produttività, puntare di più su ricerca e formazione, favorire la crescita dimensionale delle aziende, attrarre investimenti esteri, non avere paura della concorrenza, subire meno il ricatto delle corporazioni. Ci rallegriamo dell’aumento dell’occupazione – indubbio risultato ottenuto dal governo – ma non riflettiamo sul fatto di avere il più alto tasso di inattività in Europa. C’è chi lavora tanto ma anche tanti che non lavorano. Pochi i laureati che in gran parte emigrano. L’industria esportatrice miete grandi successi ma siamo il Paese, secondo il Global Entrepreneurship Monitor, con la più bassa propensione ad avviare un’impresa. È come se ci fossimo rassegnati al declino indotto da una demografia avversa cullandoci nell’illusione che si possa vivere di rendita (grazie a un po’ di risparmi, spesso investiti male). E, peggio, che si possa campare in molte regioni di solo turismo senza l’intralcio di fabbriche, raffinerie, impianti per le rinnovabili.
L’Italia – scrivono Guido Ascari e Riccardo Trezzi nel loro libro, per ora autopubblicato, Fotografia di un declino – è cresciuta negli ultimi vent’anni meno di chiunque al mondo. Solo 8 Paesi hanno fatto peggio di noi, ma il confronto è ancora più imbarazzante perché devastati da guerra (Sudan) o impoveriti da regimi autoritari (Venezuela). I due economisti si chiedono anche come sia stato possibile che la somma di Pnrr e vari bonus, ormai vicina ai 500 miliardi, circa il 20 per cento del Pil, abbia avuto un impatto così modesto sulla crescita. Quanti investimenti a vuoto e quanti soldi sprecati? Vogliamo parlarne? Non sono sassolini.