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 2026  aprile 26 Domenica calendario

Intervista a Luisella Costamagna

Luisella Costamagna, da quando le hanno chiuso Tango, il programma che presentava su Rai2, non ha più una conduzione. Fa però spesso l’opinionista. Si trova bene?
«Io colgo le occasioni dove sono libera di fare il mio mestiere, non ho mai avuto un posto garantito. Andavo fiera di Tango, che avevo scritto interamente io. Facemmo anche lo scoop con Rita Dalla Chiesa (disse che il padre era stato ucciso non solo a causa della mafia, alludendo anche a un favore politico, Costamagna domandò esplicitamente se c’entrasse Andreotti, ndr). Era un programma unico e costava pochissimo. Dicono di averlo soppresso per tagli al budget… per altri i costi sono lievitati. Sono stata l’unica a essere epurata, alla fine».
Come l’ha presa?
«Male. Più vai avanti più diventa faticoso e ingiusto. Ma sono più ottimista di quanto pensassi. E mi sono arrivate tante proposte. L’opinionista a È sempre Cartabianca e La vita in diretta non è il mio primo mestiere, ma mi dà comunque soddisfazione».
La sua figura, per molti, è legata ai programmi di Michele Santoro.
«È stato il primo a credere in me. Arrivavo da un tg regionale, gli mandai un curriculum. Il giornalismo vero è cominciato con lui. Gli devo e gli dovrò sempre tantissimo. Ma, nel tempo, mi ha deluso molto».
Cosa è accaduto?
«Non entro nel merito preciso. Dopo l’epocale puntata di Servizio Pubblico del 2013 con Berlusconi, capii che avevamo due concezioni diverse. Per lui il 33% di share giustificava qualunque cosa. Per me no. Gli riconosco tutto: la formazione, la televisione, la sintesi, la capacità di evento. Una televisione così manca, ma non si potrebbe fare più».
Costanzo.
«È stato l’opposto. Santoro è la poltrona che scotta. Con Costanzo era la poltrona fintamente accomodante. L’ospite si sentiva a suo agio, lui la prendeva alla larga, pacioso, tranquillo, e otteneva moltissimo. Mi manca Maurizio, gli ho voluto bene. Ho riso molto con lui».
Per cosa?
«Maria cercava di metterlo a dieta. Lui ordinava in diretta la frittura di pesce… Adorava le tartarughe, me ne aveva regalate anche. E amava i Bassotti, si riconosceva in loro: diceva che non hanno percezione delle proprie dimensioni, attaccano anche il cane più grande, coraggiosi e testardi. Io oggi ho un Terranova e un Bassotto: Doc e Goku. Sono il bianco e il nero, come la mia testa. Purtroppo faccio fatica a vedere i grigi, le vie di mezzo».
Il «caratterino» da dove viene?
«Una volta che nell’infanzia sei riuscita a reggere quell’autoritarismo e quel potere, poi, nella vita professionale, ti diventa abbastanza indifferente».
Suo papà?
«Una volta arrivai con cinque minuti di ritardo e lo trovai con la chiave nella toppa che mi chiudeva fuori. Abitavamo a San Gillio, fuori Torino. I miei fratelli uscivano, io no».
È stata una ribelle?
«Ero figlia di Ogino-Knaus, quindi non voluta, femmina, con mio padre che, per dire, ci portava a sciare ma le lezioni le pagava solo a mio fratello. Il destino che mi prospettava era: vieni a fare la segretaria d’azienda da me. L’ho deluso».
Come?
«Al liceo diventai di sinistra, lui era di centro-destra. In casa c’erano discussioni feroci. Io feci l’occupazione della Pantera nel 1990. Per lui era fumo negli occhi».
Quindi, alla fine, niente segretaria d’azienda. Ce l’ha fatta a scappare…
«Ho sempre sognato di andare via, fin da bambina. Il mio sogno era farmi adottare da quelli di Holiday on Ice. Sono cresciuta guardando i film di Sandra Dee, Peyton Place, Marilyn Monroe, Come sposare un milionario. Sognavo New York, il successo. E intanto mio padre, nei weekend, tagliava l’erba e io dovevo raccogliere le foglie e metterle nei sacchi neri. Quando mi vedeva che li trascinavo, mi diceva: “Che fai, vai a New York?”. È una cosa tristissima a raccontarla, ma era così. Avevo bisogno di ribellione, di stacco. Non stavo bene in casa. Una volta mi barricai nella casa del custode, dovettero buttare giù la porta».
Oggi?
«Papà è morto presto, non mi ha vista diventare giornalista. Forse, sarebbe stato fiero di me. Con gli altri, ci vogliamo bene a distanza».
Torniamo al 1990 e alla Pantera: lì incontra il suo compagno della vita, lo scrittore Dario Buzzolan.
«Me lo presentò il mio ex fidanzato, erano amici. La prima sera litigammo per la politica. Faceva Filosofia, come me. Ci baciammo la prima volta una notte che ci fermammo a dormire all’Università. Da quel momento non ci siamo più lasciati. Non ricordo neanche la data precisa, lui sì. Una coincidenza ci unì tanto: suo padre, Ugo Buzzolan (giornalista de La Stampa, ndr), è morto di tumore un mese prima del mio, che mancò improvvisamente per un aneurisma».

Oltre tre decenni che state insieme, e lei non lo vuole sposare. Perché?
«Viviamo nel peccato da 36 anni. Me l’ha chiesto due volte, anche di recente: anelli, partecipazioni, tutto. Io ho sempre detto di sì, ma poi non organizziamo mai. Lo faremo, per una questione più che altro burocratica, per nostro figlio e per la pensione. La nostra unione è nei fatti. E poi io odio le feste, l’idea del matrimonio con tante persone mi mette ansia. Credo moltissimo nella coppia: sono professionalmente anarchica, ma affettivamente monogama».

Quanto siete simili e quanto diversi?
«Lui è quello che dice sempre: “Pensiamoci”, io invece parto. È una persona presente, concreta, anche nella gestione della famiglia. Dice che ha due figli: Davide e me. Sono la sorella, più che la mamma».

Ed è così?
«Tra me e mio figlio il rapporto è molto paritario. Non litighiamo, non sono una madre autoritaria, ma discutiamo. Dario è l’Onu».

La sua professione l’ha resa assente?
«In alcuni periodi sicuramente. Quando conducevo Agorà mi svegliavo alle quattro, tornavo a casa, riunione, pisolino e poi scrivevo per il giorno dopo. Sono stati anni complicati, a scuola Davide è stato seguito di più dal padre: era lui nella chat delle mamme. Confido però di avergli dato un buon esempio. Quando un programma chiude, gli dico: “Tranquillo, è andata così. Ce la faremo comunque”. È questo l’importante. E la casa piena di libri, i valori, l’idea di libertà, l’autonomia, la responsabilità. Ha fatto il Classico e oggi studia Fisica. È una strada difficile, ma sua. E io sono contenta così».
Era felice di vederla a Ballando con le stelle?
«Nessuno di loro due era d’accordo, all’inizio. Poi sono diventati i miei fan più sfegatati».
Cosa ha rappresentato per lei?
«Un’esperienza bellissima e anche un rischio enorme che mi sono presa, sia professionale che fisico. Mi sono portata gli acciacchi dietro per un anno. Avevo già rifiutato qualche tempo prima, quello era il momento giusto».
Il suo Holiday on Ice.
«Me lo sono goduto tutto: danza, paillettes, parrucche…Mi ha regalato una grande popolarità, con un pubblico diverso. Molti giovani mi hanno conosciuta lì e sono rimasti. Mi ha dato anche più scioltezza nel parlare di temi più pop, non solo di politica. In realtà quella corda l’avevo già, ma con Ballando è diventata più evidente. Però, da un punto di vista umano, è stata una pessima esperienza. Ci sono stati dei risvolti molto sgradevoli e delicati, ma non è ancora il momento di raccontarli».
La sua caratteristica principale?
«Come mi ha detto un avvocato: la mia libertà è il mio orgoglio e la mia maledizione. Pago prezzi alti».