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 2026  aprile 26 Domenica calendario

Intervista a Lino Banfi

La prima volta con Edwige Fenech?
«Le dovevo toccare il seno, ero in imbarazzo, avevo paura di farle male, ero molto delicato, il regista mi fece ripetere la scena finché un elettricista mi urlò: “Te voi sbrigà? Guarda che non stai a svità ’na lampadina”. Da allora io e lei ci scherziamo sempre: “Come stanno le lampadine?”».
Anni di gavetta e fame vera, poi l’esplosione nei ’70 con la commedia sexy all’italiana, Lino Banfi ha incarnato un’Italia provinciale e ingenua con una maschera che ha segnato un’epoca anche grazie a quel linguaggio comico italo-pugliese con sovrabbondanza di «e» a sostituire le «a». Con il tempo poi ha saputo reinventarsi, passando dalla comicità più farsesca al ruolo più rassicurante di nonno degli italiani. Una vita che è un romanzo e che ora racconta nell’autobiografia 90, Non mi fai paura! che esce martedì 28 per HarperCollins.
Ha recitato con le bellissime di allora: oltre a Edwige, Anna Maria Rizzoli, Nadia Cassini, Gloria Guida, Barbara Bouchet: tentazioni diaboliche sul set?
«Era lavoro, ma siamo esseri umani: durante quelle scene erotiche e davanti a bellissime colleghe nude, vivevo una grande battaglia interiore. Provarci o resistere? Il dubbio ogni tanto emergeva. Soprattutto perché con me erano tutte molto carine: capitava che la testa partisse e facesse dei viaggi che soltanto un film di fantascienza avrebbe potuto giustificare».
Come tornava sulla Terra?
«Tra me e me, dicevo: perché dovrebbero fare una fesseria con un cretino, grasso e basso come me, solo perché facciamo il film insieme?».

Aveva il complesso del fisico?
«Mi ha sempre fatto soffrire, andavo da Mességué, perdevo 10-12 chili e li riprendevo con gli interessi: la mia maschera di pugliese grasso e pelato, li mortecci sua, era al sicuro».
La accusavano di fare film «zozzi».
«Io ribattevo con l’ironia: le ragazze fanno otto docce al giorno, altro che zozzi! E poi ho fatto carriera: a scuola da bidello a preside, nell’esercito da marmittone a colonnello».
Prima zozzi, poi cult.
«Con il tempo, come nei film di mafia, sono usciti i pentiti. Oggi li elogiano».

Sempre mezzi nudi sotto le lenzuola: come faceva?
«In quelle situazioni non riuscivo a controllare il mio corpo che, come può immaginare, reagiva. Quando mi scusavo con Edwige lei rispondeva divertita: meglio così, se non ti accadesse nulla vorrebbe dire che sono brutta!».

Gloria Guida?
«Si lamentava: “Diventerò vecchia facendo la liceale?”».
Quando ha capito che sapeva far ridere?
«Durante i bombardamenti del 1943. Avevo costruito due pupazzi mostruosi, fatti male, con la mollica di pane, con armi che avevo messo insieme io, Orlando e Rinaldo, per farli combattere fra di loro. Li facevo parlare come mio zio Michele, quello che diceva: “Ti spezzo la noce del capocollo, ti metto l’intestino a tracollo, prendo il menisco e te lo metto nell’occhio”. I bambini smettevano di piangere e iniziavano a ridere. Senza saperlo avevo già trovato il mio mestiere: far ridere facendo il cretino. Il mio personaggio è nato allora».
L’altro pezzo lo ha aggiunto qualche anno dopo, quando spiava le suore...
«A 15 anni convinsi un mio amico a scappare dal seminario per andare a spiare le suore del vicino convento, gli dicevo: magari vediamo dalla finestra le monache quando si spogliano, una mezza coscia, un braccio. Ero o non ero destinato, un giorno, a fare un certo tipo di film?».
Se l’è vista brutta tante volte.
«Ho venduto Rolex finti e borse false, ho fatto il palo per dei napoletani che stavano per svaligiare un appartamento ma poi sono scappato, sono finito a dormire dentro un vecchio vagone ferroviario in stazione Centrale a Milano. Mi feci operare alle tonsille per avere un posto dove dormire e un pasto caldo: un medico si commosse e mi tenne una settimana in più in ospedale per farmi mangiare».

A Canosa la snobbavano.
«Quando ancora non ero nessuno mi sentivo schiacciato dalla cattiveria della gente, dal giudizio subdolo di chi diceva che non sarei mai diventato un vero attore. Fu in quel momento fragile che un pensiero buio mi attraversò la mente. Per un attimo sfiorai l’idea del suicidio».
La prima svolta arrivò con il cabaret, in sostituzione di Montesano che si trasferiva a Milano per la Rai.
«Lui aveva litigato con il proprietario di un locale: “vattene pure, ma sappi che ti sostituiremo con il primo stronzo che troviamo”. Ecco, quello stronzo ero io. Ma il mio personaggio fu un successo».
Totò la raccomandò.
«Scrisse una bella lettera: “È un bravo ragazzo, è fresco di studi, è pugliese, si comporta bene in palcoscenico, non tocca i culi delle ballerine” – era scritto proprio così – “e non si perde nei congiuntivi e nei condizionali”. Questa mi è rimasta impressa. Perché non perdersi nel congiuntivo e nei condizionali era sinonimo di laurea, anzi di più lauree».
Poi la carriera decollò. I successi con la commedia sexy, film come «L’allenatore nel pallone», un altro cult.
«L’idea venne a Nils Liedholm, che all’epoca allenava la Roma, la mia squadra del cuore».
La scena finale nacque da un’improvvisazione.
«Sentii davvero un fastidio nelle parti intime, alle pelle per dirla tutta, perché nel sollevarmi mi avevano afferrato male. Così nacque la frase: “Mi avete preso per un coglione, mentre i tifosi mi rispondevano: ma no, sei un eroe”».
Nonno Libero invece all’inizio non le piaceva.
«Vidi il format spagnolo. Le prime impressioni furono molto negative, era un personaggio un po’ scurrile, io invece pensavo al classico nonno italiano in cui tanti avrebbero rivisto il proprio. Il successo fu dovuto anche a questo: ero sul set come se fossi a casa».
A luglio ne compie 90, un numero che tutti associano alla paura.
«Io e la morte stiamo facendo amicizia. Le ho già detto in diverse occasioni che c’è tempo: “Passa in un altro momento, non c’è fretta!”. Anche perché, a me, ’sto novanta non mi fa mica paura».
Cosa vorrebbe oggi?
«Vorrei tanto sognare mia moglie Lucia, ma non ci riesco. Sono tre anni e mezzo che se n’è andata, ce la metto tutta. E allora mi chiedo continuamente: “Ma come mai? Mi tocca di diritto, io sono tuo marito, perché non puoi venire in sogno? Forse ti ho fatto qualche sgarbo che non mi ricordo?”. Quando fui eletto membro dell’Unesco lei fece una battuta bellissima: “Il nostro è un matrimonio dell’umanità”. Anche se in realtà fu della disumanità, perché ci siamo sposati alle sei del mattino».
Fuitina e matrimonio lampo.
«Due minuti e quindici secondi di cerimonia nuziale, un vero record! Non facemmo in tempo ad alzarci dall’inginocchiatoio che il parroco era già scappato via».

Ha sfiorato Sanremo.
«Biagio Agnes disse che ero maturo per presentare il Festival, ma Aragozzini che lo organizzava non mi riteneva abbastanza bello in smoking».
Un cruccio?
«Prima di lasciare le penne alla mia bella età, avrei gradito un bell’applauso di Sanremo con il pubblico che ti saluta. Sono stato ospite in platea con Carlo Conti e prima con Amadeus e Fiorello: potevano benissimo farmi un saluto, io me lo aspettavo».
A Venezia incontrò Quentin Tarantino, grande cultore dei «B movie», che le fece grandi elogi, le disse che avreste fatto un film insieme.
«Quel giorno aveva sicuramente bevuto, stava allegro. È andata come è andata, ma l’importante è che me lo disse. E poi, io canosino e lui Tarantino, tra conterranei pugliesi, speravo ci fosse un occhio di riguardo».