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 2026  aprile 26 Domenica calendario

Iran, il regime sotto assedio inasprisce la repressione

Il responsabile della Giustizia iraniana Mohsen Ejei non poteva essere più chiaro: spie e traditori saranno giudicati sulla base della legge marziale, adottando misure giustificate dalla fase bellica. Ed ecco le ampie retate alternate alle azioni del boia, un messaggio preventivo quanto brutale verso il dissenso o chi ha scelto di collaborare con l’asse Usa-Israele.
L’ultima sentenza ha portato sul patibolo Mehdi Farid, un membro dell’Agenzia atomica nazionale. Fermato nel 2023, era stato condannato a dieci anni di prigione ma poi hanno deciso di ucciderlo. Secondo la magistratura ha cooperato con il Mossad israeliano fornendo informazioni e infettando il sistema digitale.
Queste sono le accuse più comuni lanciate verso uomini e donne finiti in prigione sia prima del conflitto che in epoche successive. Il 20 aprile invece sono state eseguite due pene capitali nei confronti di un paio di mujaheddin del popolo, membri di uno dei gruppi d’opposizione interna. In precedenza, tra agosto e ottobre, erano stati giustiziati un tecnico e uno scienziato del settore nucleare, ritenuti collusi con il nemico.
Le esecuzioni contro questa «categoria» di imputati sono una risposta alle infiltrazioni delle intelligence avversarie. Nella crisi di giugno e durante Epic Fury lo spionaggio israelo-americano, agendo talvolta in coppia, è riuscito a penetrare il livello più alto del regime. L’eliminazione in serie degli scienziati coinvolti nei progetti di ricerca, la fine traumatica di molti generali e soprattutto la decapitazione dei vertici della Repubblica islamica hanno rappresentato un colpo duro ma non definitivo. E, per questo, gli apparati di sicurezza hanno reagito con veemenza dando la caccia agli infiltrati, cercando complici dello Stato ebraico, aumentando la stretta attorno agli obiettivi strategici.
La determinazione, sottolineata dagli annunci pubblici, non rappresenta solo una contromisura scontata. Infatti, deve servire a rintuzzare eventuali polemiche o critiche interne: in passato gli omicidi mirati, ad esempio quello costato la vita al numero uno del programma nucleare Mohsen Fakhrizadeh, avevano scatenato polemiche. Alcuni esponenti avevano denunciato le carenze nella protezione delle personalità e la facilità con la quale il Mossad aveva piazzato le proprie pedine in settori sensibili. Rilievi accentuati da un intrecciarsi di versioni/speculazioni su alcuni di questi episodi, voci a volte incontrollabili che finivano per alimentare la propaganda avversaria.
Il secondo fronte aperto dalle autorità ha riguardato il vasto schieramento dell’opposizione, un «cartello» sotto il quale sono finiti dimostranti non organizzati e quelli invece parte di movimenti. I tribunali hanno processato persone che hanno partecipato alle proteste popolari dello scorso inverno, dimostranti bollati come vandali, accusati di aver attaccato la polizia, sedi ufficiali, target politici. Intensa la campagna contro le minoranze, dai curdi agli arabi, sospettati di essere la quinta colonna del Mossad e della Cia ma anche di qualche servizio del Golfo.
Sabato mattina l’agenzia Fars ha annunciato lo smantellamento di un network nelle province del Kurdistan e del Kermanshah, con la cattura di oltre 250 «controrivoluzionari». Secondo le fonti ufficiose erano pronti a passare all’azione con il sostegno degli Stati Uniti e dei «sionisti». L’operazione si collega ad interventi simili condotti nella regione petrolifera del Khuzestan dove agiscono separatisti arabi: i pasdaran avrebbero bloccato uno dei capi.
La «stretta» sul Paese risponde ad esigenze diverse. Serve da ammonimento. Punisce chi si è ribellato. Toglie ossigeno a coloro che pensano di sollevarsi ancora. E ciò avviene in un Iran sotto assedio, che prova a dettare condizioni ma deve evitare altre conseguenze negative mentre i suoi dirigenti hanno visioni non uniformi. Allora la repressione diventa uno strumento indispensabile per rinforzare la corazza e prevenire crepe.