Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 25 Sabato calendario

Intervista ad Alvaro Martini

La gara con Ralph Lauren per aggiudicarsi i quadri migliori, la parmigiana cucinata per una giornalista del New York Times, il siero di serpente bevuto in una bettola di Taiwan. E poi, l’amicizia con Céline Dion e il viaggio mancato con Richard Gere. È un personaggio dalle mille sfaccettature Alviero Martini, lo stilista famoso in tutto il mondo per “1^ Classe”, il marchio, soprattutto di borse, con le iconiche mappe geografiche vintage.
Oggi, a 75 anni, ha aperto le porte della sua casa milanese e messo all’asta opere e collezioni raccolte nel corso di una vita da nomade, prima di trasferirsi a pochi isolati di distanza: «Come dice la fisica quantistica, se non ti liberi di qualcosa non puoi fare spazio a qualcosa di nuovo che arriva».
I traslochi sono sempre stressanti. Lei come li vive?
«Nella mia vita ne ho fatti 25, sono allenato. Da Cuneo sono andato a Roma, poi a Milano, New York, Rio de Janeiro, perfino a Honolulu».
Questa non è la sua prima residenza milanese.
«No affatto. A Milano ho avuto una villa meravigliosa dove organizzavo feste di beneficenza con oltre 600 persone. Venivano anche i divi di Hollywood».
Ne ha conosciuti tanti?
«Sì, alcuni li ho anche ospitati. È successo sia con Dustin Hoffman, che veniva a trovarmi in boutique ogni volta che atterrava a Milano, sia con Adrien Brody, con cui andavo a cena. Céline Dion e Whitney Houston le incontravo invece a New York: non si spostavano da lì».
Poi è arrivato in questa casa.
«È la somma di tutto ciò che ho accumulato nel corso degli anni. Ho iniziato a 14 anni comprando due cariatidi al mercato dell’antiquariato. Non me ne sono mai liberato, sono il mio portafortuna».
Ce n’è di roba in effetti…
«Riflette la mia passione per il déco. Per esempio ho due bellissime cabinet disegnate da Gio Ponti. Altri elementi – come i divani, il tavolo e alcune lampade – li ho disegnati io».
Una sorta di museo…
«Direi più la casa dei ricordi. Ora però è tempo di cambiare: come dice la fisica quantistica, se non ti liberi di qualcosa non puoi fare spazio a qualcosa di nuovo che arriva».
Ha anche un interesse per il mondo animale.
«Sì, infatti c’è una stanza piena di dipinti di animali realizzati da un pittore francese. Facevamo a gara con Ralph Lauren a chi riuscisse a comprarne i pezzi migliori: vincevo io perché il mio antiquario mi faceva visionare in anteprima il catalogo. Quando poi arrivava il collaboratore di Ralph Lauren, trovava solo gli avanzi. Abbiamo scherzato molto su questo (ride, ndr)».
Entrando in casa c’è una sua foto con Richard Gere.
«Nel 1996, nella mia boutique di Milano, ho curato una mostra di 11 scatti da lui realizzati in Tibet. Inizialmente Richard Gere aveva avuto contatti con Armani e Versace, ma non è andata. Allora ho presentato la mia idea e gli è piaciuta molto. È rimasto quattro giorni e siamo diventati amici. L’anno successivo saremmo dovuti andare insieme in Tibet, ma poco prima è arrivato un tifone e quel viaggio non si è più fatto».
Ha abitato in tanti posti. Per lei cos’è casa?
«Un nido tra un viaggio e l’altro. Sono nomade per eccellenza, ho visitato 97 Paesi diversi. E nella mia vita ho costruito nidi ovunque andassi».
Un esempio?
«Negli anni Novanta ho vissuto al cinquantesimo piano di un grattacielo a New York. Ricordo una giornalista del New York Times che è venuta da me per un’intervista. L’ho aspettata in grembiule da cucina e le ho preparato una parmigiana. Mi ha detto di non potersi fermare per cena perché attesa a un balletto al Metropolitan. Poi si è seduta e ha cominciato a mangiare. Alle tre di notte, era ancora seduta al tavolo».
Chi le ha insegnato a cucinare?
«Mia mamma. Preparo anche il bonet piemontese».
Ha viaggiato in tutto il mondo. Cosa l’ha spinta?
«La ricerca dell’autenticità, che ho sempre preferito ai grandi hotel e ristoranti».
Davvero?
«Altroché. Qualche anno fa ero in un Four Season a Taiwan: ero stanco di vedere i soliti ricchi snob e volevo qualcosa di vero. Così sono finito in un capannone in mezzo alla campagna: era un ristorante di serpenti. A ogni metro c’era un box e potevi scegliere la qualità che preferivi».
Quale ha scelto?
«Uno a caso. Hanno tagliato il serpente, ne hanno spremuto il siero e me lo hanno dato da bere: per la loro cultura è una bevanda afrodisiaca».
Era buono?
«No, non ho fatto il bis (ride ancora, ndr)».
Lei passa dai divi di Hollywood a mangiare i serpenti. Chi è Alviero Martini?
«Una persona di umili origini che non si è mai montata la testa. Ho visto molti darsi delle arie, ma a furia di indossare la corona non passavano più dalla porta. Vengo da Cuneo, non lo dimentico».
Prima ha accennato a sua madre.
«Era infermiera. Quando andava a fare le punture rimaneva anche un’ora a parlare con gli anziani: era una forma di assistenza sociale. Da lei ho ricevuto l’umiltà, è un dono straordinario».
Il suo successo più grande?
«Nel 1996, quando sono stato chiamato dall’allora presidente delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per ricevere il premio “Time for Peace”. Avevo coniato un aforisma che diceva: “Più importante della moda è lo stile, ma più prezioso dello stile è un sorriso”. Quella sera Céline Dion era in camerino con me».
Ha progetti per il futuro?
«In mente ne ho tanti, prima però devo adeguarmi al mondo dei social e dell’intelligenza artificiale: mi fa paura, nel bene e nel male. Però qualche idea ce l’ho...».
Sempre nella moda?
«No. La moda ormai è morta, è stata sopraffatta dal prodotto».
Che intende?
«Il prodotto lo fanno tutti quei negozi che vendono un capo a 19,99 euro, mentre il lusso è rimasto appannaggio di qualche maison che fa pagare una borsa 30mila euro ma in realtà usa la stessa pelle che uso io. Ormai è solo una questione di marketing».

Ora sta traslocando, la sua prossima abitazione sarà quella definitiva?
«Diciamo che ho un’età in cui potrebbe essere (ride, ndr)».