D - la Repubblica, 25 aprile 2026
Intervista a Marina Abramović
Dalle Alpi austriache Marina Abramović parla al telefono come dal quartier generale di una campagna militare. Cura l’ipertensione in un luogo di ritiro e di ripiglio, prepara la mostra a Venezia. Gestisce tutto, pure un istituto trasferito nell’antica Sparta dove ti tolgono il telefono e non mangi per cinque giorni. Ha quasi 80 anni. È l’artista vivente più famosa del mondo e tra mezz’ora deve meditare. Le dico che le farò solo domande stupide. Che non mi fido più dell’intelligenza. Lei accetta senza battere ciglio.
Marina, hai sempre avuto un rapporto molto forte con il tuo corpo. Questo significa – banalità? – che ne hai uno stretto con la tua salute.
“Sì, ma sai, quest’anno ne faccio 80. La salute diventa veramente una questione. Devo fare una sostituzione del ginocchio. Due anni fa, ho avuto un’embolia. Non posso volare, ho dovuto prendere una nave per andare a Londra. Ma fin dall’inizio, il training è stato veramente grande parte di tutto, come allenare la mente. E questo continua, perché voglio restare attiva più a lungo che posso”.
E la mostra che apre alle Gallerie dell’Accademia di Venezia in parallelo alla Biennale, Transforming Energy, ha chiaramente a che fare con questo.
“Quello che è importante in me è che io sposto gli interessi. Non ho più bisogno di dimostrare niente. Adesso ho dato il compito al pubblico. Questo lavoro è al 90% interattivo. L’unico modo di capire la performance è farla”.
Ti stai preparando alla morte?
“Ci penso tutti i giorni. Ogni mattina mi sveglio e mi chiedo quanto tempo resta. Pensare alla morte taglia le stronzate dalla tua vita”.
I tuoi genitori che cosa facevano nel Partito comunista jugoslavo?
“Erano funzionari molto alti, tutti e due eroi nazionali nella Seconda guerra mondiale. Mia madre era direttrice di un museo dell’arte della rivoluzione. Mio padre era un generale. Vengo da un background molto militare, tutto era disciplina. E ogni cosa ruotava intorno all’idea che la tua vita non fosse niente, che dovevi creare qualcosa di significativo per la società”.
È interessante che tu abbia usato spesso la croce come simbolo, lo stesso, appunto, della Jugoslavia di Tito.
“Io però mi sono ribellata. Per fare quello che fai, ti devi ribellare. Prima ai tuoi genitori, poi al tuo Paese, poi a tutto. Così trovi il tuo messaggio. La performance non era accettata in alcun modo come un genere di arte. Mi ci sono voluti 65 anni per diventare mainstream. Ma non ho mai mollato. Molti artisti della mia generazione hanno rinunciato già alla fine dei Settanta. Io no”.
Com’era l’Italia quando sei arrivata?
“Era il 1975, tutte le donne artiste erano come segretarie degli autori dell’Arte Povera. Creative meravigliose, ma senza voce. Io ero l’unica a cui non importava di questa presunta sottomissione. Ho preso posizione come un uomo e fatto il mio”.
Come diavolo fai a essere così bella?
“Non so. Mia nonna era stupenda. Mio padre sembrava una star del cinema. Ho dei buoni capelli. E una buona pelle”.
Hai capelli pazzeschi.
“Sai, quando una donna diventa vecchia, la prima cosa che fa è tagliarseli. Grande errore. I capelli sono il potere. Penso di avere l’aspetto che ho perché amo quello che faccio. Non sono delusa. Quando la donna è delusa, il marito la tradisce, il matrimonio non funziona, si vede. Io sono libera. Non ho mai voluto una vita normale. Non ho mai voluto figli”.
Andiamo sul pratico. Cosa ti metti in faccia?
“La crema del mio dermatologo”.
Mai fatta chirurgia plastica?
“Odio l’idea. Mai fatta. Non ho la bocca come una banana tagliata. Uso qualche laser per togliere le macchie marroni. Ma la plastica no, non la faccio”.
Scusa se sono troppo diretto, magari mi mandi a quel paese, ma sento che fai ancora del gran sesso.
“Sì, il sesso è importante. Il mio fidanzato ha 21 anni di meno”.
Ecco il punto, Marina.
“Il sesso è veramente importante. E il buon cibo. E la voglia di vivere e di essere felici. Chi è lui? L’americano Todd Eckert. Lavora con le tecnologie ibride. Ha appena finito una grande mostra al The Shed a New York”.
Bel fisico?
“Atletico. Corre ogni mattina”.
Deve lavorare sodo per te.
“Possiamo tornare adesso a Venezia?”
Certo, volentieri. Oltre ai lavori “interattivi”, riproponi anche The Lovers del 1998: è la storia straziante di tu e Ulay che percorrete dai due estremi, la Grande Muraglia, fino a incontrarvi. E lì decidete di lasciarvi.
“L’idea iniziale era di fare questa passeggiata e sposarci, ma poi la vita ha preso una piega diversa e ci siamo separati. Però non volevamo rinunciare al concetto, quindi abbiamo camminato solo per dirci addio. E poi dopo, sai, è successo di tutto. Lui è morto sei anni fa e io, insieme alla sua vedova, ho realizzato una grande monografica del suo lavoro. Merita di essere conosciuto per sempre”.
È in quel momento che inizia la tua storia con la moda. Dici spesso che scoprirla, intorno ai 50 anni, è stato importante per te.
“Mi sono sempre sentita fisicamente non bella. Poi ho cominciato a entrare in questi vestiti, ed è cambiata la mia percezione. La moda è anche Comme des Garçons, Tisci, Demna, Yamamoto, gente che porta l’arte in quello che fa. Adesso sono sulle copertine a 80 anni, quando le ragazzine lo fanno a quindici. Mi diverto molto”.
Quando hai cominciato?
“Finita la Grande Muraglia, separata da Ulay, per la prima volta ho venduto qualcosa al Pompidou e sono andata subito al negozio di Yamamoto a comprare un suo vestito. Ho pensato, perché ho camminato dentro quella roba di merda tutta la vita? Adesso basta”.
Ti sei sentita una regina.
“E non mi sono sentita in colpa. Tutti dicono: “oddio, le piace la moda, si è venduta”. Stronzate. Se mi piace la moda, mi piace la moda”.
Ti risparmio la litania sulla relazione terapeutica tra moda e corpo perché in fondo l’hai appena detto. E anche Transforming Energy a Venezia ha perfettamente a che fare con il rapporto tra metodi di guarigione molto antichi e dispositivi naturali al fisico, con l’allenamento.
“Fin da quando ho cominciato a esibirmi attraverso la performance, il training è stata una parte fondamentale del mio lavoro. È importante allenare il corpo fisico e la mente per poter fare ciò che faccio. Anche per questo il pubblico prima di tutto deve essere attivo. L’unico modo per capire la performance è metterla in pratica. Quindi l’audience ha molti compiti. E poi c’è il mio Istituto, dove offriamo corsi per disintossicarsi da tecnologia e fare esercizi. Sto davvero esplorando un intero metodo: il metodo Abramović”.
Hai depositato il copyright?
“Certo, sotto la legge americana”.
Ti riferisci anche al tuo Istituto a New York, giusto?
“L’ho trasferito in Grecia, nella zona dell’antica Sparta. È un posto bellissimo, completamente isolato tra le montagne”.
Voglio venire.
“Allora ti aspetto. Devi stare cinque giorni senza parlare e senza mangiare”.
Stai iniziando a interessarti all’Ai?
“Ho appena fatto un’intervista con Hans Ulrich Obrist. In realtà lui ha intervistato la mia intelligenza artificiale. È stato un esperimento davvero interessante perché penso che l’unico modo per raggiungere le giovani generazioni sia attraverso la tecnologia. E poi farle rallentare”.
Quindi tu non hai fatto nulla.
“L’Ai aveva un riassunto perfetto di tutto ciò che ho detto. In questo momento ha più memoria di me”.
Con che freddezza hai vissuto lo scandalo del Pizzagate poco prima della pandemia, a causa di alcuni leaks che mal raccontavano Spirit Cooking. Ovvero una tua performance del 1996, basata su un libro di ricette afrodisiache ed evocative, i cui ingredienti sono “sangue di maiale e svariati grammi di gelosia”. Ne è nata una tempesta complottistica sul tuo presunto satanismo.
“È stato veramente difficile. Ma sai, l’America funziona così. Prima gli piace scoprirti. Poi ti adorano, ti mettono su un piedistallo, ti trasformano in celebrità. E infine amano distruggerti perché le brutte notizie vendono meglio. Io sono una delle vittime, ma non mi importa. Ho fatto un articolo sul New York Times dicendo: non sono una satanista, sono un’artista. Non hanno guardato cosa ha fatto tutta la vita, chessò, Hermann Nitsch (leggendario artista dell’attivismo viennese anni Settanta, sempre coperto di sangue, ndr). Hanno guardato me”.
Perché lui non era diventato celebrità in America. È simile alla storia delle donne potenti italiane. Cinque secoli fa venivano considerate streghe.
“Ma anche io non accetto le regole. Le rompo”.
Non pensi che allora saresti stata bruciata?
“Assolutamente, sarei stata carbonizzata. In Inghilterra, in Italia, in Francia, dappertutto. Ma Dio mio, siamo nel XXI secolo, sono ancora viva”.
Credi che il mondo dell’arte stia vivendo un momento difficile confrontandosi con il cambiamento della vita che galoppa da almeno tutto il nuovo secolo?
“La creazione, il vero sentire del fare arte non morirà mai finché l’umano vive. Ci sono sempre artisti che cambiano il modo in cui la società pensa. Così è andata con Malevič, con Duchamp, con Rothko”.
Pensavo ai direttori dei musei. Ai curatori.
“La struttura dei musei deve cambiare completamente. Il pubblico è stanco di guardare e basta. Deve far parte di qualcosa. Vuole esperienza, contatto diretto. I musei sono pieni di restrizioni. Non puoi toccare. Non puoi fare questo, non puoi fare quello. Guardi e te ne vai. Invece, in questa mostra a Venezia, tu sei invitato a far parte di qualcosa. Cristalli, materiali speciali, tutto per trasformare l’energia che è in te. Quando la senti, gli oggetti non contano più. E tu esci cambiato”.
Le dico che la lasciamo andare ai suoi trattamenti e che la vogliamo a Venezia in un vestito di Demna per Gucci, tanto per ribadire la furia balcanica. Ride. Dice che ci proverà. Poi chiude la chiamata.