repubblica.it, 25 aprile 2026
La peculiarità italiana dei docenti denunciati dai genitori degli allievi
Ogni anno, qualche decina di docenti italiani viene trascinata davanti ai giudici dai genitori che li accusano di maltrattamenti. E dopo alcuni anni di calvario, due insegnanti su tre vengono condannati. Ma, secondo Vittorio Lodolo D’Oria, medico milanese che da oltre trent’anni si occupa di malattie psichiatriche dei docenti e di burnout, che ha appena pubblicato il secondo rapporto sui PMS, i Presunti Maltrattamenti a Scuola, questo fenomeno non ha eguali in nessun paese dell’occidente. Si tratta di una peculiarità tutta italiana. E ne indaga cause e consistenza. Provocatoriamente, Lodolo D’Oria chiama con ironia le docenti coinvolte Maestreghe. Perché considerate tali da mamme e papà a volte troppo apprensivi.
I numeri del fenomeno
In dodici anni, dal 2014 al 2025, sono 500 i docenti portati davanti ai giudici dai genitori in Italia. Attraverso la raccolta e la classificazione dei dati riguardanti i docenti coinvolti, Lodolo D’Oria costruisce l’identikit della maestrega: docente di scuola dell’infanzia statale over 50 che svolge servizio al nord, dove si concentra il 41% dei casi indagati. Al sud se ne registrano quasi la metà, il 22%, la restante parte nelle regioni dell’Italia centrale. La scuola dell’infanzia raccoglie il 60% delle denunce, seguita dalla primaria col 21%. Nella quasi totalità dei casi, l’88%, sono stati i genitori a denunciare gli insegnanti. Per i docenti coinvolti, quando i genitori li denunciano, il procedimento dura mediamente 10/12 anni. Gli esiti dei processi giunti al primo grado di giudizio sono i seguenti: 68 condanne e 31 assoluzioni o archiviazioni. “Con pene che fluttuano – si legge nel dossier – dai 20 giorni di affido ai servizi sociali fino a un massimo di 4 anni e 8 mesi di reclusione”.
I reati contestati
Maltrattamenti (in famiglia) e abuso di mezzi di correzione i due reati contestati alle docenti denunciate. Perché scuola e famiglia vengono equiparate. Al punto da trasformare quello della maestra in una “professione a rischio”. Ma “per estendere l’applicazione dell’articolo alla scuola – osserva Lodolo D’Oria – sarebbe occorsa, quanto meno, l’equivalenza” di due ambienti che “presentano differenze profonde, inconciliabili, non intercambiabili, seppure complementari”.
Un fenomeno tutto italiano
Estendendo la ricerca anche ai paesi stranieri, si scopre che in Occidente non vengono segnalati casi di maltrattamenti a carico degli alunni. Soltanto in qualche paese in via di sviluppo, come Uganda e Cambogia, si registra qualcosa. Navigando alla ricerca di casi simili all’estero “il motore di ricerca – fa notare il medico italiano – ha curiosamente ribaltato i termini della questione, evidenziando come il vero problema sia costituito dal fenomeno opposto, cioè dalla violenza degli studenti nei confronti degli insegnanti”. E “che il fenomeno delle maestreghe – dice D’Oria – abbia luogo nella sola Italia non può che destare sorpresa e perplessità, se non addirittura incredulità. Non potendo pensare che la responsabilità sia esclusivamente da attribuire alle maestre italiane per inesistenti cause genetiche, non resta che pensare a un errore di sistema”.
Il ruolo del preside
Vi sono “paesi – ricorda D’Oria – che hanno adottato accorgimenti snelli e funzionali per poter tutelare tempestivamente la piccola utenza senza dover attendere i tempi biblici di un procedimento legale: per sporgere una denuncia all’autorità giudiziaria nel Regno Unito occorre infatti prima presentare un verbale di colloquio attestante il coinvolgimento dello schoolmaster (dirigente scolastico) circa il problema e, al contempo, le relative contromisure assunte per farvi fronte”. Perché sovente la controversia viene risolta a scuola con l’intermediazione del capo d’istituto. E in modo più veloce a tutela dei minori. In Italia, quasi sempre, il preside viene bypassato: i genitori si rivolgono direttamente ai tribunali. Ed è proprio questo, secondo l’esperto, il punto che porta a degli interrogativi. “Gli inquirenti sono in grado di istruire un procedimento legale in cui pedagogia, educazione, istruzione costituiscono l’essenza della questione?”, si chiede D’Oria. Sono a conoscenza “delle grandi differenze tra l’ambiente familiare e quello parafamiliare o scolastico?”.
Le intercettazioni
La specificità tutta italiana del fenomeno è da attribuire, probabilmente, a un “errore di sistema”, sostiene D’Oria. L’ipotesi è che “gli inquirenti non addetti ai lavori invadano il mondo della scuola con metodi d’indagine inadatti”. Con l’uso massiccio di intercettazioni ambientali: ore e ore di immagini che vengono sintetizzate ai giudici col rischio di una pericolosa decontestualizzazione.