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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Intervista a Zubin Mehta

Zubin Mehta compie novant’anni. È una leggenda della direzione d’orchestra, espressione di uno star system che non esiste più. Celebrato nei giorni scorsi dalla Filarmonica di Vienna, tra poco lo sarà alla Staatsoper di Berlino e a Monaco. Ma mercoledì 29 aprile, data esatta del compleanno, la festa è con la Nona sinfonia di Beethoven al Teatro del Maggio musicale fiorentino, con l’orchestra che ha diretto per la prima volta sessantaquattro anni fa, di cui è stato bacchetta principale dal 1985 e ora ne è maestro onorario a vita. I malanni gli fanno un baffo. L’agenda è zeppa di impegni per diverse stagioni a venire, ovunque. “Studio tutti i giorni”, dice, seduto sul divano del grande studio che ha in teatro, vicino alla partitura di Beethoven e al bastone.
Maestro, come sta?
“Benissimo”. 
Perché ha scelto la “Nona” per farsi gli auguri? 
“Lo spiega l’Inno alla gioia di Schiller intonato da Beethoven nell’ultimo movimento. Testo sulla fratellanza universale che il mondo intero canta. Anche se attualmente il mondo sta piangendo – e non da poco”.
A gennaio ha fatto scalpore la sua rinuncia a dirigere in Israele, da lei considerata una seconda patria, per protesta contro la politica antipalestinese di Netanyahu.
“Per un anno ho cancellato lì tutti gli impegni. Comunque a Tel Aviv continua a operare la fondazione intitolata a me e a Josef Buchmann, uomo d’affari che ha passato gran parte dell’infanzia nei campi di concentramento: una scuola che forma alla musica ebrei e palestinesi in armonia”.
Da residente negli Stati Uniti, che pensa di Trump? 
“Degno compare di Netanyahu, hanno la stessa politica pericolosa. Non lo conosco, né vorrei mai incontrarlo. Non mi spiego come la moglie possa stargli accanto senza dire una parola contro. Sono stato in Slovenia, dove è nata, e ho saputo che nella sua città d’origine c’era una statua in suo onore che adesso è stata abbattuta”.
Torniamo alla musica. Chissà quante volte avrà diretto la “Nona”.
“La prima volta l’ho cantata, a vent’anni, da corista nel Wiener Singverein. Dirigeva Karajan, che dopo la prima prova ci chiese di portare le nostre parti a memoria per il giorno dopo. Io, arrivato a Vienna da un paio di settimane, non parlavo una parola di tedesco. Solo inglese e gujarati, una delle lingue della mia Bombay. Perciò non chiusi occhio la notte per studiare quei versi”.
Poi il tedesco l’ha imparato.
“Frequentando le ragazze”.
Con le donne è stato fortunato?
(sorriso sbarazzino e un lampo negli occhi) “Che devo rispondere? Ero giovane. Ora sono un uomo sposato...” (con Nancy Kovack, ndr)

Oltre alle ragazze, a Vienna frequentava le lezioni di Hans Swarowsky.
“Era stato vicino a Schönberg. Aveva collaborato con Richard Strauss alla stesura del libretto di ‘Capriccio’. È stato il mio unico, vero, grande maestro. Per compagno di studi avevo Claudio Abbado”.
Anche da suo papà Mehli ha appreso tanto, vero? 
“Non c’era momento della giornata che non facesse musica. Dirigeva. Suonava il violino. Insegnava. Quando andò in America per perfezionarsi – io ero bambino – ogni giorno ci inviava lettere con la cronaca dettagliata dei concerti che ascoltava. Quelle carte sono stata una scuola per me”. 
E mamma? 
“Pianista amatoriale. Me la sento vicina ogni giorno e ci parlo”.
Nel grande giro come ci è entrato? 
“Dopo la vittoria al concorso di Liverpool, nel 1958. Poi si ammalava qualcuno, colleghi celebri o meno, e mi cercavano per sostituirli. Sono arrivato così, primi anni ’60, alla Los Angeles Symphony, un sodalizio durato sedici anni, e a Montreal. In questo caso il direttore principale Igor Markevitch si era dato malato e invece teneva un concerto a Parigi. Licenziato in tronco, assunsero me”.
Rammarico per un’orchestra mai diretta?
“Proprio in quel periodo mi chiamò Georg Solti per fargli da assistente alla Chicago Symphony. Rifiutai perché avevo già due orchestre da titolare. Se la legò al dito e Chicago mi fu preclusa finché il mio amico Daniel Barenboim non ne divenne direttore principale”.
Firenze è da sempre la sua base italiana.
“Ci sono arrivato attraverso gli studi all’Accademia Chigiana di Siena. Era l’estate 1954. Feci domanda per il corso di direzione tenuto da Carlo Zecchi. Vi conobbi Barenboim ragazzino e Salvatore Accardo”.
Si dice che nella sua villa alle porte del Chianti produca olio. 
“Gli esperti garantiscono che sia di qualità superiore. Ma non è in vendita. Lo usiamo noi di famiglia, e me lo porto nella casa di Los Angeles”.
È dove ha conosciuto Sophia Loren?
“Sì, suo figlio studiava direzione con mio padre che mi aveva seguito negli States. Per i Ponti mamma cucinava indiano, Sophia le sue lasagne per noi”.
Frank Sinatra, Gregory Peck, Danny Kaye. A Hollywood lei è di casa.
“Per Woody Allen ho perfino diretto le musiche di Manhattan”.
E per Italia 90 era sul podio del concertone dei tre tenori in mondovisione da Caracalla. Evento epocale, replicato innumerevoli volte.
“Pavarotti, Domingo e Carreras non erano affatto rivali. Hanno ripetuto questo concerto ovunque. Ma con me solo a Los Angeles, tante altre volte con James Levine. Non si spiegavano perché rinunciassi alla montagna di dollari che c’erano in ballo”.
Non le interessavano quei soldi?
“Sono forse un direttore solo da arie d’opera?”.

Fiducia nella generazione giovane di direttori.
“Vedo tanto talento in giro. E il consiglio che darei loro è uno: fare tanta pratica con le orchestre”.
Tornerà alla Scala, dove in passato è stato spesso?
“Non mi hanno più invitato. Sarà perché non conosco il nuovo sovrintendente e lui non conosce me”.