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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Intervista a Barbara Ronchi

Foto ingiallite ritraggono Barbara Ronchi di una vita fa: fazzoletto verde in testa, china su un reperto – sembra la mascella di un mammifero che sbuca dalla terra. In un’altra riposa su un’amaca, o è tra bambini smagriti, o abbraccia una collega abbronzatissima, sullo sfondo selvaggio di Pernambuco, Nord-Est del Brasile.
L’attrice ora è in partenza per il tour brasiliano di Diva Futura. La raggiungiamo prima dell’imbarco per parlare di Antartica, film di Lucia Calamaro (in sala il 7 maggio con Vision) in cui è la scienziata di una base italiana tra i ghiacci guidata da Silvio Orlando. Una situazione che somiglia molto a quella dell’altra Barbara, proprio mentre l’attrice inizia un viaggio che riapre le sliding doors e rimette in fila tutto.
Torna in Brasile dopo quanti anni?
«Quindici. Ci sono stata quando studiavo archeologia. Eravamo archeologi, antropologi, topografi: un gruppo misto, proprio come in Antartica. Siamo stati tre mesi nella boscaglia. Dormivamo in una fattoria, sulle amache, con gli animali che passavano sotto. Sveglia alle quattro, si andava a scavare in questo bacino fino alle undici, poi il caldo diventava impossibile. A quel punto lavavamo i reperti, li catalogavamo. Insomma, facevamo questo lavoro. Eravamo una decina, immagino, e anche allora i soldi per la ricerca non erano molti, quindi si viveva proprio così, in modo molto semplice. Dormivamo tra gli animali, tra le galline che passavano sotto le amache, capito? E ci aiutavamo anche con i proprietari della fattoria, come se fossimo un’unica famiglia. Questa è stata proprio la nostra vita lì. E devo dire che è stato molto bello».
Che cercavate?
«Eravamo lì per cercare le tracce dell’uomo, cioè per dimostrare che in Sud America l’uomo era arrivato come nel resto del mondo, che c’era una presenza contemporanea. Poi in realtà l’uomo non l’abbiamo trovato: in quel bacino abbiamo trovato resti di megafauna, di animali di una specie di bisonte ormai estinta. Per noi era qualcosa di incredibile: abbiamo trovato questo bacino enorme e abbiamo capito che era un animale che non esisteva più. Però poi trovavi anche le punte di lancia, pezzi di vasi, quindi la presenza dell’uomo lì c’era. Non abbiamo trovato le ossa, ma lui lì c’è stato. E a volte ti viene da pensare che magari quella punta di freccia fosse proprio quella che aveva ucciso quell’animale, che poi si era impantanato ed era rimasto lì».
Il legame con Antartica arriva subito.
«Sì, perché facevamo carotaggi. Io ero una studentessa universitaria, mi stavo per laureare, e questa missione partiva tutta insieme. Per me è stato meraviglioso, perché era proprio quello che cercavo: qualcosa che ti portasse fuori dai libri e dentro la storia. Io ero appassionata di preistoria. E lì ho scoperto anche una cosa: che non solo la terra racconta la storia, ma anche il ghiaccio. Io pensavo alla stratigrafia del terreno, ma non avevo mai pensato che anche il ghiaccio avesse una memoria. Invece l’acqua ferma la storia esattamente come la terra e la racconta».
Com’era la convivenza?
«C’era una gerarchia, certo, ma anche molta collaborazione. Le discipline si parlavano tra loro: capivi cosa vuol dire davvero interdisciplinarietà. Dopo tre mesi qualcuno aveva nostalgia di casa, altri invece partivano subito per un’altra missione. Noi eravamo giovani, quindi c’era anche uno spirito di avventura. Però era tutto con pochi mezzi: i soldi per la ricerca erano pochissimi. Noi eravamo lì praticamente gratis, ci pagavano il viaggio e la permanenza. Era un po’ una vita all’avventura, ma proprio per questo molto bella».
Antartica dove l’avete girato?
«Tra il bunker del Monte Soratte, trasformato nella base, e il Cnr, dove è stata ricreata la neve. Anche lì, come nella ricerca, non c’erano i soldi per andare davvero sul ghiaccio».
Nel film c’è un dilemma etico: condividere o commercializzare una scoperta. Lei cosa pensa?
«Penso che oggi si cerchi di commercializzare tutto, spesso nelle mani di pochi. Si fa fatica a pensare al futuro, a chi verrà dopo. Io invece credo che sia una responsabilità etica donare le scoperte all’umanità. I soldi finiscono, non esistono davvero. I rapporti umani sì. Pensarla larga, per tutti, è più giusto».
Cosa le mancava di più in una vita così?
«In realtà niente. Sono abbastanza spartana, mi piace anche che le cose non ci siano. Però porto sempre con me un diario. Scrivo quasi ogni giorno, per non dimenticare. Per fermare i pensieri della me di allora, sapendo che un giorno magari li andrò a rileggere».
Chi era quella ragazza?
«Era una ragazza che amava l’avventura, che amava la storia. Non in modo nostalgico, ma perché la storia ti dà le coordinate, ti fa capire chi siamo. Io ero molto legata a questa idea del tempo reale, non immaginato. E non avrei mai pensato di fare l’attrice».
E poi è arrivato il cinema.
«Mi ha dato la possibilità di entrare nelle vite degli altri, di conoscerle e di conoscere meglio me stessa. È un lavoro anche più solitario, perché lavori su di te, sul personaggio, ma mi interessa sempre di più condividerlo. Io, per esempio, tendo a non far vedere i miei problemi, per non preoccupare gli altri. Però sto imparando che sia giusto condividerli».
Se si scavasse nella sua carriera quali gli strati fondamentali?
«Direi i tre anni di accademia. Lì ho capito che il vero valore non erano i contatti dopo, ma i compagni: persone che ti vedono sbagliare, piangere, gioire. Con me c’erano Luca Marinelli, Silvia D’Amico, Gabriele Portoghese, Ippolita Baldini e tanti altri. Eravamo una classe molto unita. E poi c’è stato Carlo Cecchi: con lui abbiamo fatto il saggio, Sogno di una notte di mezza estate, e poi tre anni di tournée, una cosa che non era mai stata fatta prima. È stato lui a traghettarci dalla scuola al lavoro. Era un maestro severo, anche duro, ma ci ha insegnato una cosa decisiva: che la forza non è nel singolo, ma nel gruppo».
Poi gli incontri.
«Marco Bellocchio è stato fondamentale. Mi ha insegnato a non dire tutto, a lasciare qualcosa di misterioso. Ricordo sul set di Rapito: una scena durissima, quella del bambino portato via. Io mi sono messa in un angolo a piangere, pensando che quella storia era accaduta davvero. Lui l’ha capito, non ha detto nulla – che è nel suo modo – ed è venuto ad abbracciarmi. È stato un momento molto prezioso».
Con Giulia Steigerwalt?
«Il rapporto è diverso, più simbiotico. Con lei mi sento quasi un alter ego quando recito, prendo tanto da lei. Il momento più bello è stato ai David: abbracciarci, piangere, senza aver mai immaginato di arrivare fin lì».
E Vanessa Scalera?
«È una sorella. Otto anni insieme con Imma Tataranni, cinque stagioni, milioni di persone ogni settimana: un appuntamento fisso per il pubblico. È stato un grande successo, ma soprattutto è cresciuta un’amicizia vera. Di lei mi colpiscono l’onestà e la lealtà: è sempre dalla parte degli altri, non la sentirai mai fare discorsi ego-riferiti. Noi ci sentiamo sempre, ma parliamo pochissimo di lavoro: siamo proprio due amiche».
Il ricordo più divertente insieme?
«Il provino. Io ero incinta di nove mesi. Ce lo hanno rimandato da poco e rivedendolo abbiamo capito che lì era già scattato qualcosa tra noi. E poi sul set ridevamo sempre: ci sono scene in cui sono praticamente di spalle perché sto ridendo, si vedono le spallucce. È una persona molto divertente, abbiamo riso tanto».
E dopo questo viaggio in Brasile?
«Uscirà Nemesi, una serie Netflix diretta da Piero Messina con Pierfrancesco Favino. È un legal drama: sarò il suo avvocato difensore in un processo per omicidio. Non posso dire molto, ma è un progetto molto bello».
Che momento è?
«Strano. Questa coincidenza – partire e tornare in Brasile – mi ha fatto pensare a un cerchio che si chiude. Alle sliding doors, a quella che avrei potuto essere in un’altra vita».