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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Tra duelli e scandali, il capitolo segreto del premio Strega

C’era una volta lo Strega… E c’è ancora, tra polemiche, divertimento, duelli infuocati, annate grasse e magre. Il premio più ambito d’Italia, quello che tutti criticano ma tutti inseguono, compie 80 anni e lo fa approdando per la finale dell’8 luglio in Campidoglio, istituzionalizzando un percorso che dal dopoguerra a oggi ha accompagnato la storia dell’Italia democratica e repubblicana. Prima però si racconta al museo Macro di Roma in una mostra curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano che inaugura il 29 aprile (“Uno, cinque, dodici”). La drammaturgia dello Strega attraverso ritagli di giornali, fotografie, libri, dediche, oggetti. Un’immersione nella nostra società letteraria, geniale e un po’ cialtrona, elegante e pettegola. Dice Frisa, studiosa di costume, ora in libreria con Il corpo della moda (Einaudi): «È un modo per raccontare il lato pubblico del premio e quello privato. Sul muro scorrono le fotografie dei momenti salienti. Al centro abbiamo ricostruito la casa e lo studiolo di Maria Bellonci, donna eccezionale che è riuscita ad avere importanza in un mondo dominato dagli uomini». Un mondo in equilibrio tra blandizie e alzate di capo, cordate, alleanze, grandi amicizie e allergiche distanze.
Quante storie si annidano dentro la polveriera stregata, a cominciare da quelle riunioni clandestine durante l’occupazione tedesca nel salotto dei coniugi Bellonci, Goffredo e Maria, gli ideatori di questa macchina paradisiaca e infernale. La prima edizione, nel 1947, incorona Ennio Flaiano con Tempo di uccidere, in un clima di speranza e rinnovamento. Si vincevano 200 mila lire. I muri di casa Bellonci erano tappezzati di foglietti in rima: «lettore esperto-vota per Berto», oppure «pensiero orrendo e insano–votare per Flaiano». Le polemiche erano parte del gioco. Flaiano viene tacciato di essere il candidato dei liberali e della destra, Maria Bellonci reagisce piccata su Risorgimento liberale: «È deplorevole attribuire un significato politico alla votazione passata». Ma gli aficionados del premio poco si preoccupano. Sanno che le stilettate hanno vita breve. Nel 1952 l’accusa a Moravia di aver barato candidando racconti già pubblicati, passa in secondo piano dopo che il Sant’Uffizio mette all’indice i suoi libri. Un’ondata di solidarietà verso lo scrittore perseguitato lo aiuta a vincere la finale con 145 voti su 245. Il giorno della vittoria c’è John Steinbeck, che a ogni Moravia squillato alza il bicchiere per un brindisi. Il salotto Bellonci non ha rivali. Si chiacchiera a lume di candela, come racconta Oriana Fallaci nel 1954 sull’Europeo, forse per un «sentimentale richiamo al passato (la guerra)». Maria Bellonci, in genere vestita con pantaloni neri di velluto e camicia bianca, accoglie gli amici tra tazze di tè e fette di torta.
Ogni anno ha le sue star. Si ricorda un’ondeggiante Alba de Céspedes camuffata da zingara che, durante un carnevale del 1948, distribuiva ai presenti profezie e veggenze sul palmo della mano, insieme a «trionfi e amarezze, eredità cubane e sposalizi con principesse russe». Quell’edizione viene vinta da Cardarelli, scovato durante la votazione pallido e semi-svenuto in una poltrona interna dell’Hotel de Russie. Le cronache giornalistiche raccontano i cocktail, le riunioni mondane, le toilette entusiasmanti. Altra serata memorabile: nel 1950 vince Cesare Pavese con La bella estate. Il discorso dell’incoronazione, due mesi prima del suicidio, rimane tra i più citati e meno seguiti: «Si consolino i perdenti, i libri più importanti di una generazione non prendono premi».
Tra i momenti indimenticabili la fuga di Mario Soldati, che prima della proclamazione, mentre il Ninfeo risuona d’applausi, sparisce e viene ritrovato in una trattoria alle prese con una grande bistecca. Per non rovinare il finale della festa lo scrittore, trionfatore con Le lettere da Capri, viene trasportato di peso dai suoi amici sulla pedana d’onore. Era il 1954. Mai però come Tommaso Landolfi che nel 1975 diserta la finale del suo trionfo e se ne rimane a casa, confermando la sua leggendaria ritrosia, aggravata da un brutto enfisema polmonare. Apprenderà della vittoria da una telefonata di Sergio Pautasso. Stavolta non aveva neanche mandato uno dei suoi tipici telegrammi: «Deploro la mia assenza. Grazie a tutti gli amici». Elsa Morante, prima donna a vincere nel 1957, è la più ironica. Intascando il mezzo milione commenta: «La mia intenzione sarebbe di acquistarci un’automobile, ma temo che l’avrò già tutto speso prima di aver preso la patente di guida».
Lo Strega in quegli anni si confonde con la Dolce Vita. Al Ninfeo di Villa Giulia sembra di essere a Cinecittà. A un certo punto, nella serata che proclama Carlo Cassola con La ragazza di Bube, Claudia Cardinale viene quasi lanciata tra le braccia di Cassola che l’accoglie tra il meravigliato e il rassegnato avendo appena saputo, proprio lì a Villa Giulia, il 7 luglio 1960, che sarà lei la protagonista del film diretto da Luigi Comencini. Italo Calvino, piazzato secondo con Il cavaliere inesistente, ostenta invece tranquillità e gira per il Ninfeo con un bicchiere di scotch in mano. Dopo Guido Alberti finisce attore in Otto e mezzo di Fellini, mentre Zavattini vuole fare un film «imperniato sulle avventure da Sodoma e Gomorra dei premi letterari». Il teatro del Ninfeo è il più ambito. Può pure capitare di vedere Ornella Vanoni, in un angolo, che intona sottovoce le canzoni della malavita la sera in cui Giovanni Arpino riceve il premio per L’ombra delle colline (1964).
I tempi cambiano, l’industria culturale pesa sempre di più, la contestazione arriva al Ninfeo. Il più arrabbiato è Pasolini che nel 1968 perde la pazienza e pubblica un j’accuse su Il Giorno contro gli editori che manovrano i voti con ricatti e magheggi. Chiede che il suo libro, Teorema, venga ritirato dalla gara ma il regolamento non lo consente. Maria Bellonci non perdona: «Parlò di ritirarsi… solo quando ebbe il sospetto di non riuscire primo». Poco male, i premi letterari sono contestati dai tempi di Pindaro e di Sofocle. Gli anni recenti sono meno glamour. Resistono le polemiche. La più bella? Nel 2015. Quando Elena Ferrante, candidata da Roberto Saviano, accetta di partecipare allo Strega scrive che il premio «è uno dei tantissimi tavoli del nostro Paese che svelano gambe divorate dai tarli». Stavolta a rispondere è Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci. Posta sui social la foto di un tavolo tarlato del famoso salotto di Maria e dice a Ferrante: «Ben tornata».