corriere.it, 25 aprile 2026
L’Inghilterra dice di aver pesantemente sottostimato l’impatto ecologico dei data center per l’IA
Il Dipartimento per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia del Regno Unito ha rivisto questa settimana le proprie previsioni sulle emissioni di gas serra legate ai data center per l’AI come scrive il Financial Times. Le stime precedenti, basate in parte su proiezioni fornite dalla società di consulenza McKinsey, indicavano almeno 0,25 MtCO₂ (megatonnellate di anidride carbonica) nell’arco del decennio fino al 2035. La nuova stima parla di almeno 34 MtCO₂, un aumento di oltre cento volte, (136 per la precisione), una differenza enorme che impatta profondamente sul clima.
In termini percentuali, i data center per l’AI dovrebbero ora rappresentare tra lo 0,9% e il 3,4% delle emissioni totali di carbonio del Regno Unito nel decennio in questione, rispetto al precedente dato inferiore allo 0,05%. Anche le previsioni sul consumo idrico sono state riviste al rialzo e una ricerca dell’Università di Glasgow ha evidenziato che il consumo di acqua in Scozia è quadruplicato negli ultimi 4 anni.
Data center ed emissioni
Il governo non ha spiegato le ragioni di un errore così macroscopico, limitandosi ad attribuire la correzione a una «revisione di routine». L’impegno legalmente vincolante del Regno Unito a raggiungere le zero emissioni nette entro metà secolo appare, secondo i critici, difficilmente conciliabile con una costruzione accelerata di data center su larga scala che necessitano di un’alimentazione elettrica affidabile 24 ore su 24, anche quando non c’è il vento e non splende il sole. Per questo, ha riconosciuto lo stesso governo britannico, è necessario mantenere una certa quota di centrali a gas (che però producono anidride carbonica e gas serra). L’incertezza ha spinto Open AI, che ha citato costi energetici elevati e dubbi normativi, a sospendere la costruzione di un suo data center nel Regno Unito.
Una tendenza mondiale
Il caso britannico non è un’anomalia, ma riflette una tendenza mondiale. Le stime di diverse istituzioni autorevoli convergono su un dato preoccupante: l’impatto energetico e climatico dell’AI sta crescendo molto più rapidamente del previsto. Entro il 2030 la domanda di energia dei data center in Europa (Gran Bretagna inclusa) raggiungerà i 287 TWh. L’equivalente dei consumi della Spagna intera nel 2022. Secondo un report della Beyon Fossil Fuel entro la fine del decennio ci sarà il 160% di domanda energetica in più, trainata proprio dall’uso dell’intelligenza artificiale, con emissioni 8 volte superiori perché oltre il 60% dell’energia necessaria ai nuovi data center (se non verrà attuato un impegno fossil-free) sarà fornita da gas fossile, con il conseguente aumento di 121 milioni di tonnellate di CO₂ entro il 2030.
A livello globale, l’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che il consumo mondiale di elettricità dei data center raggiungerà i 945 TWh entro il 2030 (pari all’intero consumo elettrico annuale del Giappone), più del doppio rispetto ai 415 TWh del 2024. E a livello di emissioni si prevede un picco di 320 mega tonnellate di CO₂ entro la fine del decennio. Solo negli Stati Uniti un’analisi del Dipartimento dell’Energia ha evidenziato che i data center hanno consumato circa il 4,4% dell’elettricità totale del Paese nel 2024 e si arriverà al 12% entro il 2028. Tutti dati che vanno dunque in un’unica direzione.
Le rinnovabili non crescono abbastanza
In questo quadro le grandi aziende tecnologiche, pur annunciando ambiziosi obiettivi climatici non sono del tutto trasparenti nelle loro previsioni di domanda energetica e mix di approvvigionamento, e tutte negli ultimi anni hanno aumentato le emissioni reali. Le rinnovabili stanno crescendo rapidamente, ma non abbastanza da tenere il passo con l’espansione della domanda di AI. Ai consumi energetici si uniscono quelli enormi di acqua, necessaria per raffreddare gli impianti. Basti pensare che un data center di medie dimensioni arriva a consumare fino a due milioni di litri di acqua al giorno, paragonabile a quello utilizzato da 6500 famiglie. Il problema è sentito. In Italia A2a progetta di recuperare il calore prodotto dai server per alimentare il teleriscaldamento.
I data center nello spazio
Il progetto più ambizioso è tuttavia costruire data center nello spazio e ci stanno pensando Space X, Google, la Cina ma anche l’Esa (l’Agenzia Spaziale Europea) con il programma Ascend. I vantaggi sono concreti: energia solare illimitata per alimentare gli impianti fotovoltaici, con sole continuo 24 ore su 24, senza nuvole nè notte; zero emissioni di CO₂: nessun bisogno di bruciare gas o carbone per alimentare i server; raffreddamento naturale: nell’ambiente gelido dello spazio il calore si dissipa per irraggiamento e viene eliminato l’enorme consumo di acqua per questo scopo; sostenibilità ambientale: viene ridotta la pressione sulle reti elettriche terrestri, con risvolti sociali non indifferenti. Oggi il lancio in orbita è ancora estremamente costoso e tecnicamente complesso e tutto dipenderà dall’abbattimento dei costi. Secondo uno studio di Google l’obiettivo non è lontano: i prezzi potrebbero scendere sotto i 200 dollari/Kg entro il 2035 e a quel punto l’opzione spazio diventerebbe competitiva dal punto di vista economico e ambientale.