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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Intervista a Giacomo Poretti

Giacomo Poretti, domani sono settant’anni.
«Ma mia mamma Elsa mi faceva gli auguri il giorno prima, il 25 aprile. “Mamma, il mio compleanno è domani!”. E lei: “Nino, a vedevi no l’ura de meteti al mund”».
Non vedevo l’ora di metterti al mondo. Qual è il suo primo ricordo?
«Sono a Zurigo, ho un anno e mezzo, sono in braccio a mia nonna Maria, e guardo i cigni sul lago».
Cosa ci faceva a Zurigo?
«Zio Luigi, il fratello gemello di mia madre, era emigrato in Svizzera. Eravamo una famiglia poverissima. La nonna andò a trovare suo figlio e incredibilmente mia mamma, che era la tipica mamma italiana, mi aveva affidato a lei».
E suo papà?
«Papà Albino faceva il metalmeccanico alla Rimoldi, in un paesino sperduto del Milanese, Olcella, come suo fratello Giannino. Mamma era operaia tessile alla Giulini Ratti, poi nell’azienda di Felice Riva, che mollò tutto per trasferirsi a Beirut, all’epoca la Zurigo del Medio Oriente. Mia madre governava trenta macchine enormi, per andare dalla prima all’ultima aveva la bicicletta. Un rumore incredibile, aveva la pensione per semisordità».
Anche lei Giacomo ha lavorato in fabbrica.
«Cinque anni. E pure io in fabbrica ho perso parzialmente l’udito. Sono nato a Villa Cortese, un paesino a metà strada tra Milano e Varese. Dai tredici ai diciotto anni ho lavorato alla Trezzini, un’industria che ora non c’è più. Facevamo sabbiatrici, macchine enormi di ferro e acciaio. Si tagliavano le lamiere e si saldavano tra di loro. Pare un ricordo dell’Ottocento. Invece era il 1972».
E si appassionò alla politica.
«Non avevo ancora sedici anni, era il 12 febbraio ’72. Frequentavo le scuole serali. C’era un’assemblea. Andai. Mi colpì molto questo fermento, mi affascinò questo desiderio scomposto di cambiare il mondo. Tutto finito il giorno del rapimento Moro».
Come ricorda il 16 marzo 1978?
«Avevo cambiato lavoro, ero portantino in ospedale. Tornato dal militare, andavo alla scuola per infermieri, e mi piaceva molto. Mi dissero: “Oggi non si fa scuola, abbiamo sentito alla radio che hanno rapito Moro”. Il pomeriggio andai in piazza Duomo, c’era un corteo aperto da uno striscione: “Né con lo Stato né con le Br”. Pensai: com’è possibile? Vidi tutte le componenti del movimento, e in fondo al corteo gli autonomi con le facce coperte, la polizia sotto i portici, il cielo plumbeo. Anche la natura contribuiva a quella giornata terrificante. Mi resi conto che con la violenza non si cambia il mondo, anzi lo si peggiora. Da lì cominciò un’altra vita».
Lei era in Democrazia proletaria.
«Un giorno, qualche anno fa, mi arriva un telefonata: “È il ministero dell’Interno, tra poco la chiamerà il capo della polizia”. Entro in fibrillazione: cos’avrò fatto? Telefona il capo della polizia, e avvisa: “Tra poco la chiamerà il ministro dell’Interno”. Panico: qualcuno avrà raccontato qualcosa contro di me? Telefona il ministro dell’Interno. Era Bobo Maroni: “Ma lo sai che ero nel tuo stesso gruppo, Democrazia proletaria?”. Ma vaff... Scoppiammo a ridere. Maroni aggiunse: “Però siamo molto diversi. Perché io sono milanista”».
Oltre che leghista.
«Diventammo quasi amici. Di solito i politici ti chiedono sempre qualcosa. Maroni non mi chiese mai niente. Solo di andare a incontrare dei ragazzi in un oratorio vicino a Varese, cosa che feci molto volentieri».
Lei quando è diventato interista?
«Alla nascita. Nonno, papà, zio: una dinastia di interisti. Eravamo una di quelle famiglione contadine e operaie, che si fanno la villetta e vivono tutti insieme in cantina, per non rovinare di sopra. La nonna aveva un parente, un ragazzino cieco, Antonio, che chiamavamo Tumietto. Anziché metterlo in un istituto, lo portò a casa. Era l’unico milanista, lo ricordo ascoltare la radio: “Va come giuga bene el Rivera!”. Tumietto ma cosa vedi che sei cieco? E lui: “Io queste cose le sento!”».
Tumietto sembra un personaggio di un film di Aldo Giovanni e Giacomo.
«Suonava la fisarmonica, usciva in passeggiata con il bastone a comprare le sigarette, fumava tre pacchetti al giorno. Una volta non tornò a casa, uscimmo tutti a cercarlo: al bar l’avevano fatto bere, si era ubriacato e non trovava la strada. Morì di cancro ai polmoni».
Il teatro per lei quando comincia?
«Andavo all’oratorio. Il prete, don Giancarlo, era innamorato del teatro: tre volte l’anno metteva insieme tutto il paese per fare una commedia. Una volta la storia erano gli extraterrestri che sbarcano e si rendono conto di quanto sono deficienti gli umani. Don Giancarlo aveva bisogno di tre bambini: uno altissimo, uno grassissimo, uno bassissimo. La terza parte fu mia senza bisogno del provino. Ricordo le luci, le scene, il pubblico: una cosa meravigliosa».
L’esordio, quello vero?
«Ero diventato caposala in ospedale, e frequentavo un’altra scuola serale, stavolta di teatro, a Busto Arsizio. Era il 1985. La compagnia teatrale Atecnici cercava attori per mettere in scena il Conte di Carmagnola. Per saggiare la nostra ignoranza, ci chiesero: “Il conte di Carmagnola di...?”. Nessuno rispose. “Di Alessandro Manzoni! Bestie!”. Ci spiegarono che era stato rappresentato una volta sola, nell’Ottocento, qualcuno commentò: “Ci sarà un motivo...”. Io facevo Francesco Sforza, signore di Milano. Il pubblico ci tirava i petardi, le monetine. Sei mesi dopo la compagnia era fallita e io disoccupato».
Per fortuna c’erano i cabaret.
«A Milano erano decine. Chiuse il Derby ma ne fiorirono altri, lo Zelig non era neppure il più importante. Leo Wächter portò al teatro Ciak la comicità poetica da tutta Europa, i mimi della Bbc, i Mummenschanz, bravissimi mimi svizzeri. Abbiamo potuto vedere cose meravigliose, cui abbiamo attinto. Oggi quel tipo di gavetta nei locali, nei teatri, non esiste più. Aldo, Giovanni e io siamo stati l’ultimo avamposto dello spettacolo scenografico, dove il corpo, il mimo contano. Ora è tutto stand up: un uomo da solo con il microfono in mano».
Vi siete incontrati in un villaggio vacanze in Sardegna, vero?
«Io ero responsabile dell’animazione, loro poco più affermati di me. Erano un duo: i Suggestionabili. Li avevo già visti al Circolone di Legnano e mi avevano folgorato. Il cabaret era un luogo più sporco del teatro, dove se ti piace applaudi, se no vai via nell’intervallo. Al cabaret il pubblico provoca – “pelato di merda!” – e il comico deve reagire. Ma Aldo era talmente imbarazzante, faceva l’accento emiliano, era talmente brutto da vedere che il pubblico si vergognava, non osava neanche insultarlo. Un vecchietto, che ovviamente era Giovanni, gli saltava in braccio, Aldo lo cacciava via, all’epoca non era rasato, aveva una chierica terrificante, su cui Giovanni piantava un chewing-gum, ci ficcava dentro una bandierina da toast e proclamava: “Ho scalato il Machu Picchu!”. Pensai: io con questi due geni voglio lavorare. Li ho ritrovati in Sardegna, ci siamo piaciuti, e abbiamo cominciato».
È vero che c’era pure Elio?
«Si presentò come Stefano Belisari, ed era il tecnico delle luci. È stato alle mie dipendenze (Giacomo sorride). Un giorno timidamente ci disse: “Io ho un gruppo, si chiama Elio e le storie tese, cantiamo e suoniamo...”. E noi: “Ma va a cagare!”».

Come nasce «Tre uomini e una gamba»?
«Al terzo anno di “Mai dire gol”, da Medusa ci proposero di fare un film. Ci dicemmo: proviamoci. Coinvolgemmo Massimo Venier, autore e montatore di Mai dire gol, per la regia, e Giorgio Gherarducci, uno dei tre della Gialappa’s, per la sceneggiatura. Il mondo del cinema romano ci considerava degli intrusi. A Medusa dissero: non è male, proviamo a uscire, ma con poche copie, perché non siete nessuno».

Quante copie?
«Quarantasette, sotto Natale. Aumentarono subito a dismisura».

Tre uomini e una gamba è il confort movie di più generazioni, lo si vede sempre volentieri. Qual è il segreto?
«L’improvvisazione. Pochissima scrittura. Ci mettiamo lì e proviamo. Una volta Arturo Brachetti, che è il regista dei nostri spettacoli teatrali, venne a vederci e chiese: qual è il copione? Gli mostrammo un foglio con qualche parola: astronauti, tre gemelli. Va bene, disse Arturo, questi sono i titoli; ma il testo? Gli spiegammo che quello era il testo. Quest’estate ci riproviamo: giriamo un nuovo film, uscirà verso Natale».
Lei stava con Marina Massironi, la protagonista femminile di Tre uomini e una gamba.
«Ci sposammo nell’85. Poco dopo il rapporto finì, il che ci ha consentito di lavorare insieme.
Con lei, Aldo e Giovanni abbiamo fatto anche il primo spettacolo teatrale, I Corti».
«Gli faccia una bella multina...».
«Poi nel ’99 ho conosciuto Daniela: un’altra svolta della mia vita. Ci siamo sposati nel 2002, nel 2006 è nato nostro figlio Emanuele: io avevo 50 anni, lei 40. E oggi Emanuele ne ha venti».

Con sua moglie e altri amici gestite un teatro.
«Tre mesi prima del Covid ci siamo detti, con Luca Doninelli e Gabriele Allevi, che dopo l’Expo Milano tirava, ma non sapeva più dove stava andando. Serviva un luogo per parlare di certi valori che stanno un po’ scomparendo. Businessmen, happy hour, fashion week... Benissimo, ma se parlassimo anche, che so, della pace? O della Bibbia? Oggi, di fronte all’uomo più potente del mondo che si sostituisce a Dio, mi viene da pensare: è brutto avere ragione. Adesso i teatri sono due: il teatro degli Angeli e l’Oscar. E stiamo pensando al teatroforum: alla fine della rappresentazione ci si ferma a discutere».
Come trova la Milano di oggi?
«È sempre la capitale del commercio e del business. Ma rischia di perdere quell’anima poetica che ha sempre avuto. Accanto ai luoghi di superficialità, servono luoghi di inquietudine, di confronto».
Com’è nato il personaggio di Tafazzi?
«Facendo la parodia dei supereroi. Aldo era un Superman afflitto dalla pleurite, che non combinava niente per via della tosse. Giovanni era l’uomo Flash».
Cosa faceva?
«Diceva: flash! E subito dopo: flash! “Nel frattempo sono stato da tua sorella, l’ho trombata, e sono tornato qua”».
E lei?
«Mi vestii buffamente, con il parapalle, presi una bottiglia vuota e cominciai a percuotermi. Da lì nacque tutto. Un giorno mi chiama Gino, quello di Gino&Michele, per dirmi che mi sta cercando Veltroni, allora direttore dell’Unità».
Cosa voleva Veltroni?
«Aveva riconosciuto in Tafazzi il simbolo della sinistra italiana, un po’ masochista. Un editoriale di Sandro Veronesi lo consacrò. Anche Giorgia Meloni l’ha citato. Con Aldo e Giovanni mi vanto: io sono finito nel dizionario, voi no... Tre ricercatrici di Pavia hanno scoperto una proteina che causa una malattia cardiaca, dopo anni di ricerche che parevano inutili, anzi dannose. Così l’hanno chiamata tafazzina. Il masochismo per una volta aveva pagato».
Crede in Dio?
«Certo. Vengo da una famiglia cattolica. Poi, come molti adolescenti, dopo un po’ ti stacchi da quel mondo lì; ma l’inquietudine per la vita e per la morte l’ho sentita sempre. Quando ho incontrato mia moglie, ci siamo incoraggiati a vicenda a riprendere il percorso di fede che avevamo interrotto. Così abbiamo lavorato al centro culturale San Fedele di Milano, con i gesuiti. L’incontro più bello fu con Gemma e Mario Calabresi: leggevamo le prime pagine di “Spingendo la notte più in là”. Gemma incinta apprende la notizia dell’assassinio del marito, grida, gira, con Mario bambino attaccato alla gonna...».
Mario Calabresi sarebbe un buon sindaco di Milano?
«Non faccio testo: gli voglio bene, è un mio amico. Posso dire solo che è una bella figura».
Lei per chi vota?
«Le ultime due volte non ho votato. Tornerei a votare se nascesse un vero terzo polo: oggi siamo un po’ ricattati tra due schieramenti che non mi piacciono. La politica è stata una mia passione, ho rischiato la vita per la politica. Ora trovo tutto molto banale».
Quando ha rischiato la vita per la politica?
«Non l’ho mai raccontato, perché mia madre sarebbe morta di paura. Ora che non c’è più, posso dirlo. Avevo poco meno di vent’anni, nella piazza di Villa Cortese eravamo una trentina, tutti di sinistra. Passa un ragazzo, che tra l’altro aveva fatto le elementari e le medie con me, e ci fa un gesto di ingiuria. Noi rispondiamo con un insulto. Quello torna indietro, mi grida: “Ripeti quello che hai detto!”, tira fuori una pistola e me la punta alla tempia. Durò una frazione di secondo, d’istinto stavo per tirargliela via, poi fortunatamente per tutti e due lui è riuscito a scappare. Erano anni un po’ così. Ma non so se adesso sia meglio».
Ricordo l’inizio di «Tu la conosci Claudia», con la voce di Paola Cortellesi che dice: «A quarant’anni si comincia a sentire l’odorino della morte...». Chi ha scritto questa frase?
«Non saprei dirle chi tra noi. In “Così è la vita” siamo entrati ognuno in una bara; la cosa mi ha fatto una certa impressione».
Ha paura della morte?
«Sì e no. Il mistero mi angoscia da sempre. La morte mi ha sempre tenuto compagnia, la penso costantemente. Direi una bugia se dicessi che non mi spaventa; ma sono anche curioso. Nel paradiso è meglio credere. Ho anche scritto un libro, che hanno letto in tre, in cui passo trenta pagine a immaginarmi il paradiso».
E come se lo immagina?
«Da un lato buffo, dall’altro poetico. È un luogo dove tutti si ritrovano: incontri Hitler, incontri Stalin, incontri quelli che ti hanno fatto uno sgarbo. Nel nostro spettacolo “Funeral home” ci sono due amanti che si dicono: ci rincontreremo, ti aspetto sotto l’albero che conosciamo bene. Il paradiso potrebbe essere come un hotel a 5 stelle: arrivi, ti portano in una grande stanza con migliaia, milioni, miliardi di persone, tutte davanti al computer. Schiacci play e ti rivedi tutta la tua vita; tanto non c’è il problema del tempo. Che meraviglia rivedere i cigni del lago di Zurigo, in braccio alla nonna».