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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Russia, l’uso dei «deepfake» per demoralizzare gli ucraini

C’è una guerra oltre il fronte, le trincee e le città colpite dai droni. È il conflitto scatenato dai russi tramite video deepfake che puntano ad abbassare il morale ucraino, sia dei civili sia dei soldati, una «nebbia digitale» che confonde e toglie certezze: così la definisce Francesco Cavalli, fondatore di Sensity AI, società che produce software per l’analisi forense di video, immagini e audio, nella ricerca «Il ruolo dei deepfake nella guerra cognitiva. Un caso di studio dal fronte ucraino».
Ha esaminato oltre mille video di matrice russa, rintracciati sui social, ed è arrivato alla conclusione che sembra esistere una narrative kill chain, cioè una sequenza narrativa comune a molti video, con un obiettivo, che non è semplicemente «convincere» o «far credere», ma qualcosa di più: erodere progressivamente il morale, la fiducia, la capacità di valutare e di decidere. Grazie a filmati che colpiscono a ogni scroll sui social e sono strutturati così: un soggetto creato ad hoc, civile ucraino o militare, che esprime paura o stanchezza, rabbia o disperazione, poi l’attribuzione di colpe, per esempio: «Il governo ci ha lasciati soli», oppure «i comandanti sono incapaci». Quindi l’idea che non ci sia più un’alternativa, la valutazione della resa come «scelta razionale» e un’ultima constatazione: «Non ne valeva la pena, abbiamo fatto sacrifici inutili». Frasi riadattate a decine di personaggi, uomini e donne, in divisa e non, video pervasivi che spuntano ovunque su TikTok e Telegram, la dezinformatsiya post contemporanea.
I contesti e i soggetti sono costruiti nei dettagli, dall’espressione del viso agli abiti. C’è il soldato con l’elmetto in testa, lo sguardo spaesato, si lamenta ed evidenzia tutto lo stress che lo attanaglia al fronte. Un altro militare, invece, si è tolto la divisa, ha solo addosso una maglietta verde, racconta di essere stato lasciato solo con pochi altri commilitoni, «non ci sono più comunicazioni», «siamo abbandonati». La percezione di una sconfitta imminente è data da quei soldati che nei video, in modo concitato, dicono di essere «circondati», «tutti gli altri sono morti». E non manca la voce fuori campo di un ufficiale russo che dice a due militari ucraini dopo la resa: «Avete fatto la cosa giusta». Una donna anziana, intervistata per strada, parla invece dei sacrifici fatti finora come qualcosa di inutile, è il volto della stanchezza dei civili, mentre un ragazzo più giovane ce l’ha con la corruzione che tocca i governanti ucraini: «Loro rubano mentre noi lottiamo». Non mancano punte di «ridicolizzazione», come nel caso dell’ufficiale dell’esercito rappresentato come obeso, seduto a fatica nella poltrona di uno studio televisivo.
Tutto per un grande obiettivo: moltiplicare i dubbi. In questo senso, secondo lo studio di Cavalli, la «continuità con la propaganda sovietica è evidente. Anche allora, in molti casi, lo scopo era confondere, più che convincere». Ma oggi, a questo scopo, c’è una «tecnologia che ha abbassato drasticamente la barriera d’ingresso: chiunque può creare video falsi realistici in pochi secondi, mentre la capacità di verificarli resta molto più lenta».