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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Iran, i colloqui ripartono tra molte incognite

In Pakistan tutto è pronto per tornare a parlare di pace fra l’Iran e la coalizione Usa-Israele.
Ieri sera è arrivato nel Paese il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e nelle prossime ore sono attesi a Islamabad anche l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump e suo consigliere informale.
Secondo la Cnn, che ha dato la notizia poi confermata dalla Casa Bianca, Trump ha deciso ieri pomeriggio di inviare i suoi due negoziatori ma di non coinvolgere il vicepresidente JD Vance che aveva guidato il primo round di colloqui, all’inizio del mese.
La non partecipazione di Vance farebbe il paio con l’assenza, dall’altra parte, di Mohammad-Bagher Ghalibaf, che la Casa Bianca considera il vero capo delegazione iraniano e l’interlocutore di Vance.
Il vicepresidente Usa sarebbe comunque in stand-by, pronto a partire per Islamabad, dicono da Washington, se i colloqui dovessero fare progressi significativi. E questo che ci sia o meno Ghalibaf che, secondo Iran International, avrebbe rinunciato alla carica di capo delegazione per disaccordi interni su alcuni dei temi chiave delle trattative. «Tutto falso», è la replica di Teheran. Che non smentisce soltanto le dimissioni di Ghalibaf ma nega anche tutto il resto.
«Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi non terrà alcun negoziato con gli americani a Islamabad», scrive l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione islamica. La nota dice che «i media statunitensi inventano storie di nuovi contatti» e che un negoziato con Washington «non è attualmente all’ordine del giorno». E aggiunge che invece Araghchi discuterà con le autorità pachistane le «valutazioni dell’Iran sulla fine della guerra».
Equilibrismo di parole per salvare i proclami ufficiali. Non «negoziato» ma «valutazioni sulla fine della guerra».
Forse il punto di incontro fra la versione e la missione Usa e la narrazione iraniana sta nel racconto di due funzionari statunitensi al New York Times. Dicono che il ministro degli Esteri iraniano ha portato con sé in Pakistan una risposta scritta alla proposta statunitense per un accordo di pace. Quella risposta sarebbe il risultato di contatti diplomatici continui fra l’Iran e il Pakistan, anche se pubblicamente gli ayatollah hanno ripetuto che non avrebbero inviato nessun negoziatore a Islamabad e che nessun accordo sarebbe stato possibile se prima gli Usa non avessero revocato il blocco navale sui porti iraniani.
In sostanza: né Teheran né Washington hanno in agenda incontri diretti fra i negoziatori ma sarà Islamabad a guidare i contatti diplomatici fra le parti, e poco importa se poi saranno attraverso una risposta scritta o un tavolo negoziale vero e proprio.
Il nuovo round pachistano si apre il giorno dopo l’annuncio di Trump sul Libano: altri 21 giorni di tregua (dopo i primi 10) per cercare anche su quel fronte una pace duratura. Il presidente Usa ne ha dato notizia giovedì sera, dopo aver ospitato alla Casa Bianca gli ambasciatori di Israele e Libano, anche in quel caso per il secondo round di negoziati. Un incontro definito «storico» dagli stessi ambasciatori che hanno riconosciuto l’un l’altro: «Israele e Libano non sono mai stati così vicini».
Parole che Hezbollah non vuole sentire mentre i suoi vertici giurano che non consegneranno mai tutte le loro armi e mentre chiedono a ripetizione che Beirut abbandoni i negoziati con Israele. Mohammad Raad, alla guida del blocco parlamentare di Hezbollah, non soltanto chiede al governo del suo Paese di ritirarsi dai colloqui, ma a un giornale libanese dice: «Qualsiasi cosiddetta tregua che riconosca al nemico che occupa il Libano un’eccezione e che gli consenta di aprire il fuoco o effettuare operazioni» non è «affatto una tregua, ma un inganno perfido».
Il riferimento è all’accordo firmato dopo i primi colloqui del 14 aprile a Washington. Che dice: «Israele ha diritto di adottare tutte le misure necessarie per l’autodifesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso».
Sul fronte di Hormuz siamo all’ennesimo giorno di chiusura e sul tema ieri si è fatto sentire il capo del Pentagono Pete Hegseth in versione antieuropea: «Noi non contiamo sull’Europa», ha detto, «ma l’Europa ha bisogno dello Stretto più di noi e forse farebbe bene a parlare meno e a mettersi in mare», perché quella «è una battaglia molto più europea che nostra. Il tempo dello scrocco è finito». E poi: «L’Iran ha ancora la possibilità di concludere un buon accordo con gli Stati Uniti». Se non lo farà «siamo pronti a colpire di nuovo».