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 2026  aprile 25 Sabato calendario

Hegseth attacca gli europei

«A gift to the world». Così definisce questa guerra Pete Hegseth, aprendo la conferenza stampa con la bandiera alle spalle e davanti una platea di giornalisti (soprattutto) amici dell’amministrazione.
«Una missione coraggiosa e pericolosa», dice il segretario alla Difesa che Donald Trump ha ribattezzato alla Guerra. Coraggiosa e con obiettivi rapidi e chiari, non come le guerre tipo «Vietnam, Iraq e Afghanistan». Neanche George W. Bush aveva mai usato le parole scelte dall’ex soldato Hegseth per riassumere l’attuale conflitto: un regalo, «un regalo al mondo».
«Un regalo storico, per gentile concessione di un presidente che sta facendo la storia». Qui il filone metaforico non è quello futurista della guerra «sola igiene del mondo», ma prende in prestito la dimensione del dono e della gratuità. Di fianco al completo grigio con cravatta regimental del segretario alla Guerra c’è la divisa decorata del capo di stato maggiore Dan Caine, ma oltre al generale forse Hegseth avrebbe voluto anche un pastore della piccola congregazione religiosa a cui appartiene, le Communion of Reformed Evangelical Churches. Il Washington Post ha scritto che Hegseth ha introdotto nella routine del quartier generale del Pentagono una cerimonia religiosa mensile che secondo gli esperti non ha precedenti nella storia. D’altra parte, quanti suoi predecessori avevano tatuato sul bicipite destro la scritta «Deus vult», che in latino significa «Dio lo vuole»?
Nella retorica di Hegseth «i riferimenti religiosi si sprecano», rileva Frank Bruni sul New York Times. Ha paragonato il salvataggio di un pilota alla resurrezione di Gesù, e il titolo del suo libro del 2020 è Crociata Americana: gli americani devono combattere «come i nostri antenati cristiani mille anni fa».
Nei giorni scorsi papa Leone aveva messo in guardia i potenti della Terra dal tirare Dio per la giacchetta per coinvolgerlo nelle loro guerre. Ha chiamato Cristo «principe della pace», e ieri Hegseth ha risposto guardingo a una domanda sulle reprimende del pontefice, evitando nuove polemiche: «Il Papa fa il suo».
Anche il ministro della Guerra fa il suo, come da copione, rubando alla Chiesa le parole d’ordine. L’idea del «dono» è centrale nella visione e nella pratica del cristianesimo. Ed ecco che ancora una volta l’azzimato Pete si fa guerriero di Dio definendo la guerra «un dono al mondo». Anche all’Europa e ai suoi leader, che «hanno bisogno dello Stretto di Hormuz e dovrebbero fare più di quanto facciamo noi», e anziché «ritrovarsi tutti eleganti alle conferenze dovrebbero mettersi in barca», possibilmente su una cannoniera o un dragamine. Perle americane a un mondo di ingrati, Europa e Asia, «che hanno approfittato per decenni della nostra protezione», rincara Hegseth. «Ma la pacchia è finita. L’America e il mondo libero si meritano alleati capaci e fedeli». Per il momento, «l’unica istituzione che si meriterebbe ogni anno il Nobel per la Pace è l’esercito americano».
Un giornalista del sito di gossip TMZ chiede al segretario che cosa «gli passa per la mente e per il corpo quando impartisce gli ordini per scatenare un livello di violenza così estremo» come in guerra: «Una scarica di adrenalina? Paura? Un delirio di onnipotenza?». Con magnanimità Hegseth perdona il reporter, definendola «una domanda molto TMZ». E rispondendo con parole non da Hegseth alle crociate ma da Hegseth alle sedute per la sua conferma al Congresso (dove passò soltanto perché eccezionalmente il vicepresidente JD Vance ruppe l’impasse votando per lui): «Il mio unico pensiero è assicurare ai nostri soldati ciò di cui hanno bisogno per avere successo. Per far sì che loro tornino a casa e i nemici no».
Questa guerra sarà un regalo anche per loro, oltre che per le famiglie delle bambine iraniane fatte a pezzi da un missile americano Tomahawk il primo giorno di attacchi. Tutto sommato, anche per quelli che stanno «in barca» o sui cacciabombardieri, le perdite sono state relativamente contenute: 15 soldati americani morti e 500 feriti.