Corriere della Sera, 25 aprile 2026
Deficit, partita la caccia alla «manina» nemica nell’Istat o in Ragioneria
In queste ore nel governo la Ragioneria e l’Istat sono raccontate come gli avamposti simbolo di tutte le malvagità. Gratta gratta è la solita asimmetria tra politica e tecnici. Anche se questa volta il caso è clamoroso. È colpa loro, dicono dalla maggioranza e dall’esecutivo, se l’Italia non è uscita dal giogo della procedura europea. Se quel 3,04 preventivato lo scorso ottobre è diventato alla fine un 3,07 e quindi 3,1 (arrotondato) nel Dfp.
Il pasticcio, d’altronde, è stato di quelli che lasciano le scottature sulla pelle: anni di cinghie tirate per buttare giù il deficit che partiva dall’8%, annunci roboanti della vigilia sfumati per un pugno di seconde cifre decimali. Pari, a conti fatti, a 598 milioni di euro di spese in eccesso, non ponderate come si deve.
All’Istat Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia rimproverano una «rigidità che renderà più poveri gli italiani». Sarebbe bastato stimare – è la tesi, e come tale va presa – 20 miliardi di euro di Pil in più sui 2.258 del 2025 per fare gol. Invece, e qui c’è il retropensiero di Via della Scrofa, «alla fine il dato sarà rivisto al rialzo, come sempre, ma sarà ormai troppo tardi».
Ora, il presidente dell’Istat è Francesco Maria Chelli, nominato da questo governo nel 2024. Possibile che davvero abbia tramato contro l’Italia per tirare lo scherzetto all’esecutivo che lo ha scelto, mosso magari da chissà quali forze della reazione? Dall’Istituto di statistica, dopo un lungo respiro, scuotono la testa: non entrano in questa baruffa. Martedì Chelli sarà audito dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Parlerà con i documenti ufficiali. Il suo «imbarazzo» davanti a queste accuse va a braccetto con il silenzio di un ente che collabora con le principali piattaforme internazionali di statistica, a partire da Eurostat. Se i numeri hanno la testa dura e il presidente non è un sabotatore, il faro del sospetto della maggioranza cala sul «corpaccione» dell’Istat sulle solite strutture che remano contro: cosacchi con la calcolatrice nel taschino?
Tuttavia la presunta rigidità dell’Istituto in questa storia si accompagna con le sorprese spuntate fuori dalla Ragioneria, forse all’insaputa (riecco il complottone) di Daria Perrotta, prima donna a capo del prestigioso dipartimento, nominata anch’essa da Meloni. Come si sa infatti a far saltare il banco e i decimali sono stati sì i 600 milioni di spesa in più apparsi nel Dfp, ma soprattutto «l’aumento imprevisto della spesa per il Superbonus» – come ha rivelato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in conferenza stampa – compensato con un altrettanto inaspettato aumento delle entrate. Che alla fine non è stato sufficiente a centrare l’agognato obiettivo. Un errore di previsione abbastanza enorme che supera, e di tanto, i 600 milioni di euro di troppo che hanno fatto cadere il castello dei sogni di Palazzo Chigi. Giulio Tremonti, che da ministro dell’Economia dei governi Berlusconi ne ha viste tante, per correttezza non parla di questo pasticciaccio gaddiano. Si limita a raccontare cosa gli disse venti anni fa Carlo Azeglio Ciampi: «La Ragioneria è temibile». E poi sempre Tremonti, che adesso guida la commissione Esteri per FdI, aggiunge che l’Istat è da sempre così: né buona né cattiva, solo semmai «fredda e passiva». E quindi? «Forse il ministro Giorgetti doveva convocare qualche riunione preventiva in più prima del Dfp».