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 2026  aprile 24 Venerdì calendario

Matrimoni forzati, in Italia pochi numeri e molto da fare

C’è una ragazza di 16 anni, irlandese di origine irachena, che un giorno dice alla sua compagna di classe «questa estate conoscerò il mio fidanzato». Colui che non conosce ancora è il suo promesso sposo. La ragazza quell’estate va in Iraq e non torna più, né a scuola né in Irlanda. Solo due anni dopo si scopre che è già sposata e con due figli, e non per sua scelta. Un’altra ragazza vive in Germania, ma non appena la famiglia scopre che ha iniziato a frequentare un suo coetaneo viene portata in Siria, suo Paese di origine, con la scusa di andare a trovare la famiglia. E lì è costretta a un matrimonio con un uomo più grande. Stessa prassi messa in atto dalla famiglia di un’altra giovane, che vive in Italia, portata in Bangladesh, dove due settimane dopo viene fatta sposare dal padre con un uomo che conosce appena. Tre casi di matrimonio forzato tra i tanti che accadono ancora a cittadine (e a cittadini seppur con un’incidenza molto minore) dei Paesi europei e che purtroppo nella stragrande maggioranza non emergono. «Proprio per questo siamo qui oggi. Tra tutte le violenze contro le donne, quella dei matrimoni forzati o precoci è la meno riconosciuta persino da chi la subisce. Mancano numeri ufficiali e questo ci dice che c’è ancora tanto da fare», spiega ad Avvenire Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea, associazione che ha organizzato insieme a Butterfly un convegno sul tema, “Senza voce senza scelta”, tenuto ieri a Brescia, dove sono intervenute le maggiori esperte giuridiche ed esponenti delle associazioni italiane ed europee, raccontando storie reali come quelle sopra, rispettivamente testimoniate dalle associazioni Akidwa, Papatya e Pangea.
Le ricerche statistiche sul fenomeno ancora troppo poco conosciuto in Italia sono state presentate da Alessandra Capobianchi, dell’Istat, che ha puntualizzato: «Al momento gli unici e più recenti dati certi sono quelli delle denunce relative alla costrizione o induzione al matrimonio (29 nel 2023 e riguardanti donne nel 96,4% dei casi); al numero di donne che per questo abuso sono seguite dai Centri antiviolenza (439 nello stesso anno e 375 nel 2024, di cui il 15,2% sono italiane contro un 84,3% di straniere che vivono in Italia); delle segnalazioni al numero 1522 (sono state 19 nel 2025) e infine i dati del Sistema informatizzato per la raccolta di informazioni sulla tratta, che nel 2024 ha registrato 32 persone vittime di tratta finalizzata al matrimonio forzato». Un’indagine appena conclusa dall’Istituto dovrebbe portare nei prossimi mesi a una maggiore conoscenza, ma sempre con dei limiti inevitabili nell’emersione della portata reale dei matrimoni non voluti, ai danni di italiane o straniere, costrette qui o nei loro Paesi di origine. Tra le ragioni che limitano l’emersione ci sono difficoltà comuni alle altre forme di violenza, come la mancanza di indipendenza economica delle vittime e la paura dei rischi legati a una denuncia, nonché il condizionamento culturale e dell’interpretazione della religione, «e sottolineo che nella nostra esperienza questo può riguardare tutti, non solo i musulmani» precisa ancora Lanzoni da Pangea, che aggiunge: «La ragazza si trova a dover scegliere tra i genitori che l’hanno cresciuta come una principessa e la libertà, quindi è veramente doloroso, è come spaccarsi dentro. Chi ha forza di uscirne spesso è perché ha visto la morte in faccia e ha capito che non aveva scelta». Di forza hanno parlato tante delle organizzazioni, che si sono però confrontate su come costruire condizioni migliori. Tra loro c’era Natasha Rattu, direttrice di Karma Nirvana, un’organizzazione fondata dalla madre nel Regno Unito oltre 30 anni fa dopo essere scappata a 16 anni da un matrimonio forzato: «La conseguenza di quella decisione fu che la sua famiglia la rinnegò completamente. Ma una delle sue sorelle che subì il matrimonio forzato si diede fuoco. Ne uscì solo con la morte. Da allora mia madre si è battuta perché le donne e le ragazze non sentissero che le uniche opzioni fossero quelle. Oggi supportiamo oltre 3.000 casi ogni anno sulla nostra linea telefonica nazionale nel Regno Unito, e direi che è solo una piccola percentuale perché molte non sanno ancora che stanno vivendo è un abuso». Del resto, il confine tra matrimonio combinato e forzato è labile e dipende soprattutto dall’opportunità reale e incondizionata di poter dire no.
In Italia il reato specifico che punisce costrizione o induzione al matrimonio o all’unione civile esiste solo dal 2019. Un Ddl a prima firma della deputata Sara Kelany che chiede pene più severe per chi costringe ai matrimoni forzati e un convegno tenuto proprio ieri da Fratelli d’Italia al Senato (che ha toccato anche questo tema) denotano uno sforzo verso l’emersione di queste vittime. Ma come hanno ricordato esperte di diritto, operatrici dei centri antiviolenza, rappresentanti istituzionali e organizzazioni internazionali intervenuti a Brescia, non è solo una questione di pene, perché tuttora rimane un divario tra la norma già esistente e la realtà. Molti dei casi seguiti dai centri non arrivano neppure in tribunale e spesso le vittime non si costituiscono parte civile. L’appello da Brescia è dunque di lavorare affinché ciascuno si assuma le proprie responsabilità per aiutarle a venire fuori, dalla politica alla giustizia, dalle comunità religiose colpite – qui rappresentate dall’imam Yassine Lafram che ha «voluto metterci la faccia per ribadire che è importante esprimerci pubblicamente» – alle scuole, che spesso sono le prime a captare il rischio, quando una studente si confida o il suo banco rimane all’improvviso vuoto.