il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2026
Isabella Ferrari parla del suo nuovo film e di sé stessa
Isabella Ferrari, nel nuovo film di Pupi Avati, Nel tepore del ballo, da giovedì in sala, recita senza trucco: ci vuole coraggio.
Veramente poco, basta non guardarsi allo specchio e non andare al monitor.
Non c’è trucco, non c’è inganno.
Quando Pupi mi ha voluto incontrare nel suo ufficio glorioso, ci siamo messi a parlare delle nostre vite, della parte ferita della nostra esistenza, quella che magari porti in analisi. Era incredibile che la stessi rivelando ad Avati, in realtà ero entrata lì perché volevo essere nel suo film. Alla fine, mi ha detto: ‘Sarai la mia Clara, così però, senza nessun trucco, nessun abbellimento, dark’.
Chi è Clara?
Una donna usata, abusata, che non ha scelta. Senza riscatto: quante ce ne sono nel mondo? Perché noi raccontiamo sempre, quasi sempre, che un affrancamento se lo inventano, ma la realtà è diversa: la crudeltà della vita è molto vicina a noi. Insomma, ho incarnato una vittima.
Anche il cinema italiano oggi lo è?
Il nostro cinema somiglia molto al mio personaggio, si lascia abusare, non si ribella mai: da due anni non c’è una vera legge in funzione. La politica non ha potenziato la nostra industria, che a sua volta pare abbandonata da se stessa: non sappiamo fare sistema, è la coesione, la resistenza che ci manca. Ma è difficile parlare del nostro cinema, perché bisogna sempre incassare, mai rischiare.
Soluzioni?
Non ce la faccio più a sentire parlare delle stesse cose, dei fondi dati a un film piuttosto che a un altro. Ho voglia di freschezza: una nuova generazione di attori, registi e produttori.
Torniamo a Clara, lei per amore cosa non farebbe?
Lasciarmi andare, non avere un mio conto in banca. Ho inseguito una sorta di indipendenza fin da molto piccola, un giorno un amore della mia vita che era molto geloso non voleva che interpretassi un film che mi portava dentro a scene conturbanti, legate allo stupro: pretese di darmi gli stessi soldi perché non lo facessi.
E lei?
Ho stracciato questa possibilità, e ho lasciato quell’uomo. Non so se oggi si possa dire, però io non conosco padroni.
Invece ha conosciuto Pupi.
È il regista con cui ho più confidenza. Sul suo set c’è una sola macchina da presa, è sempre buona la prima, sicché in prova non mettevo niente di vero, di sentimento: mi giocavo tutto alla prima.
Lei, Ghini che fa un conduttore tv caduto in disgrazia, Giuliana De Sio a mo’ di Barbara D’Urso: non il solito cast. Davvero dobbiamo chiedere a un 87enne cineasta di stupirci?
Un cast così libero, così anche anni 80: è curioso, divertente.
Per lei “il tepore del ballo” qual è?
Mio padre, che mi portava nelle balere: era bravissimo con il valzer, mentre io non ero assolutamente capace… Questo film è una danza macabra, la televisione che racconta sono i nostri social, dove essere o non essere è qualcosa di futile.
Al cinema ha esordito 40 anni fa: cos’ha appreso?
Registi ne ho incontrati tanti, e di molto bravi: ho imparato ad abbandonarmi alla loro scrittura, ad avere fiducia di un punto di vista e di uno sguardo. Perché io davanti a una pagina bianca non ho alcun pensiero.
Fuoricampo?
La vita me la costruisco tutti i giorni, ho fatto una scelta a trent’anni: diventare madre. Quindi leggo un film, mi piace, non mi piace, di chi è la regia, mi incuriosisce qualcosa, mi butto, ma non voglio più farmi del male. Stare in quel momento, crederci, avere la possibilità di qualche istante di felicità, certo, però per me il cinema non è tutto.
Nel suo primo film Sapore di mare era Selvaggia: borghese poi lo è diventata?
Borghese non lo sono mai stata, perché non nasco così e la memoria della propria infanzia dura per sempre. Vengo al mondo in una stalla: quella sono, nonostante la vita poi mi abbia portato altrove. Sono un po’ selvaggia, sì.
Attitudine.
Mi aiuto con un po’ di yoga la mattina, respirarci dentro e pensare che anche oggi me la devo guadagnare e che in fondo questa conquista quotidiana è la cosa che ancora mi piace di più. Non riesco a essere viziata da quello che ho avuto, mi sembra che debba avere tutto ancora, per cui faccio le capriole.
Nessun calcolo?
Mai, non avendo avuto né il padrone né quello che mi ha inventato, non mi sono messa a tavolino per dire ‘facciamo così o facciamo in un altro modo’. Credo di avere una pancia abbastanza credibile.