lastampa.it, 24 aprile 2026
L’inchiesta di Rts sui punti oscuri del caso Wendy Duffy
Per capire intento e missione della Pegasos Swiss Association e che succede quasi ogni giorno nella clinica dove si trova in queste ore Wendy Duffy, la donna inglese di 56 anni che ha scelto di morire dopo aver perso il suo unico figlio, basta leggere le poche ma esaurienti righe di presentazione sul loro sito. A chi si trova nelle condizioni di non desiderare altro che la propria morte, promettono: «Pegasos, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Basilea, ritiene che sia un diritto umano di ogni adulto razionale e sano di mente, indipendentemente dal proprio stato di salute, scegliere le modalità e i tempi della propria morte». Se vuoi morire, ti aiutiamo noi. Anche se il tuo corpo è in salute.
A differenza di quanto accade nelle altre cliniche svizzere che danno assistenza a chi sceglie il suicidio assistito, tra i requisiti non si parla di malattie incurabili. Bisogna avere più di 18 anni ed essere giudicati «mentalmente lucidi», oltre a pagare il costo delle spese sostenute dall’associazione. I numeri dei casi di suicidio, ricostruiti grazie a un’inchiesta della Radiotelevisione svizzera, sono notevoli: tra 200 e 300 l’anno dai 2019 a oggi. Per lo più sono persone che arrivano dagli Stati Uniti e da altri paesi europei.
La clinica si trova a Roderis, una piccola e idilliaca frazione di Nunningen nel distretto di Thierstein, nel Canton Soletta. Nel 2019 c’è stata l’inaugurazione della palazzina di lusso circondata dalle colline, qualche anno dopo i residenti della zona hanno raccolto centinaia di firme per chiederne il trasferimento. Del caso si occupa anche la stampa inglese, che raccoglie le storie e le testimonianze di familiari che si sono rivolti alla clinica. Nel 2024 Judith Hamilton racconta la morte del figlio Alastair, 47 anni. Le aveva detto che sarebbe partito per Parigi, ma pochi giorni dopo la polizia ha scoperto che era volato in Svizzera. Alastair soffriva di dolori addominali inspiegabili, ma non era malato. «La sua vita non era perfetta, ma era una vita che molte persone avrebbero desiderato – ha detto la donna a Rts -. Dai movimenti bancari abbiamo scoperto un pagamento di 12mila franchi svizzeri. È come un’azienda: se hai abbastanza soldi, ti offrono un servizio». David Canning ha raccontato ai media la morte della sorella Anne, lo scorso gennaio. «Pensavo ci fosse una valutazione psichiatrica, un colloquio, che servissero giorni –è la sua testimonianza -. Invece è successo tutto in una mattinata». L’accusa è sempre la stessa: non c’è nessuna valutazione, nessuna volontà di aiutare a comprendere. «Solo di fare soldi» conclude amaramente uno dei familiari intervistati da Rts.
La zona grigia della legge svizzera per l’assistenza al suicidio
L’articolo 115 del Codice penale svizzero autorizza l’assistenza al suicidio, ma solo «se non motivata da interessi egoistici». L’equivoco però si gioca sul calcolo delle spese, che molto può variare. Tra i sostenitori della clinica, c’è l’ottima assistenza garantita ai pazienti che devono intraprendere soli il viaggio nella struttura. «Sono casi che noi non accetteremmo mai – ha spiegato a Rts Jean-Jacques Bise, presidente di Exit Svizzera romanda, una delle più grandi organizzazioni di aiuto al suicidio, che precisa: «Da noi la richiesta deve essere motivata, ripetuta e validata da un medico». Exit chiede 100 franchi per l’assistenza, mentre le cifre richieste da Pegasos si aggirano sui 10mila.
Megan Royal, la figlia di una donna che è ricorsa al suicidio assistito la scorsa estate, ha raccontato alla stampa britannica di essere stata informata con un messaggio su WhatsApp. Sua mamma Maureen, 58 anni, soffriva di «dolori non diagnosticati» e, secondo la figlia, anche di disturbi mentali. Pegasos aveva deciso di consultare i familiari per iscritto, ma Maureen si sarebbe finta Megan via email. «Se avessero controllato, avrebbero capito che stavano scrivendo a mia madre e non a me» racconta.
Pegasos ora promette di verificare l’identità dei familiari con una video chiamata. Nessuno dell’organizzazione ha mai risposto alle richieste di un’intervista della Radiotelevisione svizzera, ma un lo collaboratore ha accettato di parlare ai giornalisti. «Sono stati commessi degli errori, ma non si ripeteranno. Questo ha portato a un cambiamento nella politica di Pegasos e la regola è molto rigida. Bisogna informare la famiglia. – assicura a Rts – Rispettiamo scrupolosamente la legge svizzera e tutta la clientela di Pegasos è pienamente convinta e decisa».