La Stampa, 24 aprile 2026
Intervista a Piero Chiambretti
«Già a sette anni pensavo alla morte. Poi sono cresciuto e sono diventato il Leopardi della tv italiana». Piero Chiambretti scherza, ma fino a un certo punto. In ogni suo progetto lo sgambetto da discolo va a braccetto con un «animo crepuscolare, che di solito tengo fuori dalla tv ma riemerge qua e là, in alcune scelte artistiche»: a volte è rintanato in una domanda dal retrogusto amaro, altre, come per Fin che la barca va, si cela in un titolo «che parla della relatività della vita, che un senso forse non ce l’ha». Dal 2 maggio Chiambretti torna a farsi un po’Caronte un po’capitano coraggioso, traghettando il pubblico di Rai3 verso la prima serata: la collocazione è nuova (il sabato alle 20), la durata anche (70’contro la ventina precedente) e pure la ciurma, che vede l’ingresso della sondaggista Alessandra Ghisleri oltre al confermato Patrick Facciolo e ai giornalisti Giorgio Dell’Arti e Claudio Sabelli Fioretti. Due gli ospiti («anzi, i passeggeri») a puntata: il primo sarà a bordo mentre si naviga con il vento in poppa, da San Pietro verso l’Isola Tiberina, il secondo salirà al ritorno, risalendo controcorrente. In chiusura, la nuova rubrica Macchianera di Marco Gregoretti. «Dimenticate il programma visto finora: questo è un esperimento totalmente nuovo, con i rischi che comporta. Ma tanto peggio del Titanic non possiamo fare».
Da vera peste, lei sa nuotare solo controcorrente?
«Qualche volta sono anche affogato. Non ho mai avuto un salvagente e quando il mare si ingrossa il rischio è di rimanere nella pancia del pesce».
Mai temuto di annegare?
«Non è un mio cruccio. Mi impensierisce di più il cambio della realtà televisiva: prima si correva dietro alle altre reti, poi all’Auditel, inizialmente funzionale alla pubblicità poi alla ricerca del consenso. Ora si insegue il web che ha sdoganato lo sdoganabile: più la dici grossa, più è un fake, meglio è. Non è neanche più richiesto di essere meritevoli».
Perché non proporre un quiz prima delle 21, come tutti?
«Non li amo. Ho persino rifiutato i pacchi: me li propose l’allora direttore Fabrizio Del Noce dopo l’edizione condotta da Paolo Bonolis. Probabilmente Affari tuoi mi avrebbe cambiato la carriera: i game e i quiz sono per certi versi facili da presentare, perché lo spettatore vuole capire come va a finire e resta lì. Inoltre ti trasformano in uno di casa. La vera vittoria non sta solo nel montepremi ma nella familiarità che si guadagna. Però no, non fanno per me».
La seduce di più il fascino delle domande, anziché l’abilità di dare la risposta esatta?
«Sì, e poi ignorante come sono dovrei sempre farmi indicare la soluzione giusta dagli autori: non ne conoscerei mezza».
Però con Macchianera cede al fascino della cronaca nera?
«Questo mai. Mi rattrista profondamente che il varietà sia stato sostituito dalla cronaca nera: esci dagli studi e vedi gli avvocati fare i selfie dopo aver parlato di omicidi e indizi. La nostra rubrica è una sorta di contro finale, la risposta bonsai al dilagare del genere: in 1’e 40’’ Marco Gregoretti dirà quello che ancora non è stato svelato sui casi di cronaca, dimostriamo che spesso si sprecano fiumi di inchiostro e ore di diretta senza dare la notizia che conta».
Il programma racconta l’Italia alla deriva: in che acque navighiamo?
«Siamo in secca. Non che veda altri Paesi fare sci nautico… Ed è questo che da padre mi spaventa di più: oggi i ragazzi non si possono neanche più aggrappare al “pezzo di carta” o al biglietto aereo che ti trasforma in cervello in fuga. Siamo tutti messi male e loro, a differenza di me 70enne, hanno ancora tutta la vita davanti».
Cosa cerca di insegnare a sua figlia Margherita?
«La libertà di pensiero e di fare quello che ama. Ma non a parole, piuttosto con l’esempio, mentre nuoto controcorrente. Provo anche a darle quello che non ho potuto ricevere da mio padre, essendo cresciuto solo con mamma».
È più complicato fare i genitori se non ci si è sentiti figli?
«In realtà a livello educativo aiuta: mamma si è fatta in quattro, colmandomi di affetto, e le uniche piccole lacune erano quelle legate all’assenza paterna. Penso alla mia prima barba: non sapevo da dove iniziare, chiesi a lei e mi diede la crema… per la ceretta alle gambe. Alla fine avevo un melone al posto della faccia. Mi è mancata la complicità maschile e la fisicità tipicamente paterna».
C’è una distanza più difficile da colmare con Margherita?
«Quella del telefonino: distorce la realtà e dà consigli a tutte le ore, suggerendo cose che un padre non direbbe o comunque proporrebbe in maniera diversa. Purtroppo è una battaglia dura: il 30% di qualunque genitore è sostituito dal cellulare».
A proposito di padri, è vero che Rosita Celentano insiste perché faccia un programma con Adriano?
«Io sono disponibile: saremmo due bellissimi gemelli diversi, ma purtroppo Adriano ha un po’ chiuso la porta al pubblico tv. Peccato perché il posto per lui ci sarebbe ancora in questa tv. Avrei anche già il titolo: “1+1 fa 3”. Un varietà narrativo, incentrato su una parola che prende due sviluppi di spettacolo diametralmente opposti, che insieme danno poi vita a un terzo show».
Barbara D’Urso ha fatto causa a Mediaset per i diritti d’autore non percepiti: commenti?
«Nessuno. È difficile stabilire chi abbia ragione: è una questione complessa. Di sicuro mi spiace che Barbara non lavori più in tv. L’hanno tanto criticata ma sono molto peggio i programmi di cronaca nera. Per carità, è giusto parlare di un omicidio ma non per 18 anni trasformandolo in un appuntamento fisso. Non ne posso più di sentire la frase: “la povera Chiara”. Basta: fossi il suo genitore, denuncerei il primo che la ripete. Credo però che molti conduttori parlino di Garlasco loro malgrado: ne farebbero forse a meno, ma sono prigionieri degli ascolti. Piace e quindi lo ripropongono. Morale? Manca l’assassino ma abbiamo i prigionieri: pubblico e conduttori».
Parla come se fosse immune dalle ansie da ascolto. Lo è?
«L’Auditel non è il mio primo approdo. Lascio i dati agli analisti. Io provo solo a fare una buona tv».
Lei come si è salvato dall’etichetta del trash?
«Creando sempre delle narrazioni. La volgarità non sta nella parola scurrile ma nella gratuità di uno show. Ai tempi di Chiambretti c’è, portavo in tv quelli che la gente non voleva vedere, che bollava come freak: mostri. Ma erano sempre inseriti in un racconto ed era questo a dare un senso all’operazione».