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 2026  aprile 24 Venerdì calendario

Carlo Verdone ricorda gli anni di "Un sacco bello"

l cinema è ancora Un sacco bello. Il film d’esordio di Carlo Verdone torna in 150 sale il 27, 28 e 29 aprile in versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, RTI e Mediaset Infinity.
Era il 1980. Rivederlo oggi?
«Mi ha colpito. Era una commedia piccola ma molto rivoluzionaria. Raccontava tre ragazzi pieni di solitudine, di incertezze, di smarrimento. Un mondo diverso da quello dei grandi colonnelli della risata, Sordi, Gassman, Tognazzi. Qui c’erano maschi sperduti, fragili, spesso disarmati davanti a donne più forti. L’esperienza del femminismo negli anni 70 aveva rovesciato i rapporti e io sentivo che lì c’era qualcosa da raccontare. E c’era l’ultima immagine di una Roma che aveva ancora un tessuto sociale: la gente che si parlava dalle finestre, il ferramenta, il vetraio, il silenzio dell’estate interrotto dalle cicale, qualche motorino smarmittante. Oggi senti solo i trolley, i pullman, la folla. Quella Roma la posso riavere solo in quel film».
Era consapevole delle reazioni che sarebbero arrivate?
«Per niente. Alla prima proiezione per i critici, nella sede di Medusa, Sergio Leone mi vede nervoso, stringe il pugno e dice: «Io sto film lo tengo così. Stai in buone mani”. Che fortuna avere avere accanto un gigante come lui, che ha avuto fiducia di un giovane».
Leone scelse anche Marisol.
«Io stavo male, avevo una flebite seria. Leone andò a Barcellona, tornò con tre fotografie. Io ne indicai una e dissi: “È questa”. Era Veronicai Miriel. Lui: “Facciamola venire. Sbrigati a guarire”. Lei capì il personaggio, materna, misericordiosa verso il povero Leo. L’ultimo giorno di riprese mi dice: “Portami a Piazza Navona”. Davanti alla fontana, si alza la maglietta, si toglie i pantaloni, resta in mutande e si butta nell’acqua. Io urlavo: “Esci, arrivano i vigili, ci fanno la multa”. Lei “Roma è meravigliosa”. Esce e si rimette la t-shirt bagnata e trasparente, fuggiamo in lambretta inseguiti dai coattoni in scooter».
E Mario Brega?
«Nei film di Leone menava e basta, non diceva battute. Sono a casa di Sergio quando entra Brega con le cassette di frutta, lavorava ancora con amici dei mercati generali di via Ostiense. Lo sento parlare e dico: “Questo è il padre perfetto del figlio dei fiori”. Leone è perplesso, facciamo un provino e Mario, quando capisce che farà il film, m’abbraccia così forte che mi stritola le braccia».
E poi Don Alfio, il professore, il cugino Anselmo. Tutti fatti da lei.
«Oggi col digitale è facile, ma io usai un Mitchell, oscurando una parte dell’obiettivo: dovevi essere perfetto nei tempi dei monologhi».
Che fine hanno fatto Leo il tenero, il bullo solitario, il figlio dei fiori?
«Non hanno combinato granché. Leo non s’è mai innamorato, il bambino di Dio si è ritirato in campagna, il bullo è ancora più solo, a millantare storie come i ragazzi che incontravo al bar di via dei Pettinari».
Il ricordo più tragicomico del set?
«Non avevamo nemmeno la roulotte. Mi cambiavo per strada vicino all’Anagrafe con tremila persone che passavano, la troupe che mi faceva schermo con una tenda e due giacche. Non c’era un bar per fare pipì, riecco il circolo, non riuscivo e loro per stimolarmi “psspss”. Ero disperato, e quelli mi dicevano: “È il tuo primo film, devi faticare”. Lo girammo in cinque settimane e due giorni. In quegli anni avevo una forza bestiale».
Mai pensato: non ce la faccio?
«Mai. L’unica cosa che mi minò fu quando invitai di nascosto la mia futura moglie Gianna a vedere il film. Non rise mai. Alla fine le chiesi: “Che mi dici?”. E lei: “Bisogna vedere il pubblico come lo prende”. Entrai in un’ansia tremenda».
C’è un segreto di “Un sacco bello” mai raccontato?
«Tutti i luoghi del film sono legati alla mia vita. In Via Garibaldi c’è stato il primo incontro con la prima fidanzata, avevo 14 anni e mezzo, un batticuore enorme. Lo Zoo, dove da bambino mi persi: l’altoparlante diceva “Il bambino Carlo Verdone è pregato di restare fermo dove si trova”. Quel ricordo lo racconta Leo nel film. Santa Maria in Trastevere, dove giocavo a pallone con i compagni del Virgilio, due cartocci per fare i pali. Ho avuto la fortuna di trovare una terrazza poetica proprio sopra quella piazza. Mentre giriamo però c’è un tizio, sotto, con una tromba che continua a suonare. Leone, esasperato, sguinzaglia i capigruppo del set, romani veri, nel film fanno i portantini del Pronto soccorso. A un certo punto si sente la tromba che sfiata, un tuffo nella fontana e il grido: “Potete girà”».
Lei, Troisi, Benigni, Nuti: una nuova generazione.
«Finalmente c’era qualcosa di nuovo nel cinema italiano, che allora era in grande decadenza. Molte sale erano diventate a luci rosse, il ricambio tardava. Non-Stop ci fece conoscere, poi bisognava dimostrare di saper fare anche il cinema, e ci siamo riusciti».
Con Troisi eravate amici. Ricordi?
«Tanti. Una volta lo trascinai al cinema. Era spaventato dalla gente: scivolò in sala all’angolo, cercando di nascondersi come davanti a una folla oceanica, quando c’erano dieci persone. A un certo punto urlai: “C’è Troisi in sala!”. Tutti a chiedere autografi, lui s’allarma, ce ne andiamo. Un’altra volta vado a casa sua, apro la porta e mi trovo Maradona seduto che aspettava il caffè. Mi inchinai quasi per istinto. E Maradona mi disse che aveva visto un mio film e si era divertito».
Molte sale sono sold out. Come spiega questo film a un ventenne?
«Gli dico che dentro c’è Roma, ci sono personaggi solitari, verità e sincerità, il taccuino di un regista. E che vedrà di sicuro qualcosa che conosce già, anche se non ci aveva mai fatto caso. Perché tutto quello che c’è in Un sacco bello, in un modo o nell’altro, l’abbiamo visto tutti. Solo che spesso siamo distratti e non ci fermiamo sui dettagli».