corriere.it, 24 aprile 2026
Intervista a Vicky Piria
«Pensava fossi in ritardo come tutti i piloti eh. Ma io sono diversa».
Vicky Piria risponde puntualissima, come se il cronometro lo avesse nella testa e non solo in pista. La pilota e opinionista di Formula 1 per Sky Sport questa stagione sarà al volante di una Ferrari 296 Challenge di Zanasi Racing, nel Gran Turismo Sprint, insieme a Giacomo Ghermandi. L’avventura partirà questo fine settimana da Imola per il primo dei quattro appuntamenti in programma.
Alla guida di una Ferrari. Emozionata?
«Beh, diciamo che non succede tutti i giorni. Sono cresciuta con Schumacher e con il mito della Rossa. Sentendo il rumore del motore, ho realizzato un sogno che forse non pensavo neanche di avere».
Cosa vuol dire guidare una Ferrari?
«Qualche giorno fa ho fatto disegnare una macchina alla mia cuginetta e l’ha fatta rossa. La celebre frase di Enzo Ferrari è vera. Quando guidi una Ferrari, cerchi di essere la versione migliore di te stesso, questa è la vera magia».
Non sta nella pelle.
«Parliamo di una macchina pazzesca, il motore è assurdo. Ha un sistema frenante brake-by-wire che non avevo mai provato, per non parlare della velocità in curva. Arrivare a un tempo decente è facile, la cosa difficile è limare gli ultimi decimi perché devi prenderti dei rischi. E con una macchina così forte è un attimo farsi male».
Si è mai fatta male davvero?
«Nel 2012 in Germania mi hanno portata via in elicottero per un trauma importante alla colonna vertebrale. Non riuscivo a muovermi, ho avuto molta paura. Ero ferma all’interno della monoposto, ho slacciato le cinture per uscire ma il mio corpo me lo ha impedito. Una sensazione che ricordo come se fossi ieri».
Strascichi?
«Macché, dopo una settimana ero di nuovo in pista, sotto antidolorifici, a Budapest. Quando corri e rischi, l’unica paura che hai è di buttare via tutto. Il giro perfetto, una posizione...».
I suoi genitori non saranno d’accordo.
«Ancora oggi non riescono a vedere le mie partenze. Soffrono. “Sì, abbiamo paura che ti succeda qualcosa o che tu ci rimanga male”, mi dicono».
Il primo ricordo con loro?
«Le garette regionali con mio papà e mio fratello. Vincevamo la caciotta o il provolone e tornavamo a casa contenti. Poi il lunedì mi svegliavo alle 6 per ripassare prima di andare a scuola».
E la prima gara di F1?
«A Montecarlo. I miei genitori avevano preso i biglietti con tanto anticipo per risparmiare, avevo 16 anni. Il primo a uscire dalla pitlane fu Raikkonen. Quando sentii il suono del motore, iniziai a piangere. Dissi a papà. “un giorno voglio correre qua”. Successe due anni dopo in F3. “Ora puoi anche smettere”, mi disse. Me lo ripetono tutti gli anni, ma non ci riesco».
Mai stata discriminata in quanto donna?
«Sì, come purtroppo succede a molte altre nella vita di tutti i giorni. La forza sta nel non farlo diventare un problema. In macchina è più semplice, parla il cronometro. Mi puoi non stimare ma c’è un risultato oggettivo. In tv invece o ti piaccio o non ti piaccio, lì mi accusano solo perché sono la prima donna in Italia che parla di motori».
Chi la intriga di più nel paddock?
«Un’intervista piccante di Alonso mi fa sempre ridere. Mi piace chi non parla a caso e ogni sua parole è pensata. Anche Verstappen ha un’ironia che mi devasta».
E chi la mette più in soggezione?
«Hamilton ha un’ aura diversa, ha vinto sette titoli. Anche Horner non sapevi mai come avrebbe reagito. Per una domanda particolarmente piccante una risposta di m... te la beccavi».
Antonelli cosa ci insegna?
«La scorsa stagione Kimi è partito bene e poi è andato in difficoltà in Europa sui circuiti “amici”, laddove invece avrebbe dovuto cambiare passo. Questo perché aveva paura di sbagliare. E quanti di noi ce l’hanno? Vedere il percorso di maturità mentale e tecnica che ha fatto in così poche gare è un esempio, dimostra che bisogna far brillare i propri aspetti positivi senza doverli limitare per la paura di fallire. Ora lui sa sbagliare e questo conta più della velocità. Ha tutto per vincere il titolo».
E lei a Sky ha mai avuto paura di sbagliare?
«Raccogliere l’eredità di Federica Masolin e Davide Valsecchi non è stato facile. Anche io ero una loro fan. Nei primi mesi ho sofferto la mancanza di oggettività. E poi non c’era tempo per imparare il mestiere, lo devi affinare mentre lo fai».
Gli imprevisti più curiosi?
«A Jeddah io e Davide (Camicioli ndr) avevamo il volo di ritorno il lunedì dopo la gara, sul tardi. La mattina siamo andati in spiaggia, dove mi ha morso un pesce. Sono impazzita, con Davide che si affannava alla ricerca di un disinfettante. Oppure in Austria: stavamo camminando lungo la pista per fare dei contenuti e ha iniziato a diluviare. Siamo tornati nel paddock completamente zuppi, Vasseur ci rideva in faccia».
Suo marito Andrea l’ha conquistato sfrecciando a 300 km/h?
«Ci siamo incontrati a una gara di beneficenza in kart, una gara di 24 ore. A un certo punto ho visto questo scemo che, mentre facevo il mio stint notturno alle 3, era in tribuna a tifare come un pazzo invece di andare a dormire, visto che la mattina sarebbe toccato a lui. Ci siamo fidanzati sei anni fa. Non ha niente a che fare con i motori, ma è molto appassionato. E questo rende la mia vita molto più facile».