Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 24 Venerdì calendario

Giorgetti, il realista che vede nero (ma si dà da fare)

«Ah! Qui viene giù tutto…» è la quintessenza del giorgettismo. Una delle più tipiche espressioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma attenzione: nulla c’entra con il rapporto deficit/pil, né con la crisi di Hormuz, niente d’attualità: semplicemente, è una sua modalità espressiva classica. Può riguardare la retrocessione dell’amato Southampton dalla Premier League alla Championship, oppure un risultato elettorale al di sotto delle attese in un comune di trecento abitanti. Giorgia Meloni ci ha scherzato sopra durante il Consiglio dei ministri dell’altro giorno: «Giancà, non essere così pessimista». Chissà se ha saputo da qualche amico del ministro, zona Varese ma non solo, il vecchissimo soprannome: «Pessimista cosmico». Lui, poi, con i giornalisti ha sbuffato: «Io pessimista? Accendete il telegiornale e poi ditemi voi…».
Ma è la verità. Giorgetti non pensa a sé stesso come a un pessimista. Ma come a un realista che si dà da fare, e sente il dovere morale di farlo, per far andare le cose meglio. La leggenda narra che un Giorgetti neanche trentenne, candidato sindaco nella sua Cazzago Brabbia sul lago di Varese, vedesse nerissimo. Era già consigliere comunale da tempo, erano gli anni d’oro della prima Lega. Ma pare che lui nemmeno volesse candidarsi: «Prendiamo una tranvata». Finì che votò l’83,81% dei cittadini, bei tempi, e scelsero tutti quanti lui. Proprio tutti: 100% dei voti. Un record.

Qualche anno più tardi, già era deputato e segretario della Lega lombarda, ebbe un serio incidente giocando a pallone. Una brutta frattura del bacino che lo costrinse a letto per un lungo periodo. Raccontava Umberto Bossi: «Giorgetti mi ha detto che non vuole più fare il segretario della Lega: “Non so neanche se tornerò in piedi...”. Io quasi l’ho sollevato di peso: “Te ne rimani lì”». Perché, aggiungeva Bossi, «Giorgetti è il più bravo di tutti». Ma chi lo conosce sa che quel periodo, con il dover dipendere dagli altri per tutto, ha segnato il suo carattere.
Il voler lasciare l’incarico nel partito è un’altra forma di quella voglia di libertà che lo coglie. A chi a fine 2025 chiedeva di possibili dimissioni, la risposta è stata assolutamente giorgettiana: «Alle dimissioni ci penso tutte le mattine, sarebbe la cosa più bella da fare». Poi però sempre scatta l’altro versante della sua personalità: «Siccome è la 29esima legge di Bilancio che faccio, so come funziona». Il punto è: «Crediamo di aver fatto delle cose giuste, pensiamo di lavorare bene nell’interesse di tutti gli italiani». Del resto, lo ha detto anche l’altro giorno: «I ministri delle Finanze, in questa fase, non sono certo da invidiare».
In realtà, non è sempre quel «viene giù tutto». A volte, l’immagine è meno catastrofista. Nel luglio 2022, Giorgetti è allo Sviluppo economico, governo Draghi. Alla Festa Uil di Cesenatico, la dice così: «La situazione mi sembra abbastanza chiara. Io ho parlato di tempi supplementari, ma mi pare che le squadre siano un po’ stanche». Mario Draghi si dimetterà il giorno dopo. Realismo, non pessimismo.
Giorgetti forse è uno dei pochi che dice le cose per quello che sono. Quasi un’anomalia, di cui spesso nemmeno i leghisti gli sono grati. E lo fa capace, persino da via XX Settembre, di pronunciare quella parola che non si può dire: «Recessione». E «sacrifici», anche. Una parola di verità a cui non sempre siamo abituati.