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 2026  aprile 24 Venerdì calendario

Doppio sì per Zelensky: fondi a Kiev e sanzioni a Mosca

È visibilmente sollevato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per lui ieri è stata «una grande giornata»: Kiev a maggio rischiava il default. Il prestito da 90 miliardi, tenuto in ostaggio per due mesi dal premier ungherese Viktor Orbán, era una questione esistenziale per l’Ucraina e ieri finalmente l’Ue lo ha adottato formalmente, insieme al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca: una «decisione fondamentale – ha detto Zelensky —, di tutti i leader, presa all’unanimità, per la quale siamo molto grati».
Prestito e sanzioni sono «due passi molto importanti per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina», ha commentato il presidente del Consiglio europeo António Costa in un punto stampa al termine del trilaterale con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il leader ucraino Volodymyr Zelesky, venuto di persona alla Marina di Agia Napa, sulla costa sudest di Cipro, a ringraziare i leader europei nel primo giorno del vertice informale organizzato da Nicosia, che ha la presidenza di turno dell’Ue. La prima tranche dei 45 miliardi assegnati per il 2026 sarà erogata «già in questo trimestre», ha garantito von der Leyen. Quei fondi servono per mandare avanti la macchina dello Stato e militare. Ma la Ue da sola non basta. «In guerra, abbiamo bisogno di tutto e di tutti – ha detto Zelensky —. Naturalmente, siamo molto grati all’Europa, sono i maggiori donatori» ma «abbiamo bisogno degli Stati Uniti», specie di «missili antibalistici».
Costa ha anche detto che «è il momento di preparare il passo successivo: avviare il primo ciclo di colloqui per l’adesione». I due presidenti hanno elogiato i «significativi progressi» compiuti dall’Ucraina. Zelensky vorrebbe un processo accelerato, ma anche se Orbán non siede più al tavolo dei leader e ieri ha disertato quello che doveva essere il suo ultimo summit Ue (ha però fatto tenere il fiato sospeso chiedendo più tempo rispetto alla scadenza prevista alle 13 per dare il via libera al prestito), la maggior parte delle capitali al momento sembra contraria a cambiare le regole dell’allargamento, pur consapevoli dell’importanza geopolitica dell’ingresso di Kiev. Lo hanno fatto capire nei giorni scorsi Germania e Francia, aprendo a benefici «simbolici» in una fase di preadesione. E ieri lo hanno detto chiaramente diversi leader all’arrivo ad Agia Napa nel tardo pomeriggio, chiamati a discutere durante la cena, senza Zelensky, di sostegno all’Ucraina ma non di allargamento e dell’impatto della guerra in Medio Oriente sull’economia europea a partire dall’impennata dei prezzi dell’energia. Kiev ha «una prospettiva europea», ha detto il premier lussemburghese Luc Frieden, «ma non ci sono scorciatoie» e ha ricordato che «i Paesi dei Balcani Occidentali hanno fatto sforzi immensi, che devono essere riconosciuti». Per il premier croato Andrej Plenkovic «non è realistico pensare che accadrà il primo gennaio 2027». Per Macron «è importante fornire una tempistica precisa per l’Ucraina e la Moldavia» ma non si è sbilanciato. L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha ammesso che «ci sono differenti proposte. Se ne può discutere, ma per ora la procedura è quella prevista per tutti gli altri».
Ieri lo sforzo è stato quello di mandare un segnale di unità almeno sull’Ucraina con il prestito e le sanzioni approvate (non sull’adesione), tenuto conto delle divisioni che restano tra i Paesi su come affrontare la crisi energetica e lo sblocco dello Stretto di Hormuz. Anche la discussione sulla clausola di difesa reciproca contenuta nell’articolo 42.7 del Trattato, menzionata nella lettera di invito da Costa su richiesta del presidente di Cipro Nikos Christodoulides, tocca sensibilità diverse: per Nicosia, che non è membro Nato, serve «dare sostanza e un piano operativo», ma c’è chi non vuole dare a Trump la sensazione che la Ue stia agendo in parallelo alla Nato.