Corriere della Sera, 24 aprile 2026
Hormuz, l’altra minaccia: i cavi internet sottomarini
È buttata lì come l’evocazione di uno scenario ipotetico ma assomiglia tanto a una minaccia. L’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione islamica, ricorda che nello Stretto di Hormuz «non passano solo petrolio e gas» e dice la seguente cosa: «Se per qualsiasi motivo, che si tratti di disastri naturali, ancoraggio di navi, incidenti marittimi o azioni deliberate, diversi cavi principali nello Stretto di Hormuz venissero tagliati contemporaneamente, una catastrofe digitale si abbatterebbe sugli Stati arabi del Golfo, con gravi interruzioni o disservizi diffusi della loro rete Internet». E aggiunge che, certo, «ne risentirebbe anche l’Iran» ma «è molto meno vulnerabile» perché «meno dipendente» dai cavi piazzati in quei fondali.
Iran International, la tv della dissidenza, è convinta che l’approfondimento di Tasnim, con tanto di mappatura dei cavi sottomarini, non sia una pura spiegazione tecnica ma l’indicazione di un nuovo punto di pressione strategico nel conflitto fra gli ayatollah e i nemici Usa-Israele. E sulla questione, anche se funzionari e intelligence iraniana tacciono, crescono speculazioni e preoccupazioni.
Il Times of India (l’India è fra più grandi consumatori del traffico Internet) pubblica un editoriale per dare l’allarme. Gli analisti dello Stimson Center approfondiscono l’argomento con dati, storia, resoconti, e concludono che per l’Iran classificare come «infrastrutture tecnologiche nemiche» i cavi sottomarini in fibra ottica «non sembra una ipotesi azzardata».
Tutti sono d’accordo su un punto: i cavi in fibra ottica che corrono sui fondali marini (ovunque siano) sono vulnerabili, a protezione limitata e poco controllati. Nello Stretto di Hormuz, oggi, lo sono più che in ogni altro luogo al mondo. E se gli iraniani usassero il fondo dello Stretto come un campo di battaglia?
Le conseguenze sarebbero devastanti, soprattutto per il blackout della Rete nei Paesi del Golfo che, tra l’altro, stanno investendo miliardi nello sviluppo dei servizi e data center digitali e dell’intelligenza artificiale.
Quei cavi (secondo alcuni analisti trasportano oltre il 15% del traffico globale di dati) sono ossigeno digitale per Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Iraq... Danneggiarli non vorrebbe dire soltanto interrompere i social media o avere una connessione lenta nella regione. Il fronte più grave sarebbe quello economico. Salterebbero ogni giorno milioni di transazioni bancarie e dei mercati finanziari. Avrebbero problemi considerevoli i data center dell’Intelligenza artificiale negli Emirati e l’Hub finanziario globale di Dubai. Ci sarebbero probabili conseguenze per i cloud delle grandi aziende digitali. Sarebbero inevitabili, a cascata, problemi economici (sia pure minori) anche in Africa, Asia, Europa.
Le riparazioni (sui fondali di Hormuz o molto e vicino allo Stretto corrono sistemi di cavi importanti e complessi come Falcon e Aae-1) sarebbero un ulteriore nodo critico perché le navi-officina dovrebbero muoversi con molta lentezza e rischiando grosso, data la presenza di mine lungo quel corridoio di mare.
Davanti a questo scenario c’è anche una buona notizia e cioè che un blackout totale di Internet a livello globale è molto improbabile poiché la Rete è progettata per «aggirare» una situazione del genere.