repubblica.it, 23 aprile 2026
Washington, impennata di opere di guerrilla art contro Trump
Contro l’America oscura di Donald Trump, creano luminose installazioni artistiche, dipingono murales, modellano statue. Sono i Bob Dylan e Joan Baez di questi tempi, le voce pacifiste, artisti che hanno invaso Washington di opere per denunciare l’autoritarismo del tycoon e la sua fame di dollari, armi e petrolio. La “guerrilla art” sta scrivendo un nuovo capitolo nella storia americana e ha molti protagonisti, alcuni con nome e cognome e altri anonimi.
Robin Bell ha collaborato con il polacco-americano Krzysztof Wodczko per proiettare immagini di una mostra immaginaria sulle pareti dell’ala est della National Gallery of Art. Le auto passavano lungo Pennsylvania Avenue, a un chilometro e mezzo di distanza dalla Casa Bianca, e intanto apparivano sui muri leggendarie opere contro la guerra, tra cui una di Banksy, “Bomb Love”, per denunciare il costo di vite umane di quello che papa Leone XIV ha definito “i discorsi della morte”. L’installazione si chiama “L’arte di mettere fine alla guerra”, una scelta che richiama per contrasto l’“arte di stringere accordi” evocata da Trump e dai suoi alleati, e quella della “pace attraverso la forza”, diventata il mantra del capo del Pentagono Pete Hegseth. Le opere spuntano all’improvviso in posti impensabili della capitale, a pochi passi dai palazzi del potere, come forma di resistenza artistica. Fuori dal Campidoglio, sede del Congresso americano, a settembre era sbucata una statua che raffigurava Trump mano nella mano con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein.
Non è tanto la qualità delle opere a dare un senso alla “guerriglia artistica”, ma il fatto che gli artisti si stanno riappropriando degli spazi pubblici per affermare la sacralità di quegli spazi e della libertà d’espressione. In un’America in cui l’amministrazione americana sta reprimendo il dissenso – un sistema sostenuto anche dal vicepresidente JD Vance che, l’anno scorso, aveva accusato l’Europa di aver soffocato la libertà di parola – la protesta affascina, coinvolge, fa proseliti. Un collettivo composto da quattro attivisti anonimi ha collocato una riproduzione del messaggio di auguri, con disegno esplicito di un corpo femminile, che Trump aveva inviato nel 2003 a Epstein per i suoi cinquant’anni. E hanno chiesto ai visitatori di lasciare il loro augurio all’amministrazione. Gli artisti hanno realizzato anche un monumento in cui Trump ed Epstein, ancora loro, appaiono avvinghiati come Leonardo DiCaprio e Kate Winslet in “Titanic”. Sono opere ironiche, non crudeli, ma che il tycoon odia.
Gli artisti mantengono l’anonimato, per evitare ritorsioni e minacce, mentre Bell e Wodiczko non temono di essere riconosciuti. Non chiedono permessi, perché ritengono di esercitare un loro diritto, e in ogni caso hanno persone che mediano con la polizia nel caso intervengano. La scelta di usare come schermo la National Gallery per proiettare le opere contro la guerra nasce dall’idea di utilizzare un luogo centrale della cultura americana. I due artisti vogliono fare di questa istituzione ciò che “forse non può fare, forse non vuole fare, forse ha paura di fare”, ha spiegato Wodiczko al Washington Post: renderla più reattiva al mondo reale. Tra le opere mostrate come se fosse un tour museale, lo storico dipinto del 1871 dell’artista russo Vasily Vereshchagin, dal titolo “L’apoteosi della guerra”: un’enorme pila di teschi in un campo devastato, con uccelli rapaci che si aggirano sulla piramide di resti umani. È un’opera ripresa negli anni dai pacifisti e rilanciata di recente a San Pietroburgo per denunciare i massacri russi in Ucraina.
L’amministrazione vive questa resistenza artistica con fastidio. Trump si sente accerchiato, detesta l’ironia che lo riguarda, ma non può nulla: chiusa un’opera, smontata un’installazione, ne nasce un’altra. Tolgono la statua di lui con Epstein e spunta, come al Lincoln Memorial, il “Trono giusto per un re”: un water dorato in un bagno decorato in stile regale, caricatura dell’ostentazione del potere e di una leadership diventata spettacolo. Provocazione ma fino a un certo punto: Trump ne ha fatto installare uno simile nella Lincoln Bedroom alla Casa Bianca.