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 2026  aprile 23 Giovedì calendario

Intervista a Marie-Louise Eta

L’Union Berlin era già una leggenda negli anni del Muro quando era la fiera squadra anti-regime della vecchia Ddr ed era sempre sull’orlo della retrocessione perché i giocatori migliori se li acchiappavano le squadre favorite dalla Stasi. Nella Germania riunificata i suoi tifosi conquistarono di nuovo le prime pagine dei giornali: negli anni Duemila si rimboccarono le maniche e ricostruirono mattone su mattone lo stadio della Vecchia foresteria che cadeva a pezzi. E adesso la Eiserne, la signora di ferro del calcio tedesco, è entrata nuovamente nella storia. È la prima squadra della Bundesliga ad aver ingaggiato un’allenatrice donna, Marie-Louise Eta. In quest’intervista a Repubblica, Zeit, Guardian, El País e Gazeta Wyborcza, l’ex centrocampista ed ex allenatrice delle nazionali giovanili femminili, racconta la sua vita da “mosca bianca” e svela i segreti della sua immane sfida: scongiurare la retrocessione in sole quattro partite.
Eta, quante volte nella sua vita ha dovuto dimostrare che anche le donne capiscono di calcio?
“‘Mica ti farai fregare da una femmina!’ è una frase che mi risuona ancora nelle orecchie, sin dall’infanzia, sin dai primi campi di calcio. Ma ho la pellaccia dura. So difendermi, so farmi scivolare le cose addosso. E so rispondere a tono. E non è solamente una questione di genere. Nello sport agonistico tutti devono dimostrare il proprio valore ogni giorno. E comunque la più severa con me stessa sono sempre stata io”.
Lei ha una grande passione per il calcio spagnolo, soprattutto per Xavi, leggendario centrocampista e poi allenatore del Barcellona. Cosa le piace di lui?
“Quando ancora giocavo amavo vederlo giocare. Era un modello. Più tardi sono stata molto ispirata da Pep Guardiola, un allenatore capace di creare un tipo di calcio estremamente affascinante. Entrambi rappresentano un tipo di gioco particolare: aggressivo, tecnicamente preciso ma combinato a molta gioia e creatività. A volte mi immaginavo di stare in mezzo al campo o a bordo campo, con loro”.
Gli allenatori ingaggiati poco prima della fine della stagione vengono soprannominati nel mondo del calcio “pompieri”. Cosa può aiutare un “pompiere” come lei nella sua sfida di salvare l’Union dalla retrocessione a quattro partite dalla fine del campionato?
“Aiuta già il fatto che io sia una nuova voce. Dà la sensazione che ogni giocatore possa farsi valere ex novo, che ci siano le stesse opportunità per tutti. La mia sfida è riuscire a coinvolgere davvero tutti”.
Qual è la differenza tra lavorare con gli uomini e lavorare con le donne?
“Non ne vedo. Io alleno delle persone. E so che si può essere tentati di dire che le donne siano più sensibili o gli uomini più vanitosi. Per me sono stereotipi. Ci sono tanti uomini sensibili a cui ho dovuto dare una pacca sulla spalla. E ci sono state donne sulle quali ho dovuto esercitare un po’ di pressione. Ho imparato che la domanda chiave è: di cosa ha bisogno la persona che ho davanti per dare il meglio di sé?”
Il calcio è uno dei pochi sport di squadra in cui tutto è uguale per entrambi i sessi: il pallone, le dimensioni del campo, le porte, la durata della partita. Ha qualche effetto sul gioco e sull’allenamento?
“Gli uomini sono più atletici: questo è un dato di fatto. Il gioco è più veloce. A ciò si aggiunge la storia, che ovviamente ha un peso: non molto tempo fa il calcio femminile era ancora vietato, in Germania e in altri paesi. Le donne, però, stanno recuperando terreno”.
La infastidisce l’enorme attenzione che sta ricevendo? Non è già di per sé un un sintomo del fatto che il calcio è ancora in ritardo rispetto alla società?
“Capisco l’interesse. Sono consapevole di cosa significhi socialmente. E ciò comporta una responsabilità per me, che io lo voglia o no. Il mio obiettivo principale non è mai stato quello di rafforzare il ruolo della donna. Ho sempre voluto convincere con i risultati. Voglio essere vista come un’allenatrice di calcio. Però ammetto che è pazzesco quello che sta succedendo. Di solito alle nostre conferenze stampa vengono a malapena dieci giornalisti, la settimana scorsa ce n’erano cinquanta. E anche qualche collega straniero”.
L’Italia guarda alla Germania come a un’avanguardia.
“Non dovremmo montarci troppo la testa, abbiamo ancora molto da recuperare”.
Come vive le battute d’arresto e le sconfitte?
“Nello sport si dovrebbe imparare a perdere fin da giovani. Ma sono sincera: faccio ancora fatica, molta fatica”.
Qual è il miglior consiglio che le sia mai stato dato?
“Rimanere fedele a se stessi”.
Cosa consiglierebbe alla se stessa più giovane?
“Cogliere l’attimo e goderselo, e ogni tanto guardarsi indietro. Se non sto attenta, mi perdo i momenti belli, quelli in cui posso semplicemente essere orgogliosa di me stessa”.
Come si è avvicinata al calcio da ragazzina, a Dresda?
“Mio padre ha sempre desiderato un maschio, aveva già due figlie, quando sono nata. Non mi ha mai costretta a nulla, ma giocavamo molto in giardino e in cortile. Mi ha contagiata. E da ragazzina avevo un buon rapporto con i ragazzi”.
Oggi ha la sensazione di contribuire ad aprire le porte ad altre donne?
“Mi fa piacere ispirare gli altri. Quando ricevo messaggi da ragazze che si sentono incoraggiate, ne sono molto felice. E rispondo sempre. E dico loro: se si chiude una porta, se ne possono aprire tante altre. Da bambina ho avuto solo allenatori maschi. Non ci credevo nemmeno io quando ho avuto la mia prima allenatrice. Sono cresciuta in un ambiente dominato dagli uomini”.
Non la irrita il fatto che le donne guadagnino molto meno degli uomini, anche nel calcio?
“Non so se sia così. Le differenze non hanno a che vedere con il genere. Lo stipendio dipende dall’esperienza e dai titoli, e io non ho ancora molto da offrire”.
Ci sono stati molti attacchi misogini contro di lei, soprattutto sui social.
“Io sui social sono scettica. È una piazza dove ci si aggredisce in forma anonima. Una realtà che polarizza. A prescindere da me, trovo giusto che la politica voglia regolamentarla. Io personalmente evito di leggere quelle robacce”.
Uno studio del “Journal of Management” e un altro dell’Università di Exeter dimostrano che spesso le donne ottengono un’opportunità nel top management solo in caso di crisi. Pensiamo alla bolzanina Evelyn Palla, la direttrice della Deutsche Bahn, che dovrebbe rimettere in piedi l’azienda dopo anni disastrosi. Perché è così?
“Sì, è innegabile che sia così. La domanda cruciale è: chi è la persona giusta per un lavoro? Per quanto mi riguarda, posso solo dire di percepire fiducia nei miei confronti, nell’Union. Credono in me per mantenere la squadra in Bundesliga. Non sono una trovata pubblicitaria”.
Cosa si può fare perché ci siano più allenatrici nel calcio professionistico europeo?
“È una domanda importante. Non ho una risposta a tutto, ma vorrei far riflettere su una cosa: ci sono ancora molti più ragazzi che ragazze che giocano a calcio. È un dato di fatto in Germania, e sicuramente anche in Polonia, Spagna, Inghilterra e Italia. Quindi, alla fine, è normale che ci siano più uomini che donne ad allenare. Dovremmo attirare più ragazze nelle squadre di calcio. Ma mi chiedo anche, ed è una domanda ancora più importante: come possiamo far sì che, in generale, più bambini, maschi o femmine, pratichino sport, che sia calcio, pallamano o atletica leggera?”.