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 2026  aprile 23 Giovedì calendario

Alex Cotoia chiede i danni per i 539 giorni da detenuto

La sera del 30 aprile 2020, in un alloggio di Collegno, un ragazzo di 18 anni uccide il padre con 34 coltellate per difendere la madre dall’ennesima aggressione. Quel ragazzo si chiama Alex Cotoia (all’epoca il suo cognome era Pompa, come quello del padre Giuseppe). Il giovane chiama il 112 e confessa: «Voleva ammazzarci. C’è stata una colluttazione, sono riuscito a prendere il coltello». 
L’arresto
Poco dopo Alex viene fermato e nei suoi confronti verrà emessa una misura di custodia cautelare per omicidio volontario. Per lui si aprono le porte del carcere: ci rimarrà 22 giorni. Altri 517 li trascorrerà ai domiciliari (parte dei quali in casa di un compagno di scuola che si era offerto di ospitarlo). Cinque anni e cinque processi più tardi, Alex viene assolto con formula piena. Per i giudici ha agito per legittima difesa: quella sera si trovò nella condizione di «uccidere o essere ucciso, non aveva un’alternativa».  E ora che la sua vita è ricominciata e sta scorrendo tra affetti e un nuovo lavoro a Treviso, il ragazzo (oggi 24enne) – assistito dagli avvocati Claudio Strata, Enrico Grosso e Giancarla Bissattini – ha depositato in Corte d’appello a Torino un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. In pratica, chiede allo Stato di essere risarcito per quei 539 giorni in cui è stato privato della propria libertà. Poco meno di 18 mesi che lo hanno segnato profondamente e  hanno «compromesso la sua vita».
Nei documenti, depositati nei giorni scorsi e che ora dovranno essere vagliati dai giudici, si sottolinea come nulla osti al riconoscimento dell’indennizzo. In sostanza, che il comportamento tenuto da Alex dal momento in cui ha ucciso il padre fino alla fine dei processi è sempre stato cristallino e che niente gli può essere rimproverato in termini di colpa grave tale da giustificare il provvedimento restrittivo. Gli avvocati scrivono che Alex la sera del 30 aprile ha avvisato i carabinieri poco dopo il delitto, ha risposto senza alcuna esitazione alle domande del pm e del gip, fornito dichiarazioni coerenti e costanti durante tutto l’iter giudiziario e non «ha mai posto in essere comportamenti reticenti e fuorvianti». Requisiti – l’assenza di colpa grave e dolo – indispensabili per il riconoscimento dell’indennizzo dei danni patiti. 
L’istanza
Nell’istanza, poi, sono dettagliati i pregiudizi subiti da Alex. Quei 539 giorni sono stati segnati da sofferenza, angoscia e turbamento. Stati d’animo difficili da affrontare per un ragazzo che all’epoca era appena diventato maggiorenne. Tra i danni, ci sono quelli esistenziali e sociali dovuti all’isolamento sociale e alla compromissione del processo di vita. Negli atti – in merito ai danni patrimoniali e lavorativi – si illustra il fatto che al momento dell’incarcerazione Alex aveva avviato un percorso formativo di stage all’interno di alcuni alberghi (si è diplomato poco dopo il delitto, durante il periodo agli arresti domiciliari) e «la misura cautelare ha impedito l’avvio tempestivo dell’attività professionale».
L’università
Non solo, mentre era in custodia il ragazzo si è iscritto all’università ottenendo fin da subito buoni risultati, tanto da vincere una borsa Erasmus. Ma «la lunga pendenza del processo ha determinato la rinuncia al proseguimento degli studi». Insomma, Alex pretende di essere risarcito perché per 18 mesi – cinque anni, in realtà, se si analizza l’intero iter processuale – la sua vita è rimasta in stand by, nell’incertezza del futuro, nell’angoscia di non conoscere il proprio destino. Per questo si chiede alla Corte d’appello, che dovrà anche decidere quanto vale in termini economici quell’esistenza sospesa, di tenere conto della giovane età, della lunga durata della detenzione e del processo, della gravità del trauma subito e le relative conseguenze personali e sociali.