corriere.it, 21 aprile 2026
I «migranti interni» cinesi tornano nelle campagne
Abbiamo perso il conto delle volte in cui, in questa newsletter, abbiamo riportato analisi ed articoli che suggerivano alla Cina di fare ogni sforzo per aumentare i consumi interni, anziché continuare a invadere di merci cinesi i mercati esteri, alimentando tensioni fra Stati e, non di rado, protezionismi e guerre di tariffe in risposta.
Giusto un anno fa, ci eravamo occupati di uno dei suggerimenti per far spendere di più i cinesi: riformare il sistema degli hukou, le norme sulla residenza che, in passato, hanno garantito alle industrie cinesi milioni di operai a basso costo in quanto migranti o «clandestini» in casa propria. Chi dalle campagne andava a lavorare nelle grandi città, senza però ottenere una residenza «cittadina», rimaneva con molti meno diritti e molti più rischi di ricatti (secondo il China Labour Bulletin, oltre 200 milioni di lavoratori delle città non possiedono un hukou «urbano»). Come si leggeva sul sito dell’Organisation for Research on China and Asia (Orca), «le implicazioni economiche del sistema hukou vanno oltre la disuguaglianza sociale, poiché il sistema ostacola la mobilità dei lavoratori, impedendo un’allocazione efficiente delle risorse umane. In uno scenario ideale, i lavoratori dovrebbero potersi spostare liberamente dove le loro competenze sono più richieste, ottimizzando così la produttività e favorendo la crescita economica. Limitando la capacità dei migranti rurali di stabilirsi in modo permanente nelle città, il sistema degli hukou li costringe a vivere in condizioni precarie, spesso senza accesso ai servizi essenziali. Se venissero concessi loro la residenza in città e l’accesso agli stessi servizi dei possessori di hukou urbano, la loro produzione economica potrebbe aumentare in modo significativo, a beneficio dell’economia generale». Anche in termini di consumi interni.
Qualcosa è stato fatto, con l’annuncio di un piano quinquennale per la riforma del sistema degli hukou. La cattiva notizia per Pechino è che, come riporta William Langley sul Financial Times, molti di quei lavoratori stanno migrando al contrario, ritornando dalle città nelle campagne. Langley ha potuto toccare con mano il fenomeno nella contea di Longhui, parte della provincia dello Hunan, per anni uno dei serbatoi tradizionali di manodopera delle industrie del confinante Guandong, la provincia di Guangzhou (Canton).
Il ritorno di massa nelle zone rurali
«Pechino – precisa Langley – non pubblica dati annuali sul numero di persone che fanno ritorno alle proprie province di origine, ma gli analisti ritengono che la tendenza si sia accelerata di recente». E se ne è ovviamente accorto anche il Partito comunista cinese. A novembre, il ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali ha tenuto una conferenza di lavoro sul tema, mettendo in guardia in particolare contro il «ritorno in massa dei lavoratori e la loro permanenza nelle zone rurali». «Durante la pandemia di Covid 19, i lavoratori erano tornati a casa perché le città erano in lockdown; oggi, tornano perché hanno perso il lavoro», dice Ernan Cui, analista di Gavekal Dragonomics, aggiungendo che i mercati del lavoro locali, ormai «saturi», faticano ad assorbire nuovi lavoratori.
Le cause
Una delle cause è la crisi del settore immobiliare – culminata nel crollo del colosso Evergrande – in passato grande calamita di migranti interni, con i suoi immensi cantieri. Ma, più in generale, c’è un cambiamento strutturale verso settori a minore intensità di lavoro. Jenny Chan, della Hong Kong Polytechnic University, segnala che molti lavoratori, in particolare quelli più anziani, sono stati colti di sorpresa dall’ammodernamento delle industrie cinesi, che richiede nuove competenze, e dal colpo inferto ai settori manifatturieri ad alta intensità di manodopera dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. «I mercati del lavoro urbani si stanno indebolendo, con un calo netto delle assunzioni nei settori delle costruzioni, della manifattura e dei servizi – aggiunge Cui di Gavekal -. I nuovi posti di lavoro si concentrano sempre più nei settori legati all’intelligenza artificiale, creando uno squilibrio strutturale con i lavoratori licenziati».
Lavori saltuari piuttosto che tornare in città
Così, quando terminano vacanze lunghe tipo quelle del Capodanno, sempre più lavoratori scelgono di non fare ritorno in città, restando nei villaggi di origine a coltivare la terra o accontentandosi di lavori saltuari poco pagati. «Se riesci a guadagnare abbastanza a casa per pagarti il cibo, allora va bene», dice all’inviato del Financial Times un sessantenne di Longhui, uno degli ex lavoratori migranti che non sono ritornati a Guangzhou. Ma non è certo la scelta ottimale per incrementare i consumi. Sulla sostituzione strutturale dei vecchi posti di lavoro a bassa specializzazione con altri più «avanzati» c’è, probabilmente, poco da fare, salvo provare a riqualificare i lavoratori. Ma, per aumentare i consumi interni, ci sarebbe un’altra possibile strada da percorrere, secondo Steven Barnett, ex capo della divisione Cina del Fondo monetario internazionale. «Un taglio drastico e permanente delle imposte sui salari» è la ricetta che propone.
Le imposte sui salari
Può sembrare un’arma a doppio taglio, perché quelle imposte sono servite e servono anche per potenziare il sistema di welfare e protezione sociale, dalla sanità alle pensioni, la cui inadeguatezza è uno dei motivi storici per cui molti cinesi preferiscono risparmiare piuttosto che spendere. «La Cina – spiega Barnett – applica imposte sui salari a livelli simili a quelli europei, creando un notevole divario tra il costo del lavoro e il reddito netto di un dipendente, pari a circa il 38%. Queste imposte sono inoltre fortemente regressive, in quanto applicate ai redditi inferiori a una soglia pari a tre volte il salario medio. Nel 2024, le imposte sui salari hanno generato un gettito pari al 6,5% del Pil, contro solo l’1,1% delle imposte sul reddito delle persone fisiche. Un drastico e permanente taglio delle imposte sui salari stimolerebbe quindi significativamente i consumi. Metterebbe più soldi nelle tasche dei lavoratori, soprattutto di quelli a basso reddito, che hanno la maggiore propensione alla spesa. Aumenterebbe l’occupazione riducendo i costi del lavoro. E ridurrebbe il lavoro nero, offrendo ai lavoratori maggiori incentivi a partecipare al sistema di sicurezza sociale. (...) Più denaro nelle tasche dei lavoratori cinesi si tradurrebbe, in ultima analisi, in maggiori consumi, standard di vita più elevati e, soprattutto, in un surplus commerciale inferiore».
Il Pil cinese
Purtroppo, quel taglio non sembra all’ordine del giorno, ammette Barnett, perché il governo di Pechino, di fronte al rapido invecchiamento della popolazione, teme che tagliare le imposte sui salari porti in prospettiva a creare voragini nelle casse del sistema pensionistico. Il rischio c’è, ma lui rimane della sua idea: «La perdita di entrate aggraverebbe il deficit di finanziamento delle pensioni in Cina, ma questo problema potrebbe essere risolto una volta che i consumi aumenteranno in percentuale del Pil. Le entrate fiscali cinesi rappresentano già una quota bassa del Pil: aumentare l’Iva sarebbe in definitiva molto più efficiente dell’attuale forte dipendenza dalle imposte sui salari».
Qualcuno, nelle stanze del Partito comunista cinese, oserà farlo presente?