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 2026  aprile 23 Giovedì calendario

Intervista a Jerry Calà

Da quando era bambino la sua forza motrice è rimasta la stessa. Si capisce parlando con Jerry Calà: più di quarant’anni di spettacolo e una domanda che non ha mai smesso di farsi: come far ridere. I tempi sono cambiati, le regole anche, ma la stella polare che lo ha reso iconico negli anni Ottanta, con Vacanze di Natale, continua a brillare. 
A Cortina, dove è tornato come giurato di Cortinametraggio e ha premiato Bratiska di Gregorio Mattiocco come Miglior corto, quella traiettoria si misura ancora. Dal 30 aprile sarà al cinema con Nel tepore del ballo di Pupi Avati, in un cameo nei panni di sé stesso. E alla fine dell’incontro anticipa anche un ritorno, a Natale, ancora top secret.
A 43 anni da Vacanze di Natale l’altra sera ha suonato e cantato al Vip: è stato più un tuffo nel passato o uno shock nel presente?
«Più un tuffo nel passato, direi. Non era la prima volta che tornavo qui, ma questa è stata più emozionante, forse perché oltre a essere emozionato io stesso c’era un pubblico che quegli anni li ha vissuti. È stata una serata bellissima».
Se dovesse raccontare a un ragazzo di oggi com’era la Cortina negli anni Ottanta, da dove partirebbe?
«Dal fatto che era un paese per giovani, oggi mi sembra lo sia un po’ meno. Hanno chiuso molti locali, i ragazzi ci sono ma vanno più nei bar, fanno aperitivi. Negli anni Ottanta e Novanta c’erano un sacco di localini, piano bar, discotechine, addirittura locali che aprivano alle due di notte per mangiare. Quella cosa si è persa, non so se sia un bene o un male».
Qualcosa che oggi funziona meglio di allora?
«Le Olimpiadi hanno stimolato le strutture alberghiere, le ristrutturazioni, Cortina si sta muovendo. Se aveva un difetto era la mancanza di grandi alberghi come a St. Moritz o Courmayeur, quelli che ci dovrebbero essere in posti che si definiscono a 5 stelle».
Come si costruisce un successo a cinque stelle, invece?
«Con anni di gavetta, i Gatti di Vicolo Miracoli, il Derby tutte le sere e grandi artisti a insegnarci come Cochi e Renato, Jannacci, Villaggio. Oggi vanno subito in televisione».
Ai tempi no?
«Prima di arrivarci ce ne voleva. C’erano uno o due canali, molta censura e con i Gatti facevamo sketch sempre al limite. Poi è arrivato Enzo Trapani che ci ha valorizzati in Non Stop, da cui poi sono usciti Troisi, Nuti, Verdone».
Quando ha capito che aveva svoltato?
«Facevamo una trasmissione per ragazzi con Cino Tortorella, il Mago Zurlì, che era un grande autore televisivo. Ci prese come ospiti fissi in Gioco-città, su Rai 1: faceva 7-8 milioni di spettatori».
Lei chi era?
«Il concorrente di un quiz in cui Smaila mi chiedeva “hai studiatooo?”. Ho iniziato a dirlo io, a mio modo, finché un giorno fuori da una scuola media ho sentito i ragazzi ripeterlo. Ho capito che funzionava e ho inventato altri tormentoni».
Che rapporto ha oggi con Vacanze di Natale?
«Bellissimo, il personaggio di Billo mi è rimasto addosso. Il piano bar era perfetto per me, nella mia prima gioventù suonavo e cantavo, e lo faccio ancora oggi».
Cosa la colpisce di quel film diventato un cult?
«Non sono d’accordo quando lo chiamano cinepanettone, quelli sono venuti dopo, sull’onda di una serialità. Noi abbiamo fatto un film feroce, prendeva in giro gli arricchiti romani, con la famiglia Covelli raccontava l’eccesso degli anni Ottanta. Era provocatorio anche su temi che oggi farebbero discutere».
Ad esempio?
«C’era Christian De Sica che faceva, come si dice? Il bi-ambo? L’ambosesso?».
Il fluido.
«Ecco, il fluido: ed eravamo nel 1983».
Un errore che non rifarebbe?
«Uscire da quel gruppo vincente. Ho avuto problemi con il produttore ma ho lasciato anche perché avevo appena conquistato la mia identità, e ritrovarmi in questo gruppo di yuppies mi ha fatto avere un moto di ribellione».
A livello economico?
«Fu un errore, ma dal punto di vista artistico è stata una svolta: diventare protagonista di un film di Marco Ferreri, vincere il premio della critica a Berlino sono state esperienze che mi hanno fatto venire voglia di mettermi dietro la macchina da presa».
Il successo le ha mai fatto paura?
«No, me ne ha fatto l’insuccesso. È stato uno dei motivi per cui poi ci eravamo lasciati anche con Mara (Venier, ndr), la domenica sera telefonavo a tutti i cinema d’Italia per sapere gli incassi e se non erano come dicevo io incominciavo a rompere le palle, a essere triste
. All’inizio degli Anni 90 ho avuto un incidente quasi mortale, ho trascorso sette mesi su una sedia a rotelle e da lì sono cambiato, mi sono sempre più buttato fregandomene se le cose andavano bene o male».
Quando si è reinventato?
«Quando il cinema mi ha mollato un po’ e sono diventato uno showman. Ero abituato a stare sul palco con altre persone, essere da solo per due ore è stata un’impresa. Ma ce l’ho fatta, e oggi so tenere il pubblico, faccio ridere e so cantare».
Maracaibo, scritta da David Riondino (mancato il giorno dopo questa intervista, ndr) è un inno “marino,” perché è diventato un mantra qui a Cortina?
«È una cosa bella strana. Io l’ho trasformata in quello che è diventata, diciamo che con me gli autori hanno guadagnato tanto».
Far ridere oggi è più difficile di una volta?
«I meccanismi della comicità su per giù sono quelli, però noi sparavamo battute senza pensare alle conseguenze. La nostra non era cattiveria, era leggerezza».
Faccia un esempio.
«Oggi mi darebbero addosso per scene come quella di Vacanze in America in cui vado a trovare Ermanno “lo schiantatopo” e scopro che è gay. Allora ridevano tutti, gay compresi, oggi quella leggerezza si è persa».
Con la giuria di Cortinametraggio ha premiato Miglior corto assoluto Bratiska di Gregorio Mattiocco. Cosa l’ha colpita dei sedici lavori selezionati fra più di 450 arrivati?
«In alcuni ho visto grande professionalità, una conoscenza della tecnica molto netta rispetto alla mia epoca. Forse però anche un po’ meno humor, in generale».
Cosa fa ridere lei?
«Ogni tanto c’è gente che dà fuori di matto. Venendo a Cortina sono entrato in un bar e per non andare dritto in bagno ho preso prima una brioche da una bolla di vetro. Mi salta addosso un cliente “Non si fa! I guanti! C’è scritto!”. Io dico, “Ma dove c’è scritto? Non vedo niente!”, ma questo insiste… In Italia funziona così, devi dare la lezione. Dopo, ripensando alla scena, ci siamo fatti un sacco di risate con il signore che mi accompagnava».
Il suo vero nome è Calogero, significa «colui che farà una buona vecchiaia».
«E devo dire che la sto facendo. Da ragazzo mi vergognavo, oggi il mio nome mi piace».
Nel suo sito c’è una foto di sua madre.
«Era una chioccia bellissima che copriva le marachelle mie e di mia sorella. Mio padre invece era severissimo».
In che modo?
«Se non rispettavi un orario c’erano le punizioni corporali, la cinghia. E poi non voleva che suonassi nei complessini a Verona».
E lei come faceva?
«Grazie a mia madre sgattaiolavo fuori quando si addormentava».

Che lavoro faceva Salvatore?
«Era un grande traduttore dal tedesco, inglese e russo, ma lavorava alle Ferrovie dello Stato, era capo ufficio informazioni a Verona».
«Non sono bello, piaccio» è stato il motto della sua vita?
«In un certo senso sì. Anche se non ero un brutto ragazzo, ho sempre conquistato le donne facendole ridere».

Chi è oggi Jerry Calà?
«Lo stesso di un tempo, con più consapevolezza».
Si sentiva più libero allora o lo è più oggi?
«Allora lo ero senza saperlo. Oggi lo sono perché faccio quello che voglio e so dire di no».
La salute quanto conta nelle sue scelte?
«Poco, purtroppo. Ho avuto un infarto, poi il Covid mi ha fermato e oggi lavoro come prima».
Che cosa le fa venire ancora voglia di esibirsi?
«Fin da piccolo mi prendevo anche una nota pur di sentire i miei compagni ridere».
Oggi cosa conta di più?
«La mia famiglia, soprattutto mio figlio Johnny».
Su Google “Calà” è lei, presto Johnny prenderà più spazio: che effetto le fa?
«Sono felicissimo, si è laureato all’Accademia Luchino Visconti di Milano in regia e sceneggiatura, sogno di essere diretto da lui e ci riusciremo».
Nel film di Pupi Avati farà sé stesso.
«È la storia di un presentatore (Massimo Ghini), che cade un po’ in disgrazia. Io faccio un cameo in cui non voglio che mi fotografino con lui, poi c’è una scena con Giuliana De Sio che è anche mia agente. Diciamo che faccio la parte dello stronzo!».
E cosa farà dopo?
«Sto per tornare al cinema. Posso solo dirvi: preparatevi, perché ci vediamo il prossimo Natale!».
Se dovesse scegliere un’immagine che riassuma i suoi ultimi 43 anni?
«L’altra mattina mi sono seduto qui. C’era un sole timido e un mondo mi è entrato dentro. È una bella immagine».