Corriere della Sera, 23 aprile 2026
Cesare Rascel parla di suo padre
Il quarto a poker.
«D’estate andavamo fissi da Franco Zeffirelli, a Villa Treville, a Positano. Una sera lui, papà e Giancarlo Giannini misero su un pokerino all’ultimo momento. Serviva un altro, c’ero soltanto io. Mi spiegarono le regole in pochi minuti. E fui arruolato. Avevo 11 anni». Cesare Rascel, 53, autore e produttore musicale e televisivo, è l’unico figlio del grande Renato, attore, cantante, ballerino, comico, il Padre Brown della tv primi anni Settanta, il corazziere piccoletto «saldo il cuor, la mano lesta e c’ho sta cassarola sulla testa».
Che poi anche volendo...
«Il corazziere vero non avrebbe potuto farlo. Era nato per caso a Torino, durante una tournée dei suoi genitori, anche se poi era cresciuto a Borgo Pio, in Vaticano».
Era un metro e 60.
«Ed è stata la sua fortuna. Non era un divo. Basso, con il baffetto e il nasone, incarnava l’uomo comune. Piaceva proprio per questo. Non aveva nessun complesso. “Giuditta, mettiti i tacchi”, diceva a mamma, anche se a quel punto lei svettava a uno e 80».
E lui è ricorso alle scarpe con rialzo come poi altri?
«Due o tre centimetri nel mocassino c’erano, andavano di moda così. Papà era un uomo molto elegante, per tutta la vita ha vestito Piattelli».
Piaceva alle donne.
«Sì. Era intelligente e brillante, potente. A lungo fu l’attore più ambito d’Italia. E Arrivederci Roma è ancora tra le tre canzoni italiane più cantate al mondo. Con lui non si poteva camminare per due metri senza essere fermati».
Quando è nato lei, aveva già 61 anni.
«Ma da bambino non ci facevo caso che fosse così grande. Fino ai 72 faceva il salto mortale all’indietro. Era appassionato di sport e questo ci univa. Tennis, nuoto, pallone. Era patito di sci. D’inverno mi portava sulle piste di Champoluc, d’estate sullo Stelvio».
Le lezioni di tuffi.
«A Villa Romantica, al Circeo, c’era una discesa a mare. Un giorno volle insegnarmi a tuffarsi di testa. Si lanciò, ma all’ultimo si voltò per gridarmi: “Vedi? Si fa così!”. Ed entrò in acqua con il collo girato, perforandosi il timpano».
Una Polaroid dal passato.
«Lo rivedo nella cucina con le mattonelle blu, in pantaloncini e zoccoli, mentre con la governante preparava la salsa con i pomodori dell’orto».
Li coltivava lui?
«Sì, gli piaceva portare in tavola i rametti di basilico e di rosmarino, le cipolle, tante cipolle. Lo spazio non mancava: nel giardino dove giocavo io oggi c’è un eliporto».
La fuga con il bebè.
«Sono nato a Roma il 27 febbraio del 1973. Papà era a Genova in teatro, arrivò il giorno dopo. Davanti alla clinica Villa Stuart c’era la ressa dei paparazzi. Impossibile sfuggirgli. Lui ebbe un’idea. Uscì da solo dall’ingresso principale, portandosi dietro i fotografi, mentre mamma, con me in braccio, si allontanava dal retro a bordo di un carro funebre preso in affitto, fino a casa».
Da piccolo girava l’Italia pure lei.
«Per i primi cinque anni mi portavano sempre con loro. Nel camion delle scenografie c’erano il mio letto e il comò presi da casa. Mi ricordo le mattine in hotel a leggere i libri per bambini e le sere in camerino con i giocattoli e la tata al seguito. Ogni sera, prima di dormire, papà mi cantava La ninna nanna del cavallino, una canzone tratta dal musical Attanasio cavallo vanesio, che era anche la preferita del suo amico Leonard Bernstein».
Come padre era severo?
«No, lo era di più mamma. Però quando si arrabbiava si faceva sentire eccome».
Tipo?
«Un giorno, avevo 8 anni, spostai la sua auto dal garage per giocare a tennis contro il muro. Levai il freno a mano, misi in folle e la spinsi in avanti. La macchina però prese velocità e andò a sbattere una decina di metri più in là, contro un albero. Si fracassò il fanale. E papà si arrabbiò moltissimo».
Che auto era?
«Una Ferrari color melanzana».
Mica uno scassone. La sfuriata ci sta tutta.
«L’aveva comprata alla fine degli anni Sessanta, gliel’aveva consegnata Enzo Ferrari in persona, all’epoca papà era una star come Michael Jackson. Gli insegnò anche a guidarla, era tutto manico, non c’era mica l’elettronica».
La guidava spesso?
«Sempre. Io ho preso non so quante poppate a 250 all’ora. Andò distrutta in un incidente sotto ad un camion, l’autista del tir si era addormentato. Mamma e papà si salvarono per miracolo, grazie al motore anteriore, altrimenti sarebbero stati decapitati. Lei se la cavò con una gamba rotta, papà con un paio di costole incrinate. La fece riparare ma il suo amico meccanico lo convinse a venderla: “A’ Renà, io te conosco, tu poi ci vai forte”. Da allora passò alle Bmw».
Era innamoratissimo di Giuditta Saltarini, sua madre, più giovane di lui di quasi 30 anni.
«Fu amore a prima vista. Così, quando la sua seconda ex moglie Huguette Cartier, gli disse: “Voglio tutto”, lui accettò senza protestare. Si sposarono nel 1980».
A casa com’era?
«Molto allegro. Scroccava le sigarette al mio migliore amico Darko. Le avevo pure io, ma non potevo confessargli che a 16 anni già fumavo. Il medico glielo aveva vietato, così se ne concedeva due al giorno, una dopo pranzo e una dopo cena».
Sul lavoro era inflessibile.
«Severissimo, non solo con gli artisti, specialmente con mamma. Non voleva che dicessero che lavorava solo perché era sua moglie. Doveva essere perfetta».
Pignolo.
«Faceva ripetere anche cinquanta volte la stessa scena. Per questo i suoi spettacoli avevano tanto successo. In teatro, dopo l’ultimo inchino al pubblico, nessuno poteva lasciare il palco. Riuniva tutti e rimproverava chi aveva sbagliato qualcosa e il giorno dopo li convocava per le prove due ore prima».
Chi erano i suoi amici nello spettacolo?
«Il maestro Renato Serio, Giancarlo Governi, Enzo Paolo Turchi, Gigi Proietti».
Lo considerava il suo erede.
«Avevano fatto insieme Alleluja brava gente. Davanti a Gigi balbettavo per l’emozione, per me era Dio in terra».
Di cosa andava più fiero?
«Di sapere parlare quattro lingue, la nostra, il francese, il tedesco e l’inglese, senza accento. Fu l’unico attore italiano a stare in cartellone per un mese con Enrico 61 al Piccadilly Theatre di Londra, recitò davanti ai reali».
Non ha seguito le sue orme.
«Non sarei mai stato alla sua altezza. Ho provato, ma come attore non so’ bono, mi sono arreso. Però sto preparando una fiction su di lui».
Cosa lo faceva arrabbiare?
«L’incompetenza».
Commuovere.
«I bambini».
Negli ultimi tre, quattro anni non era più tanto in salute.
«Soffriva di Alzheimer. Non era più il leone che era sempre stato, era deperito anche fisicamente. Continuavano ad invitarlo in tv. Mamma, che è stata una grande donna, rifiutava per lui. Non era il caso. L’ultimo anno non parlava più. Per questo ho deciso di tenere un diario in cui annoto pensieri e concetti importanti per i miei figli – ne ho due, vivono negli Stati Uniti – così gli resterà sempre qualcosa di me. Quando papà è morto io avevo solo 17 anni, non ero stato un adolescente facile».
In cosa è uguale a lui?
«Nella camminata, a sentire mamma. E poi nel carattere: si arrabbiava facilmente ma gli durava cinque minuti. E sì, sono pignolo anche io».
Se potesse rivederlo, cosa gli chiederebbe?
«Vorrei sapere se è orgoglioso di me».
Non glielo ha mai detto?
«Avevo 9 anni. Si metteva in scena la Casina di Plauto. Una sera il fonico non si presentò. Lo sostituii io, ero già esperto al mix. Alla fine papà mi toccò una spalla: “Bravo Cesare, sei stato proprio bravo”».