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 2026  aprile 23 Giovedì calendario

Intervista ad Anna Bernardini De Pace

«Annamaria Bernardini de Pace, dalla sua autobiografia, si scopre un amore segreto che dura da vent’anni. Chi è Dino?
«Le rispondo con una frase sua: il mistero è indispensabile all’amore, che dura finché dura il mistero».
Dieci anni più giovane di lei, uno che appare e scompare: perché non gli ha mai chiesto se ha una moglie, una fidanzata?
«Non mi interessa. Non chiedo, non controllo e soprattutto non possiedo».
La matrimonialista più famosa d’Italia ha scritto un’autobiografia scandalosamente sincera. S’intitola Sentimenti e sentenze, edita da Bdp, è in libreria e allegata al settimanale Gente. Dentro, ci sono le storie anche bizzarre dei suoi clienti, c’è bullismo subito da bambina, la fame vissuta da giovane separata che si rifiuta di chiedere gli alimenti al marito. Soprattutto, c’è il gusto, che molto le appartiene, di spiazzare il prossimo.
Ma lei ama Dino? E lui la ama?
«È un amore gratuito e gioioso senza problemi e obblighi, senza noia soprattutto».
Come entra quest’uomo nella sua vita?
«Mi ha avvicinata fuori dal tribunale».
Lo definisce «anche scrittore», ma sembra un uomo di potere quando redarguisce un politico che aveva osato molestarla.
«È potente la sua voglia di fare giustizia, che è la cosa che ci ha uniti fin da subito».
Che le aveva fatto quel politico?
«A una cena, mi aveva accarezzata le gambe in modo voglioso».
È per il gusto di scioccare che a 78 anni decanta i suoi incontri passionali con Dino?
«A 78 anni non può esserci passione?».
Confessa che il suo rimpianto è non aver avuto un amore per la vita. È la legge del contrappasso per una divorzista?
«Io coi clienti cerco sempre di capire se il legame si può riallacciare. I colleghi si arrabbiano, dicono: ci perdiamo la parcella. Rispondo: io però ci guadagno in fiducia nell’amore».
Con la sua fama di temuta matrimonialista, rivendica un animo romantico?
«Certo, solo che sono stata costretta dalla vita a essere solida, pragmatica. Se ho una qualità è non restare mai in una situazione dolorosa più del tempo necessario a risolverla».
Quanto si è divertita a raccontare l’incontro con tale Carlo?
«Ero a un matrimonio, dovevo andare via, ma pioveva. Ero magra, allora. Insomma, arriva uno sconosciuto alto uno e novanta e mi prende in braccio. Facciamo una corsa sotto la pioggia altamente erotica e mi ritrovo nella sua auto. Era la prima volta che lo facevo in macchina e avevo più di 50 anni. Lo racconto perché mica devo vergognarmi: dovrei vergognarmi se mentissi, se rubassi».
Dopo, nasce una storia, ma lei lascia Carlo quando torna Giovanni, che l’aveva tradita.
«E rimpiango Carlo».
E, col senno di poi, scrive che avrebbe dovuto tenerli tutti e due. È ironia o verità?
«È quello che consiglio a un sacco di donne: tenerli tutti e due. La mia tesi è che ci vuole una cooperativa di uomini per essere contente: quello che ti mantiene se non vuoi lavorare, quello che ti fa ridere, quello che fa sesso...».
E tuttavia scrive che detesta i tradimenti.
«Tutti, pure quelli degli amici. Infatti, dico sempre la verità, perché mentire è tradire».

Come andò il suo divorzio?
«Mi ero sposata giovane, avevo lasciato l’università e avuto due bambine, ma lui continuava a fare una vita da ragazzo. Avrei divorziato prima, ma non avevo soldi e non ne volevo da lui: non chiederei mai soldi a un uomo che sto rifiutando. Allora, mi sono laureata, ho iniziato a fare tesi per altri a diecimila lire l’una, poi ho fatto pratica da un avvocato, la mattina, mentre le bimbe erano a scuola. Quando nel 1984 sono riuscita a mettere da parte i soldi per un anno di affitto, mi sono separata. Ho avuto anni da fame: non andavo dal parrucchiere, non viaggiavo, ho anche venduto vestiti».
E ora è uno degli avvocati più pagati d’Italia. Come ci è riuscita?
«Merito di Indro Montanelli, scrivevo per lui sul Giornale e mi occupavo di diritto d’autore perché, da bambina, volevo diventare ballerina e mi era rimasta la passione per gli artisti. Un giorno, Montanelli mi fa: occuparti di artisti vuol dire guadagnare poco, perché loro credono di farti un piacere nell’accostare il loro nome al tuo; invece, devi fare diritto di famiglia perché, da quando Francesco Alberoni ha scritto Innamoramento e Amore, la gente pensa che, se non è felice, si deve separare. Mi disse che i divorzi sarebbero aumentati e io mi sarei arricchita.
Aveva ragione».
Alla fine, che cosa immancabilmente uccide il matrimonio?
«Credere che il sesso inteso come fatto mentale abbia un valore solo temporaneo».
Com’è cambiato il rapporto coi clienti?
«All’inizio, difendevo soprattutto le donne e credo di aver contribuito a dare loro una parità giuridica nel divorzio. Oggi, difendo più uomini: le donne ormai sanno difendersi da sole, sono più furbe, prepotenti. Entrano nei telefoni e trovano cose con cui ricattano i mariti».
Come nasce il suo senso per la giustizia?
«Da mio padre, che era stato pretore e poi avvocato. E a 12 anni ho imparato a non abbassare la testa davanti a un sopruso. Ero stata operata di appendicite e un anestesista mi mise le mani addosso. Urlai come una pazza. Dopo, ricordo i singhiozzi di vergogna, perché quello che senti è vergogna. Subito, però, la vergogna diventò bisogno di giustizia, feci la denuncia e ottenni una condanna».
Nella sua infanzia, c’è anche il bullismo.
«I miei lavoravano e noi quattro figli stavamo in collegio, in Brianza. Ma avevo genitori pugliesi e a 12 anni ero alta come ora, per cui le compagne mi dicevano “tettona, terrona”».
E lei reagiva o incassava?
«Soffrivo e reagivo. Riuscii a ingraziarmi le ragazze insegnando loro il rock’n’roll».
Perché nel libro ha cambiato i nomi delle sue figlie?
«Perché il sottotitolo è Auto-biografia di false verità e, siccome di falso non c’è niente, ho reso falsi i nomi delle figlie, così chi si riconosce non può dire che serviva l’autorizzazione».