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 2026  aprile 23 Giovedì calendario

Disavanzo, il negoziato e lo stop per 600 milioni

L’Italia per certi versi è avanti sulla tabella di marcia. Nel Documento programmatico di bilancio per il 2025, dell’autunno 2024, l’obiettivo di disavanzo per l’anno scorso era indicato al 3,3% del prodotto lordo (Pil); peraltro, in calo dal 7,2% del 2023. Poi la situazione era parsa migliorare ancora, almeno per i saldi annuali: nell’ottobre scorso il Documento programmatico di finanza pubblica indica una previsione al 3% «a legislazione vigente» (che in realtà era un 3,04%, giusto un filo sotto il livello che avrebbe portato a un arrotondamento verso l’alto a 3,1%).
Il dato certificato ora dalle agenzie statistiche dell’Italia (Istat) e della Commissione europea (Eurostat) – deficit sul 2025 al 3,1% del Pil – è un po’ peggio di quanto pareva possibile sei mesi fa; e meglio di quanto sembrava diciotto mesi fa. Centrare l’obiettivo del 3% avrebbe fatto sperare nell’uscita dalla procedura per deficit eccessivo, il cui unico effetto sui conti sarebbe stato di dare margini all’Italia nello spendere di più nella difesa.
Non è successo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riconosce che il dato «fotografa la realtà» e non pregiudica «decisioni politiche»; per lui la priorità è tamponare l’aumento dei costi energetici, quindi non esclude misure anche senza coordinamento europeo: «Si fa uno scostamento se c’è una priorità» dice, lasciando capire che potrebbe lavorare a nuove detassazioni. La sensazione è che Giorgetti conti su prossime decisioni a Bruxelles che, senza sospendere le regole di bilancio, diano ai governi margini in più per contenere i costi dei carburanti.
Per ora la situazione è tesa, non estrema: in termini reali, corretti per l’inflazione, il gasolio per autotrasporto in questi giorni costa circa il 20% in meno rispetto alla fase dell’invasione russa in Ucraina nel giugno del 2022. Ciò non riduce la collera di Giorgia Meloni, questa volta rivolta all’Istat; la premier trova che l’istituto statistico sottostimi sistematicamente il prodotto lordo dell’Italia, per poi correggersi quando è troppo tardi perché i conti tornino ufficialmente; in effetti, una revisione al rialzo del prodotto lordo di 20 miliardi (quasi l’1% del Pil) riporterebbe il deficit, in proporzione, al 3% sperato.
Nel merito, l’osservazione della premier non è necessariamente fondata. L’Istat ha senz’altro rivisto a più riprese al rialzo le sue stime del Pil dell’Italia in anni recenti, ma per ragioni che non sono più attuali: nel 2024 delle novità nei metodi contabili europei avevano portato ad un aggiustamento verso l’alto di tutta la serie dei dati; inoltre anche la fase di rapidissimo rimbalzo post-Covid, unita all’inflazione, ha causato delle riscritture dell’Istat sempre verso l’alto. Oggi però l’ambiente dell’economia italiana è profondamente diverso. Il Paese è quasi fermo, la crescita è la più bassa nell’Unione europea. Non è affatto detto che l’Istat ripeta le stesse revisioni causate da fattori che oggi non agiscono più.
Resta il mistero: com’è stato possibile mancare l’obiettivo di deficit? Sarebbero bastati appena 600 milioni di euro di disavanzo in meno (lo 0,03% del Pil) per scendere dal 3,07% al 3,04% e poter arrotondare il saldo 2025 al 3% voluto. Di solito in queste condizioni per la Ragioneria spostare qualche spesa da dicembre a gennaio, mandandola all’anno dopo, è facile. Invece non è successo. La premier accusa il Superbonus e senz’altro esso grava sui conti. Ma era già pienamente previsto e scontato in un disavanzo che a ottobre scorso si prevedeva da 68,78 miliardi di euro. Alla fine è stato proprio di 600 milioni in più, a 69,38 miliardi. Perché? A quanto pare, non sono mancate tensioni fra la Ragioneria dello Stato e Eurostat in questi mesi: gli statistici europei hanno espresso dubbi sulla classificazione contabile senza copertura di 600 milioni di sconti alle imprese per la prevenzione Inail e per altri 600 milioni circa di spese per il Piano di ripresa (Pnrr) sugli studentati addossati alla Cassa depositi e prestiti (fuori bilancio) anziché al ministero dell’Economia. Eurostat l’ha data vinta all’Italia su questi due punti, ma alla fine si è irrigidita proprio sugli ultimi 600 milioni che hanno determinato lo sforamento.
Peraltro resta aperto nel Documento di finanza pubblica la questione della crescita minima e dell’impatto impalpabile del Pnrr. Dice Stefano Firpo, direttore generale di Assonime: «Non c’è nessuna rendicontazione degli effetti concreti delle riforme e degli investimenti del Piano».