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 2026  aprile 23 Giovedì calendario

Negoziati di nuovo nel caos. Pronte quattro navi della marina italiana

A guardare come sono andate le cose, potrebbe sembrare che il primo a «cedere» sia stato Donald Trump, con la sua decisione di prolungare il cessate il fuoco. Gli americani hanno passato tutta la giornata di martedì in un’attesa nervosa, con gli occhi fissi su Mohammed Ghalibaf e sul suo entourage, pronti a cogliere il minimo segnale che permettesse al team negoziale guidato da JD Vance di salire sul volo per Islamabad. Ma gli ayatollah si sono rivelati una muraglia. E per ore hanno martellato lo stesso messaggio: o gli Stati Uniti smussano le richieste considerate massimaliste sul tavolo delle trattative, o a Teheran resta tutto fermo. Così è stata paralisi. Trump alla fine ha dovuto annunciare il prolungamento del cessate il fuoco, in attesa, dice, di una controproposta iraniana. Non vuole riprendere a bombardare, e, soprattutto, non vede l’ora di liberarsi di quel dossier Iran che gli sta erodendo credibilità e consenso. Se ne vuole sbarazzare così tanto che, riporta il Washington Post, starebbe autorizzando i suoi negoziatori a valutare un accordo che preveda compromessi simili a quelli del Jcpoa Act di Barack Obama. Che lui ha stracciato, che lui non fa che criticare.
Per la Repubblica islamica, o perlomeno per la narrazione che Teheran sta costruendo, si tratta di un segno di vantaggio. L’esperto Ali Vaez spiega che gli iraniani sarebbero disposti a reggere altri mesi di guerra, gli americani no: «Trump non sopporterebbe lo Stretto di Hormuz chiuso per altre tre settimane di fila». La verità è che l’economia degli ayatollah, già in pezzi prima del 28 febbraio, arrancherebbe sotto il peso di un conflitto prolungato, eppure l’élite al comando sembra pronta a stringere i denti e resistere, costi quel che costi.
La voragine che separa i due mondi balza agli occhi nel confronto fra le parole dell’una e dell’altra parte. Trump dice di concedere all’Iran una breve tregua, tre o cinque giorni al massimo, perché il regime trovi il tempo di elaborare una controproposta seria. Altrimenti il cessate il fuoco esteso svanirà. Non si tratta di una pausa infinita, sottolineano da Washington, ma di un ultimatum con la clessidra già rovesciata; qualcuno dice fino a domenica. Basta passare però all’agenzia semi‑ufficiale Tasnim, voce dei pasdaran, e il copione si capovolge. Lì scrivono che l’Iran non avrebbe nemmeno accettato formalmente la proposta di tregua e smentiscono di essere pronti a negoziare già da venerdì.
Le ragioni della crisi negoziale restano ancora sfocate. Il presidente americano dà la colpa agli iraniani, dipingendoli come gravemente divisi e incapaci di concordare una posizione comune. La Repubblica islamica, invece, accusa Trump di non revocare il blocco ai porti e di aver sequestrato una loro nave mentre ci si provava a sedere.
Secondo Dennis Citrinowicz, altro esperto d’Iran, «se gli Stati Uniti non esercitano una pressione sufficiente sull’Iran, esiste il rischio concreto che Trump perda la pazienza e si ritrovi costretto a una nuova escalation militare o al ritiro dal conflitto». Se il blocco dovesse rivelarsi efficace, è probabile che gli ayatollah rispondano moltiplicando la pressione sul sistema globale. E l’esperto ricorda che la Repubblica islamica ha storicamente dimostrato una grande tolleranza alle pressioni economiche. Il direttore del giornale dell’opposizione Iran International scrive che a Teheran circola la voce che Washington avrebbe tacitamente sollevato il blocco marittimo, senza ammetterlo pubblicamente, aprendo la strada a colloqui già sabato o, al più tardi, lunedì. «Questa versione potrebbe rivelarsi vera, ma potrebbe anche essere una narrazione costruita ad arte dal regime, per tornare ai negoziati e salvare la faccia», spiega. Si dice anche, di una possibile apertura di Teheran a una sospensione di quindici anni dell’arricchimento dell’uranio e alla fine dei trasferimenti di armi ai suoi alleati, voci non confermate.
I risultati di questo secondo round di negoziati nemmeno partito si vedono tra le onde agitate di Hormuz. Negli ultimi giorni la battaglia si è trasformata in una guerra di blocchi navali, un duello dove entrambe le parti tendono agguati ai mercantili, intercettandoli e sequestrandoli. «Occhio per occhio, nave per nave», dicono gli iraniani, mentre il Pentagono fa sapere che per ripulire lo Stretto dalle mine serviranno almeno sei mesi. Anche la Marina militare italiana entra in gioco: «Pianificato l’invio di quattro navi a Hormuz, due cacciamine, un’unità di scorta e una logistica. Siamo all’interno di una coalizione internazionale. Dall’ Europa ci sono Francia, Inghilterra, Olanda, Belgio».