Avvenire, 22 aprile 2026
Il governo Lecornu vara una stretta da sei miliardi. Obiettivo: conti in ordine
Il rompicapo governativo sui dolorosi tagli alle dotazioni ministeriali. L’allerta costante sui conti pubblici. Il pressing delle professioni che più soffrono del caro petrolio, come gli autotrasportatori. In Francia, si è presto sbriciolata la speranza che la forte nuclearizzazione del settore energetico nazionale potesse mettere il Paese sostanzialmente al riparo dalle ripercussioni economiche della guerra in Iran.
Ieri, il dibattito politico è tornato incandescente, dopo la conferma di una “manovra” dell’esecutivo da 6 miliardi in preparazione per compensare gli effetti del caos in Medio Oriente. Una decisione avallata in mattinata nel corso di una riunione del «Comitato d’allerta» sulle finanze pubbliche, alla luce di una stima che valuta in «almeno 6 miliardi» l’allargamento della voragine del deficit indotta dal ginepraio geopolitico.
Per il premier Sébastien Lecornu, non esistono alternative, dato che la “bussola” dell’esecutivo resta il rispetto di un deficit non superiore al 5% del Pil entro fine anno, anche per via degli strali inviati da Bruxelles verso una Francia divenuta ormai la “cattiva allieva” continentale delle regole di Maastricht.
Concretamente, saranno “congelati” 4 miliardi di dotazioni ministeriali precedentemente votate, sottraendo al contempo altri 2 miliardi dal capitolo del welfare. Una mossa che ha riacceso lo scontro fra i partiti sulla progressiva cura dimagrante dello “Stato sociale”.
Nei mesi scorsi, il varo dell’ultima finanziaria era stato già ottenuto da Lecornu dopo travagliatissimi e sfibranti negoziati con il Partito socialista, che aveva accettato alla fine di offrire una sponda al fragile “zoccolo” di forze centriste ancora nell’orbita del presidente Emmanuel Macron. Ma a un anno dal nuovo scrutinio presidenziale, al quale non potrà partecipare l’attuale inquilino dell’Eliseo, la gestione della spesa pubblica torna a scaldare gli animi, soprattutto fra le forze estremiste di destra e di sinistra, date sempre dai sondaggi con il vento in poppa. Se l’ultradestra xenofoba lepenista suona più che mai la carica contro i capitoli della spesa pubblica rivolti all’accoglienza, l’ultrasinistra del “tribuno rosso” Jean-Luc Mélenchon tappezza le città con appelli a voltare le spalle a un capitalismo con le mani sporche di sangue. Nel frattempo, una parte crescente dei francesi paga quotidianamente l’impatto del caropetrolio, soprattutto nelle campagne e aree periferiche, dov’è esploso il costo del pieno per le macchine agricole, o per l’auto necessaria a coprire le distanze verso i luoghi di lavoro, ma anche in direzione di servizi primari.
Ad oberare la contabilità statale è soprattutto la mole degli interessi passivi del debito francese, per via di «tassi d’interesse 5 volte superiori a quelli al momento dello scoppio della guerra in Ucraina nel 2022», ha spiegato David Amiel, ministro dei Conti pubblici. Concretamente, questo solo capitolo inerte di spesa crescerà nel 2026 di circa 3,6 miliardi. L’aumento dell’inflazione “divorerà” un altro miliardo. Un costo pari a quello delle nuove spese varate per la Difesa.
Per un Paese che ha tradizionalmente costruito e consolidato il proprio centralismo e il proprio consenso sociale su una capacità pervasiva di spesa pubblica, lo scenario è dei meno esaltanti. Una situazione che non a caso contribuisce pure a risvegliare vecchie rivendicazioni “centrifughe” di enti locali sempre meno al diapason con la rotta indicata nei palazzi che contano a Parigi.