Il Messaggero, 22 aprile 2026
Consumo di alcol, Italia oltre i limiti
In Italia si beve meno di un tempo, ma si consuma ancora troppo alcol. E soprattutto, se ne continuano a sottovalutare i rischi. Tanti sono i gesti automatici che accompagnano le nostre giornate: versare un bicchiere di vino a tavola, l’aperitivo dopo il lavoro, il brindisi nel fine settimana. Perché in Italia l’alcol è soprattutto questo, quotidianità condivisa, socialità, un’abitudine che raramente percepiamo come rischio.
Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. E a ricordarli, in occasione del recente Alcohol Prevention Day, è l’Istituto Superiore di Sanità: dietro la normalità del consumo si nasconde un fenomeno epidemiologico rilevante, spesso sottostimato e scarsamente intercettato dai servizi sanitari.
L’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità rivela che nel 2024 erano 36 milioni i consumatori di alcol in Italia (il 77% degli uomini e il 57% delle donne), mentre le persone al di sopra degli 11 anni che hanno consumato bevande alcoliche in quantità e frequenza dannose per la salute erano 8 milioni e 200 mila.
Il binge drinking, ovvero le “abbuffate alcoliche” in un intervallo di tempo limitato, fatte apposta per ubriacarsi, riguardano 4 milioni e 450 mila persone, 79 mila delle quali under 18; un fenomeno pericolosissimo e quasi raddoppiato in un decennio tra le donne. L’Italia inoltre non ha centrato l’obiettivo, fissato dagli standard internazionali come l’Oms, di ridurre i consumi dannosi entro il 2025. In aumento anche il consumo fuori pasto, che coinvolge 17,8 milioni di persone. Ma c’è un dato ancora più critico: meno di 1 persona su 10, tra quante avrebbero bisogno di trattamento, viene effettivamente presa in carico dai servizi sanitari. Il problema dunque non è solo quanto si beve, ma anche quanto poco si intercetta il rischio. Che non è trascurabile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’alcol è stato responsabile di 2,6 milioni di morti nel mondo. Si stima inoltre che almeno 400 milioni di persone convivano con disturbi legati al consumo di alcol, e oltre 200 milioni con una vera dipendenza.
L’Italia ha da sempre un rapporto particolare con l’alcol: il consumo è diffuso, spesso moderato e culturalmente “normalizzato”. Il bicchiere di vino a tavola è percepito come innocuo e addirittura identitario. Eppure le evidenze scientifiche dimostrano che non esiste una quantità di alcol sicura per la salute.
L’alcol, secondo lo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, è un cancerogeno certo, al pari di fumo e amianto. Il consumo, anche moderato, aumenta il rischio di tumori (bocca, faringe, laringe, esofago, fegato, colon-retto e mammella) perché l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, sostanza che danneggia il Dna.
Ecco perché le strategie europee e globali insistono su alcuni punti chiave: attuare una prevenzione precoce, ridurre l’esposizione nei giovani, migliorare l’accesso a diagnosi e trattamenti, promuovere un’informazione più trasparente (anche in etichetta). Ma la distanza tra queste raccomandazioni e la realtà resta abissale.
Nei più giovani, l’alcol può avere effetti gravissimi e spesso sottovalutati. Nel breve termine può portare a perdita di controllo e aumento dei comportamenti a rischio (incidenti stradali, violenza, rapporti non protetti). Nei casi più gravi, spesso legati al binge drinking, si finisce in pronto soccorso per intossicazioni acute (coma etilico). Nel lungo termine, l’esposizione all’alcol interferisce con lo sviluppo cerebrale, andando a danneggiare soprattutto le aree della memoria e del controllo degli impulsi. Notevole l’impatto sul rendimento scolastico e sulla salute mentale (ansia, depressione). Chi beve da giovanissimo, ha inoltre maggiore probabilità di sviluppare dipendenza in età adulta.
Non sorprende dunque che le istituzioni europee abbiano un atteggiamento di “tolleranza zero” rispetto ad alcol e minori.
Adolescenti e ragazzini non sono certo gli unici a correre rischi. Anche per gli anziani l’alcol rappresenta un pericolo: sono più sensibili ai suoi effetti, può dare pericolose interazioni con i farmaci; aumenta il rischio di cadute e traumi. Nel lungo periodo l’alcol provoca un aggravamento di patologie cronico-degenerative (cardiovascolari, epatiche, metaboliche), contribuisce ad un declino cognitivo accelerato e aumenta il rischio di diversi tumori.
L’alcol è dunque sempre più un tema di salute pubblica. Ma al di là delle politiche ad hoc è fondamentale cambiare il nostro sguardo sul fenomeno, cominciano a riconoscere il rischio dove oggi vediamo normalità, parlando del problema senza banalizzarlo, investendo davvero in prevenzione e diagnosi precoce. I 25 anni di monitoraggio dell’Osservatorio Nazionale Alcol, restituiscono una fotografia molto nitida. Ora ci aspetta la parte più difficile: tradurla in comportamenti coerenti.