Libero, 22 aprile 2026
Pistoletto proclama Papa Francesco Primo santo dell’arte
Non solo la sua Biella, è da ormai oltre trent’anni, Cittadellarte. Michelangelo Pistoletto, alla vigilia dei 93 anni e con una candidatura al Premio Nobel per la Pace, è tra i maestri italiani dell’Arte Povera più noti al mondo. Artista e pensatore poliedrico, ha da tempo rilanciato, puntando a uno Statodell’arte “demopratico”, ovvero fondato sulla praxis, la responsabilità pratica e condivisa del popolo e delle sue organizzazioni più che su un concetto vacuo e di fatto irrealizzabile come quello del potere al popolo. Una rivoluzione artistica e concettuale che da domani avrà anche il suo primo santo patrono: Papa Francesco che il maestro Pistoletto, nel primo anniversario della sua scomparsa, celebrerà ad Assisi con un’istallazione intitolata Franciscus. Fratello in arte e una mostra di sue opere (promossa dal comune di Assisi e prodotta da Opera Laboratori con Cittadellarte e Galleria Continua) esposte fino al prossimo 4 ottobre, ottavo centenario della morte di San Francesco, e ospitate nella sede della Rocca Maggiore, curiosamente affacciata su un’altra opera di Pistoletto, il Terzo Paradiso pistolettiano ad Assisi.
A dare il via all’evento, domani, un gesto radicale di Pistoletto: la proclamazione di Papa Bergoglio come Primo santo dell’arte. Il maestro piemontese punta, insomma, sempre più convintamente all’Infinito, tra i simboli più ricorrenti nella sua arte assieme al concetto di Trinamica, principio della creazione, delle relazioni, dell’equilibrio tra tre cerchi. Due, gli estremi, con elementi antitetici tra loro e uno centrale con uno sintetico autogeneratosi. Praticamente – forse banalizzando un po’ – un mix tra il pensiero di Hegel e la concezione trinitaria del cristianesimo.
Papa Francesco primo Santo dell’Arte. Cosa vuole rappresentare: un omaggio, una provocazione artistica o un ponte tra arte e fede?
«È un’idea che entra nel mio processo di creazione ma anche della Cittadellarte ed è basata su quello che ha fatto Francesco nella sua vita e come lui è riuscito poi anche a rappresentare questo suo modo di volere l’equilibrio, la pace e l’armonia come rapporto umano. Concetti che ha anche trasportato nella sua tomba, che è diventata per me come un’opera d’arte in sé, perché c’è la pietra con scritto Franciscus, richiamo unico al nome di quello che è stato il Santo Francesco che lui ha assunto su di sé come pontefice. Ma dietro, sul muro, c’è quella piccola croce che lui ha chiamato la croce pettorale che rappresenta veramente un altro cambiamento molto forte rispetto a quello che è il concetto tragico della crocifissione. Lì non si vede, infatti, la persona crocifissa con le braccia spalancate e le mani inchiodate...».
Ma torna forte l’idea del pastore...
«Esatto. Dietro di sé, al posto della sbarra orizzontale della croce, compare un paesaggio di pecore e il pastore che salva e porta sulle spalle una pecora creando con le proprie mani una croce che non è la croce sacrificale ma il segno essenziale, il punto di intesa, anzi il simbolo dell’intesa per eccellenza. E poi c’è questa colomba che porta l’idea poi concepita nella Chiesa come lo Spirito Santo che rappresenta la pace, l’armonia e che viene dall’alto come l’ispirazione comune della spiritualità. Quindi abbiamo come simboli la colomba e la pecora che sono tutto il contrario dei grandi sistemi imperialistici della guerra che sono rappresentati dai leoni e dalle aquile».
Anche se, proprio Papa Francesco, è stato uno dei pontefici più divisivi dell’ultimo secolo. Non trova?
«Questo perché, al contrario, lo Stato pontificio è comunque un impero. È l’erede più diretto dell’impero romano. Il pontificato ha un enorme potere. È un regno che si regge su migliaia di persone che devono essere in qualche maniera stipendiate per poter continuare a vivere e fare la loro attività religiosa. Quindi resta anche come struttura politica estremamente complessa».
In cosa il Vaticano si differenzia?
«Per il fatto che è forse l’unico impero senza un esercito. Portatore di pace, perché non ha veramente un’attitudine al potere guerresco. E in questo il pontificato di Francesco ha rappresentato a fondo la parte migliore, veramente etica, che deve stare al fondo, non solo di questa religione, ma di tutte le religioni».
Lei ha avuto modo di incontrare personalmente Francesco durante i dodici anni di pontificato?
«Non ho mai avuto un incontro personale con lui ma ho sempre ritenuto che fosse parte della famiglia, un padre, un fratello in arte».
La sua Arte Povera si può leggere come una connessione allo spirito francescano del papato di Bergoglio?
«La povertà che è il messaggio di San Francesco, da cui Papa Bergoglio ha preso il nome, non è da intendersi come miseria ma come senso dell’essenziale, il miglior modo per edificare. L’edificazione come contrario della mortificazione».
A proposito di connessioni. È vero che nella “santificazione” di Papa Francesco vedremo un utilizzo artistico dell’Ia?
«La santificazione avviene attraverso un sistema tecnologico, un avatar di me stesso, che viene dall’evoluzione della tecnologia e arriva fino all’intelligenza artificiale di oggi. Io con questa operazione chiamo l’Intelligenza Artificiale che ha una dimensione universale a essere presente, in modo che tutto il mondo possa essere presente attraverso essa».
Dal sacro al profano. Parlando di presenze. Si è fatto un’idea sul dibattito circa la presenza o assenza della Russia alla Biennale di Venezia?
«Mettere al bando gli artisti russi dalla Biennale è la cosa più sbagliata che si possa fare. Questo perché l’arte non ha niente a che vedere con quello che stanno combinando i governi. L’arte è libera. Se fanno una cosa del genere alla Biennale, vuol dire che la Biennale è sottomessa ai sistemi politici esistenti ovvero che l’arte non debba essere libera. Invece, è proprio basandoci sull’arte che possiamo cambiare la società, far sì che la libertà dell’arte sia la cosa più sacra, se vogliamo usare un termine religioso, perché è l’arte che ci dà la possibilità di avere le massime responsabilità che nascono dalla libertà. Più sei libero, più sei responsabile. Perché dunque rinunciare alla responsabilità dell’arte, che è veramente la qualità più nobile dell’essere umano?».
Tutta l’intervista gira su concetti come umanità, libertà e senso del sacro. Le chiedo alla fine quello che forse doveva essere chiesto all’inizio. Lei, maestro, è credente?
«Nel mio libro La formula della creazione, io inizio dicendo che non possiamo fare a meno di credere. Dipende da come tu credi e in che cosa credi. Io credo appunto in tutte queste cose che le ho detto finora, ovvero nella responsabilità che l’arte, come elemento essenziale di libertà, porta come conseguenza».
Quindi l’arte è generatrice. Vedendo, invece, tre anni fa la distruzione della sua Venere degli Stracci a Napoli, come ha concettualizzato quell’evento?
«C’è un lavoro molto grande da fare anche a livello scolastico, a livello di educazione. Nell’ultimo secolo con la scoperta degli idrocarburi, con lo sviluppo delle scienze, delle tecnologie, è avvenuta una crescita di capacità, di genialità umana che è tanto grande quanto quella distruttiva. Adesso è venuto il momento di prendere l’elemento distruttivo e metterlo in un cerchio. L’elemento costruttivo nell’altro e fare del cerchio centrale il luogo della ripresa anche di sé, della nascita di un modus vivendi che sia nuovo, la creazione che facciamo tutti insieme nell’umanità. Non possiamo, però, farla a caso. Per questo ci deve essere una forma di governo culturale, mentale, religiosa, sociale, politica e scientifica ben organizzata. Ed è quello che noi, partendo da Cittadellarte ormai da decenni stiamo cercando di portare avanti».