repubblica.it, 22 aprile 2026
Carbone, perché non conviene in Italia. Il caso Cina
Non sarà forse la soluzione di lungo periodo, ma il carbone, che in realtà non se n’è mai andato, sta riscuotendo di nuovo successo come fonte per produrre energia elettrica.
Due giorni fa è stato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a citarlo come possibile soluzione se i prezzi del gas dovessero continuare a salire.
Il conflitto. In realtà, da quando è esplosa la crisi di Hormuz, più che gli Stati europei, chi sta già premendo l’acceleratore sul carbone, anche perché non hanno quasi mai alzato il piede, sono i Paesi asiatici per compensare i cali di gas liquido e, per altri motivi prettamente utilitaristici, gli Stati Uniti.
Il peso dell’Asia. Secondo i dati di Ember, il think tank specializzato nella transizione energetica, in Asia la dipendenza dal gas nella produzione elettrica è pari al 28,5% del totale, mentre il carbone con il 54,2% rimane di gran lunga la fonte principale.
Il caso Cina. Il peso maggiore è dovuto alla Cina che è al tempo stesso il più grande produttore e consumatore mondiale di carbone e di energia elettrica ricavata da carbone con quote che superano il 50% del totale in ciascun ambito.
I numeri. Il Paese possiede più centrali di tutti, molte delle quali sono state costruite non nel secolo scorso, ma negli ultimi due decenni. Secondo le rilevazioni del Bloomberg coal countdown, dal 2000 ad oggi la capacità del Paese garantita da impianti a carbone è passata da 207 a 1.239 GW e non accenna a diminuire, nonostante le promesse del governo di voler diminuire l’impatto ambientale.
Tonnellate di CO2. Oggi la Cina è responsabile del 56,5% delle emissioni mondiali di CO2 da carbone. E la situazione non sembra migliorare. Nel corso del 2025, l’Agenzia per l’energia (Iea) ha calcolato che la domanda di carbone cinese è stata in linea con l’anno precedente, eppure le centrali sono continuate a crescere, perché sono entrati in servizio impianti per quasi 80 GW, frutto delle autorizzazioni concesse tra il 2022 e il 2024 per le carenze energetiche registrate nel 2021.
La sicurezza energetica. L’obiettivo del governo di Pechino è la sicurezza energetica del Paese di fronte ai picchi di domanda, un’emergenza che si è riproposta ora con la chiusura dello stretto di Hormuz dal quale passa circa il 25% dell’approvvigionamento cinese di Gnl.
Pechino attiva le riserve. Il rincaro del gas e la difficoltà nel reperire la materia prima hanno di nuovo spinto il Paese ad attivare le riserve di carbone, più economico del Gnl nonostante i recenti rialzi (+17% da inizio guerra), e disponibile in abbondanza.
L’India a pieno carbone. Nella stessa situazione della Cina si trova l’India, dove il carbone pesa addirittura per il 75% nella generazione di elettricità. Sebbene il gas occupi una piccola parte del fabbisogno (2,7%), ben il 60% del Gnl del Paese arriva attraverso Hormuz.
Viste le attuali carenze, Nuova Delhi ha ordinato ad alcune centrali elettriche a carbone di funzionare a pieno regime e ha riavviato un impianto della Tata Power che era stato chiuso, rinviando i piani della transizione green.
Il rinvio giapponese. In Giappone, invece, il carbone e il gas rappresentano ciascuno un terzo del mix energetico del Paese. Da Hormuz passa il 6% del gas liquido destinato al mercato giapponese e di fronte alla chiusura, il governo ha revocato per un anno le restrizioni sulle centrali a carbone più datate per “garantire una fornitura elettrica stabile”.
Così fan tutti. Come in Cina, India e Giappone, così avviene in tutta l’Asia, dal Bangladesh alla Thailandia fino alla Corea del Sud dove si stanno costruendo centrali a carbone o riavviando quelle vecchie per ridurre drasticamente l’uso del gas, ignorando le preoccupazioni ambientali in nome della sicurezza energetica.
Il caso Stati Uniti. Discorso diverso, invece, per gli Stati Uniti, dove l’utilizzo del carbone era diminuito del 16% nel 2023 e del 5% nel 2024, per tornare a crescere del 10% nel 2025, trainato da un maggiore impiego nel settore elettrico, che rappresenta quasi il 90% del consumo di carbone statunitense.
Auto e IA. Qui Hormuz non c’entra niente. I principali fattori all’origine di questa inversione di tendenza sono stati la forte domanda di energia elettrica, dovuta alla diffusione dei data center e della mobilità elettrica, e l’aumento dei prezzi del gas, insieme al sostegno del governo statunitense volto a rallentare la dismissione delle centrali a carbone. Tutte tendenze che dovrebbero trovare conferma, anche nel 2026.
L’Europa. Nell’Unione Europea, la domanda di carbone è diminuita del 5% nel 2025, un ritmo molto più lento rispetto al 2023 e al 2024, quando i consumi erano scesi rispettivamente del 23% e dell’11%.
La scarsa produzione idroelettrica ed eolica, in particolare nella prima metà dell’anno, ha favorito la produzione di energia elettrica da carbone.
Il calo continuo. Tuttavia, nell’Unione Europea l’utilizzo di questa materia prima si è dimezzato nell’ultimo decennio, per la progressiva adesione dei Paesi alla messa al bando del carbone attraverso la chiusura delle centrali, la crescita delle energie rinnovabili e gli elevati prezzi del carbonio (Ets).
Oggi la produzione di energia elettrica da carbone europea è pari al 14% del totale e i Paesi che ne fanno più uso sono in ordine decrescente la Germania, la Turchia e la Polonia.
La frenata tedesca. In particolare, in Germania la quota di carbone è scesa a meno del 22%, mentre le fonti di energia rinnovabile hanno raggiunto quasi il 60%. Ma dopo che la capacità operativa del parco centrali a carbone tedesca è passata dal settimo al nono posto a livello mondiale nel 2024, lo scorso anno è rimasta ferma.
Il rinvio delle chiusure. Le ultime centrali a carbone dovrebbero essere dismesse entro il 2038, ma i pericoli di una crisi energetica stanno portando a un ripensamento.
Le parole di Merz. “Potrebbe essere necessario mantenere in funzione le nostre centrali a carbone più a lungo”, ha dichiarato il cancelliere Friedrich Merz in occasione di un evento organizzato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung a Francoforte.
“Non sono disposto a mettere a rischio il cuore del nostro approvvigionamento energetico solo perché anni fa abbiamo concordato alcune scadenze”, ha aggiunto.
La situazione in Italia. In Italia la dipendenza dal carbone è residua. Sono quattro le centrali attive, di cui due spente e due ancora in servizio, per un totale di circa 4,7 GW.
Il rinvio. La data per il loro smantellamento era stata fissata per fine 2025, tuttavia, per fronteggiare i rischi di una nuova crisi energetica, il recente Decreto Bollette ha prorogato l’uscita dell’Italia dal carbone al 2038.
On/Off. Invece di essere smantellate le centrali Enel di Civitavecchia la “Torrevaldaliga Nord” e la “Federico II” di Brindisi, entrambe con una potenza di 1,8 GW, sono state solo spente.
Mentre le due sarde, una dell’Enel, la “Grazia Deledda” a Portovesme (Sulcis Iglesiente) da 0,5 GW e quella a Fiume Santo (tra i comuni di Sassari e Porto Torres) gestita da EP Produzione, da circa 0,6 GW di potenza, sono tuttora attive perché considerate indispensabili per il sistema elettrico dell’isola.
Una strada chiusa. Tornare al carbone per l’Italia, ma anche per gli altri Paesi europei appare difficile, perché pesano sia i costi di riattivazione delle centrali, fra l’altro meno efficienti di quelle a gas, sia l’Ets, il Sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (Emissions Trading System), di fatto una tassa da pagare per chi emette CO2.
Riserva strategica. Al massimo il carbone può funzionare come riserva strategica come è avvenuto dopo l’invasione dell’Ucraina per il venir meno delle forniture di gas russo.
Tra luglio 2022 e il 30 settembre 2023, attraverso un decreto e su direttiva europea, è stata massimizzata la produzione delle centrali a carbone per sopperire alla mancanza di gas.
Corsi e non ricorsi. Ora, nonostante la chiusura di Hormuz, l’Italia non è nelle condizioni di due anni fa. E il ministro dell’ambiente ha annunciato che si potrebbe tornare al carbone solo se il prezzo del gas andasse fuori controllo.
I vantaggi del carbone. Da sempre il carbone ha un costo minore ed è una materia prima con un mercato in genere molto più stabile rispetto a quello del gas e del petrolio. La sua economicità lo ha reso infatti la principale fonte di produzione elettrica nei Paesi in forte sviluppo come la Cina.
Il confronto. Se si confrontano il gas e il carbone in termini di contenuto energetico, ai prezzi odierni il primo costa 42,6 euro a MWh contro i 14,2 euro del secondo.
Produrre elettricità. Ma le cose cambiano se si deve creare elettricità, perché entra in gioco l’efficienza degli impianti. Per ogni unità di energia termica prodotta dalla combustione del carbone, circa il 32-33% viene convertito in energia elettrica, mentre il resto viene disperso come calore, contro l’oltre 50% di un impianto a gas.
I costi. Tenendo conto di questi dati, oggi produrre un megawattora elettrico con il carbone costa 35,8 euro, mentre con il gas siamo oggi intorno agli 82 euro. Il che farebbe propendere per il carbone, come avviene in molti Paesi dell’Asia, se non fosse che in Europa subentra il costo dell’Ets.
La livella. Ai 35,8 euro, per il carbone va aggiunto un Ets che agli attuali prezzi di mercato è di 74,9 euro, arrivando così a un costo finale di 110,7 euro a MWh, mentre agli 82,8 euro del gas si devono sommare 30 euro di Ets per un totale di 112,8.
Di fatto i due prezzi sono allineati, rendendo equivalente la produzione.
Ipse dixit. La soglia per la quale potrebbe cambiare lo scenario l’ha fissata il ministro Pichetto Fratin: varrebbe la pena riattivare le centrali a carbone solo se il prezzo del gas passasse dai 42,6 euro attuali a oltre 70 euro. Delineando ad oggi più una eventuale emergenza economica che di mancanza di materia prima.