la Repubblica, 22 aprile 2026
Beatriz Serrano parla dei Millennial
La fotografia dei Millennial ha un umorismo affilato. Nel romanzo d’esordio di Beatriz Serrano, scrittrice spagnola che risponde in videochiamata dalla sua luminosa casa di Madrid, c’è una giovane protagonista inquieta, insoddisfatta e imbottita di pillole per dormire e non pensare. Marisa ha 32 anni, una bella casa, un lavoro manageriale in un’agenzia pubblicitaria, un amico con cui fa sesso abbastanza regolarmente. Potrebbe stare bene ma niente della sua vita le sembra autentico e lei ci ironizza su con leggera e irresistibile spietatezza. Il tempo fuori dall’ufficio lo passa perlopiù da sola. L’ansia, che la prende al petto e non la molla, l’ha soprannominata Berto. In Spagna Lo scontento, pubblicato nel 2023, è stato un bestseller, ora arriva in Italia per Einaudi Stile Libero.
Essere scontenti per i trentenni, dice Serrano, non significa essere arrabbiati, semmai annoiati. Sui giovani si dice molto e si scrive molto. Ogni tessera è un pezzo del mosaico, nessuna falsa. Di certo questi descritti nel libro con toni da commedia non sono gli edonisti disperati del romanzo cult Meno di zero di Breat Easton Ellis né irrequieti esploratori di esperienze come Il giovane Holden di Salinger. I Millennial dello scontento ridono della loro vita ridotta a performance e sognano la fuga.
Quando ha scritto il libro aveva più o meno l’età della protagonista. Attraversava un momento di crisi?
«Ero circondata da amici molto infelici. Trentenni, con buone carriere, ma insoddisfatti. Si lamentavano in continuazione. Molti di loro prendevano farmaci. È vero gli affitti erano folli, gli stipendi bassi, ma non bastava a spiegare quello stato d’animo. Allora ho cominciato a pensare di dare vita a un personaggio ossessionato dalla domanda: è tutto qui? La vita sarà sempre così?».
La definirebbe una depressione generazionale?
«Non è una depressione ma una noia generale, quella che i francesi chiamano ennui. Una malinconia, un malcontento appunto. Un disturbo non clinico, un tipo di umore molto letterario».
E lei come si sentiva in mezzo a tutto questo?
«Allora avevo perso il lavoro da giornalista per BuzzFeed e avevo provato diversi impieghi, tra cui uno nella pubblicità, la mia fonte di ispirazione per il romanzo. Passare dal giornalismo alla pubblicità è stato un salto imprevisto. Nel giornalismo sei abituato a essere critico, fare domande, nel mondo pubblicitario devi indossare una maschera e ripetere “wow” a più non posso. In quel periodo leggevo libri di sociologia su questi temi».
Che cosa?
«Mi hanno molto influenzata le teorie di Erving Goffman e il suo La vita quotidiana come rappresentazione. Con i social il teatro è entrato negli spazi intimi. Ormai siamo sempre in scena, passiamo il tempo a cercare di compiacere un’audience composta da nostra madre, dai nostri amici, dal nostro capo».
Quello di Goffman è un testo del 1959, la pandemia ha eroso ancora di più i confini tra pubblico e privato. Dopo il Covid molte persone, tra cui un buon numero di giovani, hanno lasciato il lavoro. Perché secondo lei?
«Perché per la prima volta abbiamo avuto il tempo di fermarci a pensare. Non sapevamo che ci sarebbe successo, se saremmo morti. Abbiamo visto la nostra fragilità e ci siamo domandati se la vita che avevamo prima ci piaceva. Molti hanno realizzato di sentirsi in trappola. In Spagna circolavano video di gente che tornava al lavoro e piangeva. Se piangi andando al lavoro, qualcosa non va. Non devi essere Freud per capirlo. Le nuove generazioni hanno imparato la lezione».
Quale lezione?
«Che non bisogna identificarsi con il lavoro, perché è solo una parte della vita ma non è la vita».
In Spagna sono stati introdotti il salario minimo e il congedo parentale obbligatorio, non le sembrano misure importanti?
«Le leggi volte a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori sono sempre un motivo di gioia. Il congedo incoraggerà probabilmente una genitorialità più partecipata in futuro e ridurrà lo svantaggio che le donne subiscono sul posto di lavoro per aver scelto di diventare madri. L’aumento del salario minimo credo sia insufficiente se non viene migliorato l’accesso agli alloggi e se non vengono potenziati i servizi pubblici».
Prende in giro anche il femminismo fake di stampo aziendale.
«Mi convince poco quel femminismo di facciata che serve per vendere e ripulirsi l’immagine. Quel femminismo elitario modello Sheryl Sandberg che parla di infrangere il soffitto di cristallo mentre qualche altra donna, magari immigrata, pulisce i vetri. Per me il femminismo deve combattere le contraddizioni di classe del capitalismo. Per il resto mi riservo il diritto di critica di alcuni aspetti senza sentirmi antifemminista. Sono figlia di un Paese cattolico e sessista, quindi piena di contraddizioni».
Nel libro Marisa non risparmia colpi. Ma è un riso amaro il suo, è una donna molto sola anche se sarcastica e consapevole.
«Per non rimanere sola con i suoi pensieri guarda video su YouTube, anche alle tre di notte visto che soffre di insonnia. È una persona che dall’esterno potrebbe sembrare appagata ma non lo è, ha relazioni instabili che non durano nel tempo. Mia nonna combatteva la solitudine ascoltando la radio mentre cucinava o faceva le pulizie, ora sono altri tempi, siamo donne indipendenti, non dobbiamo pulire la casa per i nostri partner ma la solitudine non è scomparsa, ha cambiato forma».
Sembra pervasiva, vista la quantità di pillole che circolano per anestetizzarci.
«Servono a non ascoltare il disagio, a fare finta che non esista. Meglio l’anestesia, l’evasione. Le persone usano farmaci per non affrontare i problemi reali. Un po’ come succedeva con il soma nel Mondo Nuovo di Huxley».
L’arte può aiutare? Marisa trova conforto davanti al “Giardino delle delizie” di Bosch esposto al Prado.
«Non sono così ingenua da pensare che l’arte possa salvarci, fermare le guerre, fare qualcosa con Trump. Se lavori in condizioni terribili l’arte non ti salverà. Può essere però una piacevole tazza di tè».