la Repubblica, 22 aprile 2026
Sui premi per i rimpatri il governo corre ai ripari
Due decreti e un solo clamoroso disastro. Quello che esiste da febbraio, ed è ormai impresentabile, deve correre verso il traguardo nonostante la norma palesemente incostituzionale sugli incentivi pro-rimpatri prevista per gli avvocati. L’altro provvedimento, quello da concepire in parallelo, sarà varato ad horas in Consiglio dei ministri, e solo per sperare di salvare il Dl Sicurezza.
Ne voti uno azzoppato, ne prendi due per tenere tutto in piedi: targato governo Meloni. Così si scatena la giornata di annunciata bagarre in Parlamento, con le forzature che servono ad approvare il Dl Sicurezza della discordia entro venerdì al massimo – pena la decadenza del testo, e addio norme sui coltelli, i trattenimenti, lo scudo alle forze dell’ordine. E le opposizioni che occupano i banchi dell’esecutivo nell’aula di Montecitorio. Sullo sfondo, il braccio di ferro con il Quirinale.
Tensioni e pressing si consumano dietro le stanze felpate, il garbo di rito, le interlocuzioni dei tecnici. Una sfida lanciata al Colle sui nodi nevralgici di sicurezza e migranti, e di cui nessuno conosce, fino in fondo, l’esito. Intanto il ministro dell’Interno Piantedosi ricompare finalmente in aula, il volto tirato, a rivendicare «la priorità politica» del decreto. E la premier si mostra serena, ma a distanza: solo «rilievi tecnici», ne terranno conto. Traduzione: avanti tutta. Mentre il vicepremier Salvini ha un’alzata di spalle che colpisce, e dice tutto del clima. Il no del Colle? «Non mi stupisco più di nulla».
I lavori alla Camera si aprono tra le polemiche, culminano nell’atto di protesta di Pd, M5s, Avs, Iv, Azione. Dopo ore di domande senza risposte da parte della sinistra, scendono dall’emiciclo i vari deputati, il dem Arturo Scotto è espulso da Fabio Rampelli, che presiede, e lo richiama più volte «ma non si può sedere sugli scranni dell’esecutivo!». Mentre sono altre le storture che elenca la sinistra. È tranchant Elly Schlein. «Insieme alle altre opposizioni stiamo facendo muro contro il pessimo decreto sicurezza che è un pasticcio istituzionale enorme. Una forzatura mai vista», chiarisce la segretaria dem. «Pasticcio?», scuote la testa la premier, da Milano.
Giorgia Meloni è al Salone del Mobile, ostenta calma: «Non lo considero tale», anzi, «la norma rimane perché è di buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni». E il lunedì nero di Mantovano salito al Colle, lo stop ricevuto dal presidente Mattarella su quella misura difesa dai meloniani per tre giorni?
Tutto derubricato, la premier assicura: «Stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc». Un decreto che sana l’altro, semplice: la tesi della destra. Eppure non piace neanche ai vertici dell’avvocatura che, fino a ieri, erano compagni di barricata con Meloni. Dalle Camere Penali, è netto il presidente Francesco Petrelli: «La norma va soppressa o si ripristini l’automatismo per il gratuito patrocinio dei più vulnerabili. Solo così si possono custodire le condizioni minime di uno stato di diritto in questa materia». I dem battono sul tasto dolente. Francesco Boccia: «Avete tutti gli avvocati contro, ascoltate almeno loro». Debora Serracchiani: “Invece costringerete il Parlamento a votare una norma incostituzionale. È vero, ci avete messo la faccia, ma dovevate metterci innanzitutto il cervello”.
Il governo va oltre. Per sanare l’insanabile, procederà come spiega a Montecitorio la sottosegretaria Siracusano: nel nuovo decreto legge, che viaggerà in parallelo, gli incentivi in denaro andranno «non solo agli avvocati, ma anche ad altre figure», mediatori, associazioni, altre professionalità, e saranno elargiti «anche se la pratica di rimpatrio non va a buon fine». Ecco dove il nuovo testo agisce per spezzare quell’obbligazione di risultato, il vulnus attuale del segna il Dl Sicurezza. Il ministro Piantedosi, che annuncia la fiducia sul Dl Sicurezza (si comincia a votare oggi), non ha dubbi che il testo andrà in porto, nonostante il percorso sempre più accidentato, verso il sì definitivo: «I reati sono diminuiti, questo Dl Sicurezza è una priorità politica, stiamo andando nella direzione invocata dai cittadini». Ecco perché resta la norma, lascia intendere, perché «sui rimpatri volontari assistiti ci incoraggia anche la Ue».
Stanno creando un cortocircuito istituzionale e un grave vulnus», rincara la dose dal M5s Giuseppe Conte, «non c’è mai stato il caso di un correttivo che comporta la sostituzione di una norma illegittima». Riccardo Magi di +Europa, tocca in aula l’altro aspetto sensibile: la compressione dei tempi, “una vera espropriazione del ruolo” dell’assemblea di Montecitorio, “ridotta a ramo terminale di ratifica, a camera di risulta, a ufficio di vidimazione di decisioni assunte altrove. Arriva qui un testo ormai blindato già consumato altrove da votare sotto la minaccia della decadenza”. Mentre Angelo Bonelli da Avs si guarda intorno e lega ciò che si consuma alla Camera con il gelo mostrato dal leader leghista per il Quirinale: «Le parole di Salvini sono molto gravi. Questo governo ha aperto un conflitto diretto con il presidente della Repubblica ed è ormai refrattario al rispetto della Costituzione».
Sciocchezze, per meloniani e leghisti: «Possiamo procedere. Basterà il nuovo decreto. Ci sono dei precedenti». Una partita che, a loro, sembra chiusa. Dove, invece, nulla è ancora scontato.