corriere.it, 21 aprile 2026
Fabio Cannavaro parla della sua carriera
Fabio Cannavaro, attuale ct dell’Uzbekistan, ha ripercorso su Prime Video la propria carriera con Luca Toni, che fece parte come lui dell’ultima nazionale italiana campione del mondo nel 2006. Un crescendo nel quale il capitano di quel gruppo non ha risparmiato di svelare retroscena sul passato e su alcuni suoi compagni, senza esimersi poi dall’affrontare la questione più urgente: la crisi del calcio italiano che non prenderà parte al Mondiale.
Gli inizi, ossia il Napoli. «Mio papà giocava a calcio, poi a un certo punto iniziò a lavorare in banca ma mi trasmise la passione – racconta – io vivevo a 300 metri dal San Paolo, giocavamo fuori, a volte anche con i bidoni della spazzatura come pali. Giocai per la squadra che io tifavo dalla curva, il centro Paradiso fu inserito nel fallimento del primo Napoli e io l’ho acquistato pochi anni fa cercando di farlo rivivere per i giovani talenti del luogo». A 20 anni, per evitare il crac di quel club presieduto da Ferlaino, fece la valigie e andò a Parma: «Avevamo una qualità assurda, stavamo molto assieme, la città ci permetteva di farlo: l’unico rammarico è di non aver vinto uno scudetto. Oltre a giocar bene devi portare a casa il risultato, l’ho capito poi in altre piazze. Noi giocavamo troppo bene. Malesani diceva già le cose che Guardiola poi portò avanti: nei primi mesi dovevamo capire la sua filosofia, faceva giocare i difensori dentro al campo e non eravamo abituati. Non era il top nella gestione, ma come idee è stato tra i migliori. Arrivò dopo Ancelotti, che inizialmente mi fece giocare terzino: poi spostò me e Thuram come centrali a San Siro, stava per essere esonerato e invece finimmo secondi nel 1997». Qui conobbe Buffon, che lo avrebbe accompagnato a lungo in carriera: «Gigi era istintivo, già devastante nella Primavera, il Maradona dei portieri. Con lui lì ho conosciuto Thuram: la sera Lilian faticava a vedere, a Dortmund una volta perse una lente a contatto...».
Poi l’Inter, un periodo non felice: «Andai lì con grande attesa, San Siro mi aspettava, una presentazione come me la ebbe solo Ronaldo. Mi infortunai a Como, ci volle un mese solo per capire che avessi 9 fratture da stress: dovevo fermarmi, invece presi antinfiammatori per giocare e fu un errore, persi il 40% della forza alla gamba sinistra. Volevo smettere, non passava più, dopo l’Europeo del 2004 per tre mesi non appoggiai il piede a terra: nel frattempo l’Inter mi vendette alla Juve e guadagnai persino meno».
Ma fu la sua rinascita: «Avevo perso fiducia e Capello me la diede subito: saltai solo una partita per squalifica. Sono rinato. Alla Juve c’era disciplina, l’Inter era più un porto di mare ma alla Pinetina si stava bene con persone eccezionali. Buffon però non aveva un buon rapporto con Capello. Il mister voleva dare competizione a Gigi, che si era infortunato, e prese Abbiati: Capello aveva i suoi uomini e faceva giocare sempre quelli, anche per questo in Champions non arrivammo fino in fondo, eravamo scarichi nei momenti importanti. Senza Calciopoli per me l’anno dopo l’avremmo vinta».
Un assist troppo ghiotto per non parlare dell’estate 2006, che ha cambiato la sua vita e non solo: «Per me nel 1998 e nel 2002 avremmo potuto fare meglio anche con gli allenatori, la differenza lì la fece mister Lippi. Andammo in Germania con convinzione dopo grandi amichevoli, avevamo la squadra più forte mentre nei Mondiali precedenti c’erano maggiori individualità. L’obiettivo era la finale. Anche Pippo Inzaghi capì con intelligenza, a un certo punto, che l’egoismo andasse messo da parte: in quel contesto l’ho apprezzato perché si è sentito parte del progetto pur giocando poco. Il mister si arrabbiò per una situazione e voleva mandarlo via, voleva litigarci e Pippo altrettanto, intervenimmo io e Peruzzi a ricomporre tutto. La squadra per me si vede a tavola: io stavo sempre vicino a Inzaghi, era al Mondiale perché Vieri si era infortunato, andavano gestiti e capiti i momenti. Avevo 33 anni e un’esperienza pazzesca, io potevo farlo. I tedeschi non ci guardarono negli occhi, avevano più tensione di noi. Fu la mia migliore prestazione con la nazionale. In finale non volli vedere la coppa all’ingresso, diedi subito una ginocchiata a Henry, volevo fargli capire subito che sarebbe stata una serata difficile per lui: sono cose che a noi insegnavano nelle scuole calcio...». E Zidane? «Era così bello che ti dava quasi fastidio picchiarlo. Se Zidane non avesse dato quella testata avrebbe vinto lui il Pallone d’oro, un premio a cui non avevo mai pensato perché finiva sempre agli attaccanti. Mi diede gratificazione il Fifa World Player, sempre in quell’anno, perché era assegnato da capitani e allenatori: non me li sarei mai aspettati questi due premi».
E la nazionale di oggi? «Una cosa positiva che avevamo in Italia era saper difendere e saper soffrire: ora l’abbiamo persa, per inseguire la fase offensiva degli altri. Abbiamo preso 4 gol da Israele e dalla Norvegia: a me vengono i brividi. Noi nel 2000, in semifinale all’Europeo con l’Olanda, riuscimmo a tenere 90 minuti in semifinale in 10 contro 11, con Del Piero che si adattò a fare il terzino. In finale non facemmo gli italiani e a 30 secondi dalla fine la Francia pareggiò».
Poi continua l’analisi sul momento attuale: «Mi è spiaciuto che non sia mai arrivata una chiamata per la nazionale, era uscito il mio nome l’estate scorsa. Gigi dopo aver scelto Gattuso mi chiamò e mi fece piacere, io avrei accettato anche di allenare l’Under 21: voglio allenare, se stai a casa non migliori. Ho fatto il tifo per Rino, un pezzo di noi era lì con lui: non è una questione di allenatore o presidente ma di sistema. In Bosnia abbiamo avuto paura, un blocco mentale: non posso immaginare che non potessimo portarla a casa con i giocatori che erano in campo e giocano in Premier League o in grandi club. Abbiamo smesso di puntare sui settori giovanili, se non torniamo umili come una volta non miglioriamo. E Coverciano sforna centinaia di allenatori ogni anno, ma tra A e B ci sono 40 squadre. Allora vanno nel settore giovanile per dimostrare che sono bravi e insegnano la costruzione dal basso...».
Lui, però, al Mondiale ci sarà: «Ho detto subito sì all’Uzbekistan senza pensare ai soldi: devo far arrivare là i giocatori consapevoli che non abbiamo nulla da perdere. Siamo una nazionale fastidiosa contro cui giocare, forte fisicamente. Abbiamo un girone tostissimo, è la prima volta per l’Uzbekistan a questi livelli, ma sono curioso. Poi dopo sei mesi avremo la Coppa d’Asia».