corriere.it, 22 aprile 2026
Intervista a Sébastien Frey
«Nella mia vita ho toccato con mano la sofferenza. L’ho fatto per tre volte. La prima è stato un dolore fisico, la seconda psicologico, la terza ha colpito corpo e mente. Ma sono grato di aver vissuto tutto questo». Sébastien Frey, ex portiere di Inter e Fiorentina, nel raccontare la sua vita, parla con lucidità, forte di quella prospettiva buddista fatta propria grazie all’amico Roberto Baggio. Con il calcio ha smesso da più di dieci anni. Oggi si divide tra eventi con ex calciatori e la famiglia nella sua casa a Nizza. Parla da una camera che sembra essere più un museo che racconta la sua storia. Da una parte i tanti ricordi calcistici, tra maglie, guanti e articoli di giornale. Dall’altra i tanti giochi e personaggi di cartoni animati legati alla sua infanzia: «Quando ero piccolo i miei genitori non potevano permettersi di comprarmeli. Anni dopo, grazie alla mia carriera, sono riuscito ad acquistarli. In questa stanza c’è il mio mondo».
Partiamo proprio dai suoi ricordi di quando era bambino.
«Sono nato con i guanti da portiere di mio padre in mano. Ho avuto un’infanzia bellissima senza avere niente».
Neanche i giocattoli a volte. Ci soffriva?
«Era frustrante sentire i miei genitori dire: “Seba non possiamo comprarteli”. Solo con il tempo ho compreso davvero i sacrifici che hanno fatto per me e mio fratello. Abitavamo in una casa nel quartiere popolare. Abbiamo rischiato lo sfratto».
Famiglia che ha lasciato quando ancora era piccolo.
«Sì, avevo solo dieci anni e ho dovuto lasciare tutto. Mi voleva il Cannes, ma era lontano da casa. Mamma e papà non potevano portarmi: “Seba, ti devi trasferire dai nonni, non puoi restare qui”. È stato traumatico. Piangevo tutte le sere. Mia nonna staccava il telefono per non farmi chiamare i miei genitori. Devo ringraziare lei e mio nonno».
Anche lui ex giocatore.
«Apro una parentesi. Quando si parla di dinastie nel calcio, si citano sempre i soliti nomi. Mai nessuno parla della mia. Nonno è stato in Nazionale francese, mio papà ha giocato in Ligue 2, io e mio fratello in A, mio figlio gioca nella Cremonese. Quattro generazioni, chi può dire lo stesso?».
C’è un ricordo che la lega a qualcuno di loro?
«Avevo giurato a mio nonno che gli avrei regalato la maglia della mia prima convocazione in Nazionale. È morto un anno prima della mia chiamata con la Francia. Ma la promessa l’ho mantenuta: ho fatto mettere la divisa nella sua tomba».
Tornando alla sua carriera, prima di accettare l’Inter ha rifiutato la Juve. Come mai?
«Non mi sentivo pronto. A soli 16 anni avevo paura di bruciarmi. Ma non è stato facile. Ero stato a Torino a vedere il centro sportivo, mi erano passati davanti Del Piero e Zidane. E alla firma ci sarebbe stato anche un regalo: una Fiat Barchetta cabrio, bellissima».
Un anno dopo è arrivata l’Inter.
«Una squadra di campioni. Mi sono ritrovato in spogliatoio con Ronaldo e Baggio».
Un ricordo del Fenomeno?
«Il più forte di tutti. E poi era una persona straordinaria. Aveva comprato un macchinario per la pelle. Invece di metterlo a casa, lo aveva portato ad Appiano per farlo usare a chi ne avesse bisogno. Oppure l’ultimo orologio della Nike regalato a tutti per Natale. Al tempo era raro averne uno».
Dopo le esperienze in nerazzurro, a Verona e Parma, ecco la Fiorentina.
«L’amore della mia vita. Anche se dopo pochi mesi ho rischiato di dover dire addio al calcio».
Ci racconti.
«Era gennaio, non dovevo neanche giocare, ma il secondo portiere aveva litigato con il preparatore. Mi sono scontrato con Zalayeta: era come se mi fosse esploso il ginocchio. Il mio primo pensiero era andato al Mondiale che si sarebbe giocato in estate, ma a rischio c’era la mia intera carriera. I chirurghi dicevano che non sarei più tornato in campo».
Cosa ha fatto per recuperare?
«Di tutto. Mi allenavo quattro volte al giorno. Il primo mese è stato durissimo, il dolore era asfissiante. Le tempistiche per il rientro erano tra i sedici e i diciotto mesi: me ne sono bastati sei».
In quel periodo ha conosciuto il Buddismo.
«Ero in ritiro con la Fiorentina. Non mi sentivo sicuro del mio ginocchio, ero in crisi. Ho chiamato Roby (Baggio). Mi ha introdotto alla religione buddista. Mi ha cambiato la vita».
E con la sua Fiorentina è arrivato in Champions.
«Un gruppo incredibile fatto di amici. È nato tutto nel campionato successivo a Calciopoli».
Fino al secondo infortunio al ginocchio.
«Meno grave del primo, ma mi ha devastato psicologicamente. Era coinciso con un momento di crisi familiare. Stavo divorziando con la ex moglie, una situazione che vivevo come un profondo fallimento personale. La rottura del crociato è stata una batosta. Sono caduto in depressione».
Che immagini ha di quei mesi?
«A Firenze vivevo in un appartamento grande, riempito dall’affetto e le voci dei figli e dei cani. All’improvviso non c’era più nulla. Rientravo la sera ed era tutto vuoto e buio. Non riuscivo più a dormire, travolto dai pensieri. Avevo perso autostima. Era troppo per me, non riuscivo a gestirlo».
Come ne è uscito?
«Chiedendo aiuto a uno psicologo. Ho capito che da solo non ce l’avrei fatta. Probabilmente avrei smesso senza il suo supporto. Con lui ho imparato ad accettare la mia situazione, il matrimonio finito, le mie fragilità».
Non ne ha parlato con amici?
«No. Avevo paura che potesse girare la voce. Al tempo il mondo del calcio non era pronto ad affrontare il tema della salute mentale. Sarei stato trattato come un malato, un debole».
E nella stagione successiva ha dovuto anche lasciare Firenze.
«Amavo Firenze, avevo rifiutato le proposte di Milan, Bayern Monaco, Barcellona e Juve per rimanere. Un dirigente, però, non mi voleva. Si è comportato da vigliacco, mi ha costretto ad andarmene».
Anche dopo l’addio al calcio a 35 anni, la vita non l’ha lasciata in pace. Il 14 luglio 2016 c’è stato l’attentato nella sua Nizza.
«Quella sera sarei dovuto essere proprio in centro con i miei amici per la Festa Nazionale Francese. Alla fine, non ero potuto andare a causa di un ritardo del volo con cui ero ritornato dall’Italia. Ero tranquillo a casa quando hanno iniziato a chiamarmi tutti preoccupati».
Che cosa ha provato?
«Angoscia. Ricordo di aver acceso la televisione e aver visto quanto era successo. Sono rimasto sveglio tutta notte. Per mesi non sono più tornato nella via dell’attentato».
Nel 2019, invece, il problema di salute.
«Per due settimane ho avuto 40 di febbre e convulsioni. Sudavo e avevo i brividi. Sono andato in ospedale: “Signor Frey, ha un problema grave, ma non capiamo cosa sia”. Un incubo».
Ha avuto paura di morire?
«Sì. Una volta tornato a casa, la situazione non migliorava. Una mattina mi sono svegliato e riuscivo a muovere solo la testa. Il resto del corpo era immobilizzato. Era una malattia autoimmune. Il dottore mi aveva avvisato: “Può essere mortale”. Non sapevo cosa fare. Mi chiedevo se fosse arrivata davvero la mia fine. Un giorno avevo chiesto anche al notaio di preparami il testamento. Per fortuna è rimasto sigillato».
Cosa le hanno lasciato queste esperienze?
«Tutte mi hanno trasmesso qualcosa. Il primo infortunio mi ha permesso di conoscere il buddismo, il secondo mi ha portato a guardarmi dentro. La malattia, invece, mi ha reso più sensibile e consapevole della bellezza della vita».