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 2026  aprile 22 Mercoledì calendario

Mark Ruffalo parla del suo nuovo film e di sé stesso

Mark Ruffalo ai Golden Globe ha detto quello che pensa del suo presidente Trump: «Ogni giorno dice cose senza senso». Lo incontriamo ai margini dell’incontro che l’attore ha avuto con ben 6500 studenti (tra sala e streaming) per il progetto ArtMedia Cinema e scuola curato da Loredana Commorana. Mentre gira a Roma il film Santo subito di Bertrand Bonello, sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II, Donald Trump ha attaccato Papa Leone XIV, il primo pontefice americano.
Sembra fantascienza?
«Più che altro una commedia oltraggiosa. È qualcosa difficile da credere, d’altra parte ti dà la misura della potenza del presidente degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo».
Il suo vice Vance...
«Dice che il Papa deve stare attento quando parla di teologia, lo critica per la sua interpretazione erudita e colta dei Vangeli, ma lui è perfetto nello sposare il pensiero di Gesù rispetto alla violenza».
Le sue critiche le danno problemi a Hollywood e nell’establishment culturale?
«Il sostegno che ho ricevuto è stato superiore. Continuerò a denunciare le meschinità di Trump e della sua cricca, i crimini commessi sia dal mio Paese che da Israele, il genocidio e la tortura contro la popolazione di Gaza».
Come concilia attivismo civile e blockbuster?
«Nel nuovo capitolo di Spider Man rifaccio Hulk, e in comune coi supereroi ho l’essere andato oltre la piccola vita che mi era stata assegnata. Fino a 28 anni facevo il barista. Sono un attore prima di tutto e non voglio rinunciare a nessun ruolo, se mi convince. Il mio attivismo ha radici antiche, si chiama umanesimo».
Qual è il suo ruolo nel film su Giovanni Paolo II?
«È una sorta di thriller e io sono l’avvocato del diavolo, colui che pone le domande più scomode sulla fede e santità del Papa polacco (interpretato da Andrzej Chyra), una funzione che fu creata dalla saggezza della Chiesa cattolica, al suo interno, per fare da contrappeso… Prima di diventare santo occorrono verifiche per evitare ripercussioni in Vaticano. Non c’è nessun’ altra cosa che abbia un impatto immediato sulla gente come le opere di un santo. È una meditazione equilibrata e seria. Charlotte Rampling è Anna-Teresa Tymieniecka, filosofa americana di origine polacca, amica del Papa».
Lei ha superato una prova importante, un tumore. Come l’ha cambiata?
«Mi sono affidato alla famiglia, che avevo lasciato da ragazzo rendendomi autonomo e indipendente. Il tumore avvenne all’inizio della mia carriera, il mio volto rimase paralizzato per molto tempo dopo l’intervento chirurgico. Ero a un passo dal sogno di fare l’attore, era lì, a portata di mano. Stavo cambiando mestiere. Quando perdi tutto hai meno paura, sei più forte. Il tumore mi ha lasciato la sordità all’orecchio sinistro».

E le sue radici umili cosa le hanno lasciato?
«Vengo da una famiglia operaia, profondamente cattolica, di origine italiana. L’America è stata razzista con i primi immigrati. Conosco bene la lotta di classe di quella gente, la applico nel mio lavoro. Sono insieme con Javier Bardem produttore esecutivo di Tutto quello che resta di te, il film di Cherien Dabis è la storia di una famiglia palestinese attraverso tre generazioni sui temi di memoria, perdita, resilienza. Non c’è maggior conflitto che perdere i propri diritti come esseri umani».
Ma come restare aggrappati alla propria identità se una parte del mondo sta cercando di cancellarti?
«Questa è la domanda che pone il film. Il cinema è specchio e ponte, non solo intrattenimento. Agli studenti del Lazio abbiamo chiesto di rimanere aperti, l’umanità ha bisogno di freschezza».