Corriere della Sera, 22 aprile 2026
Ester Parri, le memorie ritrovate
L’angoscia è il sentimento prevalente nel memoriale inedito di Ester Parri (moglie del leader partigiano Ferruccio) che l’editrice Solferino manda in libreria e in edicola con il titolo Il ricordo è l’unica difesa. L’autrice vi racconta i giorni terribili trascorsi quando il marito, futuro presidente del Consiglio dopo la Liberazione, rimase prigioniero dei tedeschi per oltre due mesi, all’inizio del 1945. Il testo, scritto all’inizio degli anni Cinquanta, è stato ritrovato in «una valigia di vimini malandata» dalla nipote di Ester, Francesca Parri, che ne ha curato la pubblicazione assieme allo storico Andrea Ricciardi.
La prigionia del marito non era certo una novità per quella donna coraggiosa, il cui cognome da nubile era Verrua. Suo figlio Giorgio, il padre di Francesca, «aveva detto per la prima volta “papà” nell’ufficio del direttore di un carcere». E oltre alla detenzione c’erano stati diversi periodi al confino. Ufficiale pluridecorato, Ferruccio Parri si era opposto con determinazione al fascismo, nel quale vedeva la perversione degli ideali in nome dei quali aveva combattuto durante la Grande guerra. E nel 1926 con Carlo Rosselli, assassinato in Francia su mandato dei servizi segreti italiani undici anni dopo, aveva fatto fuggire in Corsica da Milano, passando per il porto di Savona, l’anziano leader socialista Filippo Turati.
Ora però tutto si ripresentava in termini ben più tragici. Capo dei partigiani facenti capo al Partito d’Azione, Parri era stato catturato per pura casualità dai nazisti, i nemici più spietati che si potessero immaginare. Ester, arrestata con lui, era finita nel carcere di San Vittore, dove aveva trascorso diversi giorni, prima di essere rilasciata, in una condizione d’ansia sopportabile solo rimuovendo ogni pensiero: «Avevo imparato – scrive – che si può continuare a vivere sentendosi completamente staccati dalla vita».
Per quanto denso di riflessioni intime, il testo originariamente era stato scritto dall’autrice parlando di sé stessa in terza persona. Nota Francesca Parri che per sua nonna «la ritrosia nell’apparire» era una regola ferrea, «una specie di dimensione esistenziale». Forse anche un modo per reggere la rievocazione di un’esperienza tanto dolorosa. Tra l’altro Ester era tormentata dal dubbio di aver rivelato ai carcerieri il vero nome del marito prigioniero, celato sotto la falsa identità del «professor Pasolini». In realtà non era così: Parri era stato riconosciuto da un poliziotto che aveva avuto a che fare con lui per via dei trascorsi antifascisti sotto il regime. Ma avvertiamo tutta intera la sofferenza di sua moglie quando racconta di aver spento la luce per dormire dicendo fra sé e sé: «Sono una sciagurata».
Nel libro non c’è però soltanto un punto di vista personale. Esso offre anche, evidenzia Ricciardi nella postfazione, «uno spaccato autentico e drammatico dell’Italia in guerra, di una società lacerata e disarticolata, in rapida e traumatica trasformazione, in cui convivono stati d’animo e atteggiamenti opposti tra di loro». Ester rammenta ogni situazione e ogni ambiente nei più minuti particolari come se si fosse stampato in modo indelebile nella sua memoria. E il suo sguardo acutissimo si sofferma sulle figure femminili con una sensibilità specifica. Ci rivela quella che si può definire «l’altra metà» della Resistenza.
Scorrono davanti al lettore figure tragiche, come la madre che salva per miracolo il figlio partigiano impiccato dai nemici a un albero, correndo ad afferrargli disperatamente «i piedi ciondolanti», nei quali «le era parso di sentire un fremito di vita». Oppure la giovane vedova con due bimbi piccoli che prende il posto nella lotta del marito ucciso e fa la spola tra la Svizzera e l’Italia: «La sua forza mi parve miracolosa», confessa Ester.
Ci sono però anche personaggi d’altro tipo. Le donne «dalle unghie laccate e dalle bocche dipinte» che collaborano con i tedeschi. Oppure la «brava signorina Ottavia», simbolo di un certo conformismo in gran voga negli «anni del consenso» al regime, ingenua piuttosto che malvagia: «Era stata una fascista fervente, ora lo era un po’ meno e non riusciva a giustificare la condotta del re, da brava monarchica lo voleva autentico eroe». La fuga da Roma del settembre 1943? Un evento inspiegabile, anzi impensabile.
Per fortuna nei primi mesi del 1945 i tedeschi hanno l’acqua alla gola. Anglo-americani e sovietici stringono il Terzo Reich in una morsa implacabile. E l’Italia è diventata un teatro di guerra secondario, tanto che il comandante alleato Harold Alexander, con grande sconcerto della Resistenza, ha invitato i partigiani a cessare le operazioni belliche durante l’inverno. Consapevoli di avere le ore contate, i nazisti si preparano alla resa trattando con gli emissari di Londra e Washington. Così, mentre il temerario tentativo di liberare Parri compiuto dal liberale Edgardo Sogno e dai suoi uomini fallisce, la sorte del comandante azionista entra nell’ambito del negoziato che condurrà a una conclusione anticipata della guerra nella nostra penisola.
Trasportato da Milano a Verona, dove le SS hanno il loro quartier generale in Nord Italia, Ferruccio viene liberato il 7 marzo e consegnato agli Alleati in Svizzera. La moglie può rivederlo per un fugace incontro, prima che passi la frontiera. Nell’operazione riveste un ruolo importante anche un individuo altamente ambiguo, Luca Osteria detto «Ugo», che ha lavorato a lungo per lo spionaggio fascista, ma poi è passato sulla sponda opposta e opera come infiltrato nei servizi di sicurezza della repubblica di Salò.
Il racconto s’interrompe prima dell’insurrezione finale, alla quale Parri non potrà partecipare. Non sappiamo perché Ester abbia smesso di scrivere, né perché abbia preferito tenere il testo per sé. Forse sin dall’inizio non aveva intenzione di pubblicarlo, o vi rinunciò per un senso di riservatezza. Di certo oggi sono pagine che si leggono con interesse e con un moto di profonda commozione.