Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 22 Mercoledì calendario

Intervista a Vittorio Emanuele Parsi

Professor Parsi, da che famiglia proviene?
«Mamma di origine brianzola, ha sempre lavorato nell’arredamento. Papà romano, militare, andato in pensione col grado di maggiore generale dell’esercito. Sono cresciuto a Torino fino ai dieci anni perché mio papà era nella Taurinese, poi a Milano. Siamo due fratelli, gemelli».
Siete uguali?
«Storicamente indistinguibili. Adesso un po’ meno, perché con l’età c’è chi porta i capelli un po’ più lunghi o più corti. Carriere però molto diverse, lui ha sempre lavorato nella logistica».
Perché Vittorio Emanuele?
«Mio padre era perfettamente monarchico. Umberto II è stato il testimone di nozze dei miei genitori».
Si conoscevano?
«Personalmente no. Fu testimone per procura, mio padre gliel’aveva chiesto con una lunga lettera. I miei si sposarono che Umberto era già in esilio da anni. Tra le cose più preziose che conserviamo tra i ricordi familiari c’è ancora il regalo di nozze che mandò re Umberto».
Che cos’era?
«Una brocca d’argento, con la sua dedica per il matrimonio».
Lei è mai stato monarchico?
«No. Si può essere sinceri democratici anche volendo la monarchia ma io non ho mai pensato ad alternative alla repubblica».
Studente modello?
«Figuriamoci. Facevo il minimo sindacale per non essere bocciato a fine anno e ho collezionato esami di riparazione a settembre come figurine».
Liceo?
«Macché, ragioneria alla Moreschi, a Milano, l’istituto ancora esiste. Ho rifiutato di fare il classico perché per com’ero da ragazzo non era cosa. Preferivo di gran lunga l’impegno politico allo studio».
Moderato già all’epoca?
«Decisamente. Ero uno dei leader dell’assemblea studentesca in rappresentanza di un raggruppamento moderato».
Chissà che botte con quelli del Movimento studentesco.
«Al contrario, c’era rispetto reciproco, mantenevamo l’ordine, garantivamo che nessuno venisse malmenato durante le assemblee, al contrario di quello che altrove accadeva praticamente ovunque. Credo dipendesse molto dal fatto che si stava in una ragioneria e non in un liceo».
Perché?
«Perché tutti, noi indipendenti e quelli del Movimento studentesco, eravamo consapevoli del fatto per alcuni l’unica leva di crescita era l’istruzione; e che quindi tra i nostri compagni c’era gente che aveva soltanto quell’opportunità, quei cinque anni di scuola, per uscire dalla miseria di condizioni familiari che spesso impedivano loro di mettere assieme il pranzo con la cena. Un liceo di norma era frequentato da gente più benestante».
Secondo lei, quindi, all’epoca un istituto tecnico agevolava la formazione di sinceri riformisti più di un liceo, in cui si rischiava...
«… di scivolare verso parole d’ordine che alimentavano il furore ideologico? Sì, è una cosa che si può dire. Da leader dell’assemblea facevo parte della commissione che decideva sugli assegni di studio per i figli di famiglie meno abbienti. Là dentro vedevi situazioni di nostri compagni che vivevano in sei in case di sessanta metri quadri alla periferia di Milano. Le vedevo io e le vedevano quelli del Movimento studentesco. Era impossibile che questa consapevolezza non incidesse nella qualità della nostra dialettica».
Il suo primo voto?
«Forse al Partito liberale».
Quelli a seguire?
«Ho votato anche per i repubblicani, i radicali, i socialisti. Mai per i democristiani, mai per i comunisti, mai per i fascisti».
Il fascismo è ancora un rischio per l’Italia?
«In senso stretto, no. Però in Italia c’è una grande inclinazione verso il populismo e l’ipersemplificazione. E populismo e ipersemplificazione sono il brodo di coltura per orientamenti politici illiberali. Il vero rischio per l’Italia è essere illiberale».
Chi c’era nel suo pantheon di ragazzo?
«Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, François Mitterrand. Ma anche Ronald Reagan».
Fa molta fatica oggi dentro la cabina elettorale?
«In Italia c’è un sistema politico che complica sia la ricerca del bene comune che quella del male minore. Lavorare per costruire un’egemonia attorno a pensieri che possono essere progressisti o conservatori è praticamente impossibile. Da questo deriva il fatto che le coalizioni, sia quella di centrodestra che quella di centrosinistra, si sono trasformate piano piano in macedonie in cui dentro trovi praticamente di tutto».
L’incontro che le ha cambiato la vita?
«Con Gianfranco Miglio, che è stato il mio vero maestro all’Università Cattolica, a cui mi ero iscritto giusto perché mi piaceva una ragazza che si era iscritta là. Fin dalle prime lezioni ero colpito da questa sua grande capacità di andare all’essenza delle questioni, di saperle affrontare e spiegare in maniera semplice, senza mai essere banale».
Anni dopo sarebbe diventato l’ideologo della Lega di Umberto Bossi.
«Io l’ho conosciuto prima dell’incontro con Bossi e mi dispiace molto che venga ricordato soprattutto per il suo rapporto con la Lega. Aveva un’incredibile capacità di ascolto, era attento ed esigente. Sembrava un uomo catapultato alla fine del Ventesimo secolo dalla fine dell’Ottocento, poteva tranquillamente assomigliare a un collega di Max Weber o di Carl Schmitt».
Simpatico?
«Avevo dimenticato di fare la domanda per il rinvio del servizio militare e mi arrivò la cartolina a casa. Visto che era il mio relatore alla tesi di laurea, gli telefonai dalla stazione di Milano, dov’ero in attesa di prendere il treno che mi avrebbe portato a La Spezia per l’inquadramento, per comunicargli che avrei dovuto interrompere il lavoro sulla tesi. Mi rispose divertito: “Non si preoccupi, la tesi la finirà quando rientra. Sento già il rumore di catene…”».
Lei è ufficiale della riserva selezionata della Marina Militare.
«In Marina avrei potuto entrarci da laureato, partecipando al corso ufficiale dell’Accademia navale. Ci entrai da marinaio di leva ma è stata un’esperienza fantastica».
È favorevole al ritorno della leva obbligatoria?
«Una cosa è certa: la grande diffidenza che abbiamo nei confronti delle Forze Armate dipende dal fatto che non le conosciamo dall’interno. Mentre una volta, ai tempi della leva obbligatoria, non era così: in tutte le famiglie italiane c’era chi aveva avuto un contatto diretto».
Che cos’ha fatto prima di diventare un accademico?
«Ho lavorato in pubblicità e anche nel marketing di un’importantissima multinazionale, Unilever».
Surgelati, detersivi, prodotti per l’igiene personale.
«Il mio campo erano i prodotti per capelli. Sono stato il più giovane product manager di Unilever in tutta Europa».
E poi?
«Il mio capo di allora mi disse: “Guarda che ora sei apprezzato dall’azienda perché l’azienda capisce che sei diverso dagli altri. Vedi cose che gli altri tuoi colleghi non vedono e pensi cose che loro non pensano. Ma questa diversità, che oggi per te è una risorsa, potrebbe diventare una condanna. Tra cinque anni o sarai diventato come gli altri o sarai espulso dal sistema”».
E lei?
«Decisi di accettare l’offerta di Miglio e di lavorare come ricercatore all’università».
Guadagnando meno?
«Meno della metà di quanto guadagnavo in azienda. Dal punto di vista finanziario, quella scelta all’inizio fu un bagno di sangue».

È appena uscito per Bompiani «Contro gli imperi», Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale. Questo futuro lo stabilisce Trump?
«Questo futuro verrà deciso anche dal modo in cui si reagirà a Trump. A cominciare dall’Europa, che con più ambizione diventa l’ago della bilancia del nuovo ordine mondiale».
Chi è Trump?
«Essenzialmente un leader corrotto. Un leader che ha usato e usa il suo potere per arricchirsi in maniera illecita».
Si è chiesto perché un leader così avanti con gli anni e apparentemente poco generoso anche coi familiari faccia tutto questo?
«Per chi è ossessionato dall’arricchimento la ricchezza non è un mezzo. Ma un fine».
Che cosa può fare l’Europa?
«All’Europa tocca scegliere se affidarsi alla speranza che qualcun altro risolva i problemi al suo posto o se assumersi la responsabilità di essere protagonista del proprio destino».
Ma non è un obiettivo irrealistico?
«Un grande realista come il cardinale Richelieu osservava che “la politica è l’arte di rendere possibile ciò che è necessario”. La penso come lui.»
Occorreranno volontà, coraggio, visione e coesione…
«Per parafrasare un indimenticabile Al Pacino, “o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente”».
La dedica del saggio è a Tiziana Panella, che da più di un anno è sua moglie.
«Tiziana ha tirato fuori il meglio che c’era in me e poi ha aggiunto il suo. Vivo in maniera diversa da quando sto con lei; e vivo con maggiore consapevolezza anche le cose preziose che avevo prima di lei, a cominciare dalle mie tre figlie».

Due anni fa ha rischiato di morire. Com’è adesso?
«La vita, intende?»
Sì.
«Mi diverto di più quando c’è da divertirsi. E non spreco neanche un secondo del mio tempo».
E la paura della morte?
«Quella è diminuita».