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 2026  aprile 22 Mercoledì calendario

Chi è Vladimir Soloviev, megafono di Putin (con la villa a Como e i figli all’estero)

Quando nell’agosto 2023, Evgenij Prigozhin, celebre oligarca e capo della Wagner, anche conosciuto come «il cuoco di Putin», morì in un incidente aereo in circostanze mai chiarite, Vladimir Soloviev si produsse more solito in un’appassionata difesa d’ufficio del Cremlino: «Noi non siamo una gang. Non siamo la mafia. Non cerchiamo la vendetta come facevano nel Padrino di Mario Puzo. Siamo una nazione basata sulle leggi», urlò nel suo programma-culto.
Erano passati due mesi da quando Prigozhin aveva guidato una ribellione, poi rientrata, contro i capi dell’esercito, accusandoli di corruzione e incompetenza nella gestione della guerra in Ucraina. E il tema della vendetta di Putin era nella mente di tutti.
Ma nelle scuse non richieste di Soloviev, colpiva il lapsus del riferimento al Padrino, il codice d’onore che domina il sistema di potere di Vladimir Putin. A volergli trovare un ruolo in quel sistema, Soloviev occupa il posto che nel romanzo e nel film era di Johnny Fontaine, il crooner che cantava a tutti i matrimoni della famiglia Corleone. La differenza è che Soloviev «canta» ogni domenica sera su Rossija 1, primo canale della televisione di Stato russa. Lo fa dal 2010.
Del putinismo, Vladimir Soloviev è un aedo senza finezze e senza freni inibitori. Non parla ma vomita. Non discute ma provoca. Non attacca ma insulta. È apodittico, volgare, aggressivo. L’esagerazione è la sua specialità. Come ha raccontato il nostro Marco Imarisio, «se il Cremlino si accontenta di denazificare l’Ucraina, Soloviev vuole invadere la Polonia. Lui parla alla pancia della Russia profonda».
Ha 62 anni, otto figli da tre mogli diverse ed è nato in una famiglia dell’intellighèntsia sovietica – il padre accademico, la madre storica dell’arte – che gli consentì di frequentare le scuole della nomenklatura, dove si studiava in inglese. Tra i suoi compagni di banco fu anche il futuro «mago del Cremlino», quel Vladislav Surkov che costruì per Putin il mito della Novorossija e fino al 2020 fu il suo Joseph Goebbels. Proprio l’amicizia con Surkov, nel frattempo caduto in disgrazia come racconta il bel romanzo di Giuliano Da Empoli, gli sarebbe stata preziosa.
Prima però si laureò in Chimica e Fisica, fu dirigente dei giovani comunisti e dal 1990 al 1992 fu visiting professor all’università di Huntsville, in Alabama. Quando tornò in patria, l’Unione Sovietica era scomparsa, al suo posto c’era la Russia Far West di Boris Eltsin, dove l’unica religione erano il denaro e l’arricchimento privato. Anche Soloviev diventò ricco, un mini oligarca, investendo fra l’altro anche in Italia, dove possiede una lussuosa villa sul lago di Como, ora sigillata per via delle sanzioni.
Ma poiché sognava la televisione, fu il vecchio amico Surkov a dargli una mano. Prima per diventare una delle star di ORT, la rete dell’oligarca Boris Berezovskji, un altro «suicidatosi» dopo essere entrato in conflitto con Putin; poi per approdare a Rossija 1 ed entrare definitivamente nelle grazie dello Zar. Sulla forza di volontà di Soloviev non si discute: per diventare personaggio televisivo, perse 70 chili in un solo anno, passando da 150 a 80.
La grande abilità di Soloviev consiste nell’annusare l’aria del tempo, che in Russia è il mood di Putin, e adeguarsi. Un anno prima dell’annessione della Crimea aveva detto che questa apparteneva di diritto all’Ucraina, salvo poi osannare lo zar per l’impresa. E dopo aver trattato con rispetto e simpatia Donald Trump l’estate scorsa nei giorni del vertice di Anchorage, due mesi dopo lo ha preso in giro con battute del genere «Signor Trump lei è un fesso».