Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 22 Mercoledì calendario

Le divisioni di Teheran

Mentre lo si attende a Islamabad con un aereo da Teheran che non decolla, Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo della delegazione negoziale, provoca Donald Trump su X, usando la sua stessa formula. «Venderanno la guerra come scusa per rendere di nuovo grande cosa?», scrive, storpiando lo slogan del presidente americano «Make America great again».
«Non partiamo, devono cambiare le condizioni sul tavolo», ci dice una fonte vicina ai negoziati. Il team iraniano non arretra di un passo e continua a mettere gli americani davanti a un muro compatto, quasi impenetrabile.
Ma questa rigidità non nasce solo dalla sicurezza di avere in mano la carta dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui passa il destino del petrolio mondiale. Affonda anche nelle faide interne che hanno lacerato il regime dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Da una parte ci sono gli intransigenti, in uniforme o comunque orbitanti attorno ai Guardiani della Rivoluzione e al loro capo, Ahmad Vahidi. Dall’altra i pragmatici, come Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, figure centrali della delegazione, convinti che solo il dialogo possa evitare il tracollo dell’economia e salvare il Paese dal baratro. Un tempo questi scontri restavano chiusi nelle stanze del potere. Ora esplodono in pubblico, tra X, televisioni e le agenzie di stampa.
Quando Araghchi annuncia la riapertura dello Stretto – una parentesi durata appena poche ore – Tasnim, il megafono dei pasdaran, lo travolge accusandolo di parole troppo morbide e troppo piegate al nemico. Lo stesso accade a Ghalibaf, che si ritrova esposto non solo ai colpi americani ma anche a quelli dei suoi stessi fratelli di fede, pronti a bersagliarlo al primo passo considerato falso.
È anche questa guerra al vertice a rallentare Teheran nel processo decisionale. Non pesa soltanto l’impasse su un accordo nucleare o economico, ma l’incertezza stessa sulla partecipazione ai prossimi round di colloqui. La Repubblica islamica si regge da sempre sulla figura della Guida suprema, e dall’8 marzo quel ruolo è affidato a Mojtaba Khamenei. Il nuovo leader non si è ancora visto in volto, né si è sentita la voce. Ferito nel bombardamento in cui è morto il padre Ali Khamenei, comunica solo attraverso messaggi su Telegram: la sua assenza ha aperto un vuoto di potere che minaccia di inghiottire il sistema.
Ghalibaf è, di fatto, il capo operativo di questa fase, l’uomo che muove i fili del nuovo regime. Ma, osserva Paul Salem del Middle East Institute, non è il vero «boss». Nella struttura iraniana il «boss» resta la Guida suprema, come lo sono stati il fondatore Ruhollah Khomeini e il suo successore Ali Khamenei, capaci di imporre una volontà unica e riconosciuta. Mojtaba, oggi, non ha quel peso. Il potere religioso non domina più da solo. Il sistema appare sempre più militare, con le divise che contano più delle tonache. Con le faide che fanno deragliare.
Salem ricorda anche che «solo i leader davvero forti possono permettersi concessioni. In Iran, quella forza non è più concentrata in un solo uomo. E allora le decisioni si disperdono in una babele di voci», mentre negli Stati Uniti tutto ruota attorno a Donald Trump. È un confronto tra un comando verticale e un potere spezzato, tra un leader solo e un coro che si contende il timone.
Le lotte intestine vanno lette non soltanto come scontro ideologico tra chi vuole negoziare e chi no: entrambi i campi sono ideologici fino al midollo. A Teheran si combatte soprattutto per il controllo del potere. Gli intransigenti attaccano Ghalibaf per indebolirlo davanti alla propria base, ma non è affatto scontato che, al suo posto, figure come Vahidi rifiuterebbero un accordo con Trump. Le accuse servono a consolidare le rispettive lealtà interne, proprio come Trump parla al suo popolo Maga.
In Iran non c’è stato un cambio di regime. C’è stato piuttosto un cambio dentro il regime. Decapitata la vecchia leadership, il vuoto è stato riempito da uomini nuovi che vogliono riscrivere le regole del gioco. Alcuni di questi appartengono a una generazione che contestava Ali Khamenei, accusandolo di immobilismo. Ora pensano che questo sia il loro momento, e che il tempo della Repubblica islamica coincida finalmente con il loro tempo.